L’icona che salvò Roma dalla peste del 1656 nella chiesa di Santa Maria in Campitelli

Il parroco padre Davide Carbonaro ci ricorda il giorno della esposizione il 21 aprile

La icona di Santa Maria in Campitelli
Foto: AT
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Ogni figlio, nel momento del bisogno, ricorre sempre alla propria madre. La Vergine Maria per ogni cattolico é un’ancora di salvezza, un porto sicuro a cui approdare, una madre a cui rivolgersi. Fu così per la città di Roma, durante la peste che invase la città nel maggio 1656.

Il popolo romano si affidò proprio a lei, Maria. E, dalla incombente calamità della peste, la Città Eterna ne uscì miracolosamente indenne.  Testimone di questo straordinario avvenimento è la famosa icona di Santa Maria in Portico in Campitelli, conservata sopra l'altare maggiore dell'omonima chiesa. 

Le cronache di quelle particolari giornate che hanno visto coinvolte una delle chiese più affascinanti di Roma, sono descritte dallo storico Carlo Antonio Erra (1695-1771), religioso dei Chierici Regolari della Madre di Dio. Aci Stampa ha chiesto a uno dei successori di quei Chierici (che ancora oggi detengono la custodia di questa magnifica chiesa), di raccontarci le vicende storiche legate all’immagine sacra, padre Davide Carbonaro, parroco della Chiesa di Santa Maria in Campitelli e prefetto per la II Prefettura della Diocesi di Roma.

Padre Carbonaro, partiamo dalla famosa icona. Qual è la sua origine? 

L’icona è in lamina di rame dorato con fondi a smalto. E’ alta 26 centimetri e larga 20.50. Il suo spessore è di di 3 millimetri.  L’icona rappresenta la Vergine con il Bambino in braccio nella tipica iconografia bizantina dell’Odigitria, “Colei che indica la via”. La bellissima immagine si staglia su un fondo blu cobalto, posta fra due fronde di quercia.  Nelle due sommità (di destra e sinistra) ci sono le teste dei santi patroni romani,  Pietro e Paolo. Intorno a questa sublime immagine, vi è una cornice in smalto rosso, decorata da fiori dorati con al centro un pistillo color blu. I fatti che la tradizione della Chiesa di Roma celebra nell’antica icona della Madre di Dio, “Porto della romana sicurezza”, risalgono al 17 luglio del 524. La nobile romana Galla, figlia del Prefetto Simmaco, era solita accogliere nel portico della sua casa i poveri e i pellegrini della città. Gesto di carità evangelica che - afferma un'antica “legenda” - fu confermato da una sublime luce apparsa sul luogo dove il cibo veniva custodito e amorevolmente condiviso. Galla chiede al Pontefice, allora Giovanni I, di chiarire il senso di quella rivelazione. Il Papa si reca nella casa di Galla. Edificato da tanta carità, riceve una visione di angeli che depongono nelle sue mani un'icona della Madre di Dio, con la quale il Pontefice benedice Roma che viene immediatamente liberata dal terribile morbo della peste. I Pontefici ed il popolo romano ricorreranno spesso presso questo presidio di carità e di grazie celesti, soprattutto nei momenti in cui l’Urbe sarà segnata da particolari avversità. E’ stato così a partire da papa Gregorio Magno fino a Francesco che ha venerato l’icona in Piazza San Pietro durante il Giubileo della Misericordia dedicato ai Diaconi e all’esercizio della carità.

Qual è la correlazione tra questa immagine e San Giovanni Leonardi? Sappiamo che il santo, venuto a Roma, ha avuto una particolare devozione  all'icona di Santa Maria in Portico. 

