Letture, la sobria allegria di Tommaso Moro, medicina per l'oggi

Una raccolta di fantasie, scherzi e racconti da rileggere

La copertina del libro
Foto: Edizioni Studium
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“Il senso dell'umorismo è una medicina: fa bene al cuore e dà tanta gioia. Da 40 anni prego ogni giorno la Preghiera del buon umore di Thomas More”.

L’ha dichiarato Papa Francesco durante una recente intervista. Una preghiera scritta da san Tommaso Moro. L'autore dell'Utopia, martire “per fede e per coscienza”, di cui qualche giorno fa ricorreva l’anniversario della nascita (è infatti nato a Londra il 7 febbraio 1478, e a Londra muore il  6 luglio 1535) la cui festa si celebra il 22 giugno, si trova in carcere, nella Torre di Londra tristemente nota.  Ha appena saputo che la condanna nei suoi confronti è stata emessa e non lascia scampo: sarà decapitato. Enrico VIII, il re che condurrà l’Inghilterra verso lo scisma, non gli ha perdonato la sua presa di posizione contro la decisione del re di divorziare e così di contrapporsi al Papa, tantomeno il suo rifiuto di abiurare il cattolicesimo. 

Possiamo immaginare una condizione più difficile, anzi diciamo pure più disperata? Chiuso in un cupo carcere, in attesa della morte, i suoi familiari in pericolo, lui, uno degli uomini più ammirati, intellettuale e scrittore di fama internazionale,  e più vicini al potere, ora bollato come traditore, spergiuro e colpevole di chissà quante altre cose… Eppure, ecco che riesce a comporre una preghiera del buon umore. “Dammi o Signore, una buona digestione/ed anche qualcosa da digerire./Dammi la salute del corpo, col buonumore necessario per mantenerla./ Dammi o Signore, un'anima santa,/che faccia tesoro di quello che è buono e puro,/ affinché non si spaventi del peccato, ma trovi alla Tua presenza la via per rimettere di nuovo le cose a posto./Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,/ e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama "io"./ Dammi, o Signore, il senso dell'umorismo, concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, /affinché conosca nella vita un po' di gioia e possa farne parte anche ad altri”.

Più che mai queste parole ci risuonano nell’animo in un momento storico, sociale e forse personale per tutti molto difficile. Il richiamo del Papa e l’anniversario della nascita ci portano a suggerire di rileggere e di riflettere ancora una volta su questa figura che non cessa di colpire e affascinare. Anche se certamente la sua conoscenza è legata soprattutto  alla sua vicenda di politico e pensatore, ad opere come il brillante saggio “Utopia”, un aspetto rilevante della sua personalità si deve proprio all’attitudine all’allegria. 

Un lato della sua anima poliedrica tutt'altro che minore, probabilmente il più indicato e rappresentativo per descrivere l'unicità del suo carattere e del suo pensiero. Ecco perché, tra le altre cose, sollecitati dalla lettura della sua straordinaria preghiera , segnaliamo  la traduzione italiana di alcuni racconti, battute di spirito, scherzi inventati da Moro per  prendere in giro i familiari e gli amici, la moglie in primis, fino a impartire consigli al boia consigli su come tagliargli la testa. In quasi tutte le biografie dedicate all'illustre umanista inglese viene messo in luce quel suo  spirito ludico che divertiva tutti e attraverso il quale, in definitiva, riusciva a governare la nazione e la sua stessa casa. Non c'è biografo che non si sia soffermato con piacere a descrivere questo particolare atteggiamento del suo spirito riportando episodi burleschi e battute canzonatorie che lo vedevano in azione.

Il grande umanista inglese, e futuro santo, dava importanza somma all'allegria e al buonumore con cui imbastire i rapporti umani, nonché dalla scoperta della loro capacità intrinseca di mitigare attraverso un piacere, derivante dal gioco e dallo scherzo, la fatica dell'anima. Ai riformatori protestanti inglesi che lo accusarono di mancanza di serietà rispose nella sua Apologia  che “un uomo può alle volte, in mezzo al gioco, dire grandi verità; e per chi è laico, come me, è forse più conveniente esporre il proprio pensiero allegramente che non predicare con solenne serietà”.

Ridere, o sorridere, non è segno di superficialità. Anzi, la leggerezza è la testimonianza di uno spirito forte e capace di diffondere speranza. Lo sapeva bene Chesterton che lo ha icasticamente definito, com’era sua abitudine. Il richiamo a questa convinzione chestertoniana lo abbiamo trovato nell’ultimo saggio di Paolo Gulisano dedicato a Robert Louis Stevenson. Scrive infatti Gulisano: “ In un suo saggio su Stevenson, di cui fu uno dei più acuti esegeti, Gilbert Keith Chesterton scriveva che nello scenario culturale contemporaneo (si era agli albori del novecento) si sentiva la mancanza di una Letteratura della gioia, ovvero di una letteratura che trasmettesse non solo le angosce esistenziali dell’uomo moderno, le sue domande a volte disperate di significato, ma anche le risposte, quella positività che è dentro l’esperienza umana che può aiutare a essere felici. Una letteratura che esprima gioia, a costo di rischiare di sembrare infantile, dato che la gioia è da molti vista come un sentimento puerile”. 

Questa letteratura della gioia è quella che manca ancora oggi, o che non riesce ad essere individuata come sarebbe necessario, e a cui bisogna guardare per recuperare forza e fiducia. Quella letteratura che rimandai grandi nomi di Tolkien, Chesterton, Stevenson, in Italia Giovanni Guareschi, fino a lui, l’uomo “per tutte le stagioni”, come lo definiva un famoso film che raccontava la sua storia. 

Tommaso Moro, La sobria allegria. Fantasie, scherzi e racconti, edizioni Studium, pp.244, euro 19,50

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