Linguaggi pontifici. Alla mensa del Papa

I momenti in cui il Papa serviva a mensa erano parte rituale delle attività del Papa. Dal pranzo del giovedì santo ad altre occasioni, tutto quello che c’è da sapere

Il dipinto di Paolo Veronesi che documenta un pranzo per i poveri di Gregorio Magno
Foto: Diocesi di Treviso
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Tutta la struttura della carità di cui abbiamo parlato veniva supportata da una serie di iniziative personali dello stesso Papa, anzi di cui il Papa era protagonista. C’erano, infatti, alcuni momenti dell’anno in cui il Papa serviva personalmente il pranzo ai poveri. Non pranzava con i poveri. Era proprio colui che serviva a tavola.

Monsignor Stefano Sanchirico, officiale dell’Archivio Apostolico Vaticano, ricorda prima di tutto il “mandatum” ovvero la lavanda dei piedi del Giovedì Santo. “La tradizione romana – spiega il monsignore – era di lavare i piedi non a 12 ma a 13 persone, perché si diceva che un angelo si fosse assiso durante uno dei pranzi offerti da Gregorio Magno tra i 12 poveri. Questa tradizione rimase sino alla riforma dei riti papali seguita al Concilio Vaticano II, tanto nella lavanda dei piedi che nel pranzo successivo che veniva offerto”.

Il palazzo dei Papi è sempre stato un luogo di carità. San Zaccaria iniziò la distribuzione del Papa, Adriano I, nell’VIII secolo, era noto per la sua distribuzione delle elemosine, e così come Paolo I e Gregorio III, mentre – nota monsignor Sanchirico – “di Nicolo I, nel IX secolo, si narra che tenesse sempre con sé i nomi di tutti gli zoppi, i ciechi e gli storpi della città di Roma, e con diligenza faceva loro somministrare il vitto quotidiano”.

A questo si aggiungevano le liste di handicappati, storpi, bisognosi che il Papa aveva con i suoi uffici.

Monsignor Sanchirico narra che “Gregorio V, alla fine del X secolo, ogni sabato soleva vestire i 12 poveri e li vestiva di bianco, cosa che è diventata parte del rituale del Giovedì Santo, quando fino agli anni precedenti la riforma liturgica quelli che simboleggiavano gli apostoli venivano vestiti di bianco”.

Gregorio Magno stabilì le tavole dei poveri, che si svolgevano tutti i giorni nel palazzo apostolico e prevedevano il servizio quotidiano a 12 poveri, assistiti dal pontefice stesso o dall’elemosiniere

E di San Leone X si parla “della sua profonda carità, che lo portò addirittura a cedere il suo letto ad un lebbroso ed a curarlo personalmente”.

C’era, dunque, una solida tradizione nella cura dei poveri che vedeva il Papa in prima linea. Oggi, molte cose sono cambiate. Con la riforma della Curia, l’Elemosineria apostolica è diventata il Dicastero della Carità, smettendo così di rientrare nella “famiglia papale”. Sarà da vedere come la carità del Papa verrà strutturata.

Non è cambiato, invece, l’impegno per la carità. Perché nell’ultimo secolo e mezzo, all’Elemosineria si sono affiancate – spiega monsignor Sanchirico – “due grandi realtà a Roma, e queste grandi realtà sono l’Ordine di Malta, che ha una struttura di assistenza, soprattutto medica, capillare, e poi una realtà che è l’espressione laicale della carità del Papa, cioè il Circolo San Pietro”.

Di certo, la Chiesa di Roma continua ad essere Chiesa di carità. Lo è da sempre, e lo dice la storia.

 

(5 – fine)

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