Sì, molti santi e pellegrini hanno venerato questa bellissima immagine mariana. Nel 1601, San Giovanni Leonardi - amico di San Filippo Neri e di San Giuseppe Calasanzio - chiese al pontefice Clemente VIII di avere un luogo a Roma per poter stabilire la Congregazione da lui fondata a Lucca nel 1574. Era la piccola famiglia della “Compagnia di Maria”, oggi denominata I’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio. Ricevette da Papa Clemente il piccolo santuario mariano, allora situato vicino alle rive del Tevere. Subito il Leonardi si ingegnò per riportare nella Città Santa il culto dell’icona. Scrisse una “Storia dell’Immagine” ristabilendo con grande solennità il rito dell’Ostensione. Stabilì che l’Ordine avesse come suo sigillo le quattro lettere greche che ornavano la custodia dell’icona: Madre di Dio. Alla sua morte - era il 9 ottobre del 1609 - fu sepolto sotto l’altare della Madonna.

E della storia della peste del 1656, cosa sappiamo?

Il morbo si diffuse a Roma proveniente dal Regno di Napoli, nel maggio del 1656. Quell’anno le celebrazioni del 17 luglio memoria dell’apparizione dell’icona, richiamò tutta la popolazione romana. I dirigenti del Campidoglio obbligarono  i Padri di chiudere la Chiesa per evitare il contagio. Ma il popolo accorreva sempre più numeroso. Immagini dell’icona si moltiplicavano per le case della città. Ad ogni angolo dei quartieri, allora densamente popolati, brillava una lampada davanti all’immagine della liberatrice di Roma. Intervenne  Papa Alessandro VII. Il Pontefice, con il Senato romano, nella data del 9 dicembre del 1656, promise alla Madonna - con un voto - di edificare un nuovo santuario se Roma fosse stata liberata dal morbo. E così avvenne. Fu incaricato l’architetto Carlo Rainaldi per edificare il tempio votivo non più presso la vecchia Chiesa di Santa Maria in Portico, ma pochi metri più avanti, in Piazza Campitelli. Nel 1662 l’icona fu traslata nel nuovo santuario dove ancora oggi risplende nella gloria dell’Altare Maggiore. 

Lei, nella prima ondata della pandemia del coronavirus, ha subito voluto dare un messaggio forte, di speranza al popolo romano. Ci può parlare di quei giorni? Come Roma ha vissuto quell’esperienza di fede che è stata l’ostensione dell’icona nel giorno del Natale della Città Eterna? 

Il divieto della pubblica celebrazione non impedì di lasciare aperte le porte del santuario. Ricordo che la gente accendeva dei ceri sui gradini della Chiesa davanti ad una copia dell’icona che avevo sistemato sul portone. Ogni sera la recita del Rosario via social rispondendo alle intenzioni di preghiera che la mattina Papa Francesco proponeva dalla Cappella di Santa Marta. Per il Natale di Roma decidemmo di portare l’icona fuori dalla chiesa, benedicendo la città tra il Teatro Marcello e la scalinata del Campidoglio. Tutto attorno vi era una città deserta. Si sentivano sola la voce delle campane e dell’organo. Ricordo ancora con grande commozione il silenzio per strada e il gesto di benedizione accompagnato dal saluto dei militari che la presidiavano. 

Siamo arrivati ormai - purtroppo - alla terza ondata. Secondo Lei ci vorrebbe un po’ più di fede per debellare definitivamente questa nuova peste? 

E un pizzico di fede che sposta le montagne diceva Gesù. La fede avanza non per grandezza ma per la via della piccolezza. Maria ci insegna ad avere la fede dei semplici, a riscoprire la nostra vera statura e dignità dentro un cammino che ci porta a seguire i passi di Gesù. Molto spesso i fedeli mi chiedono se si tornerà come prima. Questa misteriosa Pasqua che il Signore ci sta facendo passare, proietta il cuore del discepolo verso un oltre nel quale Egli ci precede. Non sarà come prima sarà più di prima se avremo il coraggio di ripetere con il Signore: abbiate fede io ho vinto il mondo. 

Pensa di ripetere il gesto dell’ostensione anche per il prossimo 21 aprile, data del Natale di Roma?

Perché no!? Un gesto semplice che tra l’altro abbiamo ripetuto spesso durante questo anno. Ci possiamo dare appuntamento quel giorno per ricordare che Roma non è stato fondata solo sul solco del potere che schiaccia  e domina, ma sull’amore che si dona e serve.

 

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