Letture: Venezia, una "guida sentimentale" per perdersi nella città di oggi e di ieri

Lindau ripubblica la "Guida sentimentale" di Venezia di Valeri. Uno stile forse difficile per questi tempi, ma che rende benissimo l'atmosfera

La copertina di "Guida Sentimentale di Venezia" di Diego Valeri
Foto: Lindau
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Venezia, settembre 2022. Una fila senza fine e ondivaga stazionano davanti all’imbarco dei vaporetti, proprio all’uscita della stazione. Uomini con la pancia prominente e bermuda sformati, sandali e calzini; donne, giovani e meno giovani, nessuna esclusa, con la pancia scoperta, micro-shorts, trucco traslucido. Tutti uniti (uomini, donne, meno giovani) da alcuni elementi in comune; tatuaggi e cellulare incollato alle mani, cascassero nel canale, mai lo lascerebbero.

Un vociare confuso, gente che si sdraia per terra e si toglie sandali e ciabatte e butta i piedi nell’acqua torbida, mentre i rifiuti galleggiano o si accumulano agli angoli delle calli. Sotto il sole ancora cocente, nonostante il settembre ormai inoltrato, lo scenario si sposta oltre un largo braccio di laguna e approda al Lido. E’ in corso la Mostra del Cinema ed è tutto uno sciamare di figure quasi intercambiabili: signorine più o meno sconosciute che si attardano sul calpestatissimo red carpet, tappeto rosso, immaginando di essere delle attrici autentiche. La vera gara sembra non essere tra i film in concorso – uno più inconsistente o fastidioso dell’altro – ma tra chi mostra più parti del proprio corpo, fuori o lungo la passerella, tra chi si sforza di più di annullare le differenze “di genere”, giovani divi del momento che si travestono con drappi, mantelli, gonne, volant, stessi sguardi un po' vacui, mai maschi, per carità, espressioni incerte, “fluide”. Su tutto dominano gli scatti dei cellulari. Venezia, le sue chiese, i suoi palazzi, i suoi scorci inimitabili appaiono solo come mobile sfondo per gli innumerevoli selfie e foto da postare immediatamente e a cui far fare il giro del mondo.

Venezia, anni Quaranta. Signorine con gonne a campana e camicette di seta, guanti in filo bianco e ombrellini di pizzo passeggiano lungo le riviere; bancarelle di frutta e verdura allestite su barchette oscillanti verso le quali si protendono signore in pantofole e grembiule e anziani armati di sottili bastoncelli di bambù. In angoli in penombra, sotto i profili di chiese che sorgono come visioni di pietra e di cupole giovanotti siedono assorti davanti ad una tavolozza e armeggiano con i pennelli, mentre qualche sfaccendato, con le mani intrecciate dietro la schiena, osserva la creazione del dipinto minuto per minuto.

Gondole e gondolieri scorono nei canali, lanciandosi insulti, prese in giro, notizie, cantilenando nel loro musicale dialetto. Ragazzini giocano a palla nei campielli assolati,, mentre le madri, affacciate alle finestre urlano richiami e minacciano castighi. Al Lido dai motoscafi, tra qualche tempo, scenderanno Sofia Loren, Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Ingrid Bergman, Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Jean Renoir, Federico Fellini… Intanto un’ombra cupa si annuncia all’orizzonte, soffiata dal vento gelido delle dittature: l’ombra della Seconda Guerra Mondiale.

Una città viva e palpitante, animata da presenze memorabili, che un poeta attraversa con il cuore colmo di meraviglia e di incanto, immaginando che Tiziano, Tintoretto, Canaletto, Tiepolo, Guardi, Turner e molti altri artisti riversassero nei loro dipinti la luce e le prospettive cangianti della città e a loro volta rovesciassero su ogni cosa i loro colori e le loro visioni.

Il poeta è Diego Valeri, oggi tra i tanti ingiustamente dimenticati, un autore che però lentamente si va riscoprendo. Di recente la casa editrice Lindau ha ripubblicato la sua “Guida sentimentale di Venezia” e rileggerlo ha fatto ancor più acutamente percepire l’abissale differenza e il cambiamento totale della città in quello “spettro” che oggi è diventata: Uno spettro, intendiamoci, che come ogni fantasma che si rispetti riesce a suscitare emozioni, allucinazioni, sogni, incubi, trasfigurazioni. Come sempre è accaduto e sempre accadrà finchè Venezia rimarrà in piedi.

“Andare in giro per calli e campi, senza un itinerario stabilito, è forse il più bel piacere che a Venezia uno possa prendersi. Beati i poveri in topografia, beati quelli che non sanno quel che fanno, ossia dove vanno, perché a loro è serbato il regno di tutte le sorprese…” Così Valeri, poeta, saggista, insegnante, invita alla conoscenza della magica città di Venezia: non un colto Baedeker per turisti alla frettolosa ricerca dei monumenti e luoghi obbligati dalla tradizione, ma una vera e propria "educazione sentimentale" a “quell'insolubile enigma che si rinserra nel nome di Venezia”.

Gli otto capitoli ‒ Rialto, San Marco, Il palazzo, Piazza Piazzetta Molo e Riva, Canal Grande, L’altra Venezia, Pittura, Laguna ‒ aperti da un “invito” e chiusi da un “congedo”, a cui l’autore rimetterà mano nel tempo, restituiscono la più poetica e al tempo stesso precisa immagine di Venezia: la sua verità storica, con la mirabile leggenda delle sue origini e lo splendore della sua civile grandezza, e il fascino incomparabile della sua bellezza, con gli innumerevoli capolavori dell’arte che ne sono parte integrante. La prosa di Diego Valeri, che probabilmente ad un lettore contemporaneo apparirà un po’ faticosa, in realtà si dipana fascinosa l’immagine continuamente moltiplicata di questa città “indicibile” e che “sveglia nei ben vivi tutte le potenze vitali”. Qualcosa che esiste ancora e che resiste agli assalti della più becera contemporaneità.

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