Linguaggi pontifici. L’Elemosineria apostolica

L’Elemosineria apostolica è il braccio della carità del Papa. Ecco la sua storia.

L'ingresso della Elemosineria Apostolica
Foto: Vatican Media
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La Chiesa sin dalle origini si è definita attraverso la carità. Gli Atti degli Apostoli infatti descrivono la Chiesa nascente come concorde nella preghiera e nella carità. Una tale dimensione si è approfondita in maniera del tutto peculiare a Roma, con l’arrivo degli apostoli Pietro e Paolo. Il Papa, successore di Pietro, è stato percepito come “il padre dei poveri”. In sostanza è l’atteggiamento mutuato da Gesù verso il povero, il piccolo, la vedova e gli ultimi. Roma vedrà così nel corso dei secoli una mirabile storia di carità che significherà anche istituzioni, cerimonie e strutture.

Nel corso dei secoli, i Papi hanno stabilito sempre più iniziative per occuparsi dei poveri in maniera strutturata, dalle diaconie regionali fino alle iniziative personali, mentre l’idea del Papa “padre dei poveri” si ritrovava anche nei riti di insediamento dei Papi.

Tra il 1272 e il 1276, Gregorio X decise di dotarsi di una struttura permanente , definendo un ruolo, affidato ad una persona, che si occuperà stabilmente della carità del Papa, e che è chiamato a dare personalmente al Papa una situazione sempre aggiornata sullo stato dei singoli poveri che vengono da lui assistiti. Nasce così l’Elemosineria apostolica.

Monsignor Stefano Sanchirico, officiale dell’Archivio Apostolico Vaticano, lo definisce “un ufficio antichissimo, che troverà anche nelle corti dei sovrani una sua espressione. Perché anche nelle corti dei sovrani esisteva la figura di un elemosiniere, ufficio di solito affidato ad un prelato che in qualche modo era il braccio della carità del sovrano, che il sovrano faceva personalmente e abitualmente”.

La Chiesa, dunque, fa scuola ai sovrani. E così, racconta monsignor Sanchirico, “ a partire dal XIV secolo abbiamo un elemosiniere del Papa che non è solo un semplice sacerdote o diacono, ma è un prelato arcivescovo distinto dal ministero del tesoro di allora, che era la Camera apostolica”.

L’Elemosiniere “fa parte dei cubiculari segreti del Papa, cioè dei camerieri segreti partecipanti. Il motivo è che il pontefice vuole mostrare che la sua carità nasce e si esercita anche nel cuore della sua famiglia spirituale, nella sua anticamera”.

Un desiderio che sarà codificato anche cerimonialmente e porterà l’Elemosiniere a sedere alla sinistra del Papa durante le visite di Stato, insieme al Prefetto della Casa Pontificia che si trova alla destra del Papa, a sottolineare come l’attività di governo e pubblica del Papa non può in alcun modo essere disgiunta dall’attività caritativa.

Nascono, dunque, le attività dell’Elemosiniere Pontificio. Monsignor Sanchirico ricorda che “nei pressi della Basilica Vaticana, dove si trova il Camposanto Teutonico e la chiesa di Santa Maria della Pietà, per un lungo periodo fu organizzato uno specifico servizio assistenziale a nome del Papa, dando tetto anche ad alcune donne inferme, servendo un pasto giornaliero sempre ai poveri e distribuendo durante la settimana vari tipi di derrate alimentari”.

Non era una distribuzione casuale. Anzi. “Sappiamo dalle cronache – prosegue il monsignore – che lunedì e venerdì si distribuiva il pane ed il vino, il martedì il sale, e così via. A Roma veniva chiamata l’Elemosina del Camposanto. Nella computisteria di palazzo, nei resoconti economici del Palazzo Apostolico Vaticano tenuti con regolarità, sappiamo che nella metà del XVI secolo il numero dei poveri sostenuti dalla Casa Pontificia ammontava ad alcune migliaia”.

E ancora, racconta monsignor Sanchirico, “Urbano VIII Barberini stabilì di far passare il pasto giornaliero che si offriva nel Camposanto Teutonico all’interno del palazzo apostolico. La decisione avviene il 3 settembre 1629, nella memoria liturgica di San Gregorio Magno”.

Quindi “Clemente IX Rospigliosi, nel suo breve pontificato, volle assistere quotidianamente, per quanto possibile, il servizio della mensa ai poveri. Innocenzo XI Odescalchi stabilì che tutti i giovani di Roma in difficoltà, indipendentemente dalla reale situazione, potessero usufruire della distribuzione del pane e del vino. Innocenzo XII Pignatelli regolamentò l’Elemosineria Apostolica, facendone il centro di coordinamento di tutte le opere pie di Roma”.

A partire da Innocenzo XII, dunque, l’Elemosineria apostolica comincia a coordinare non solo opere di elemosina, ma anche di elevazione culturale. Viene istituito un corpo di maestri regionali (ovvero, per ogni quartiere di Roma) per offrire istruzione anche ai poveri, mentre le ragazze il compito viene affidato alla allora nuova congregazione religiosa delle Maestre Pie.

L’Elemosineria al tempo di Innocenzo XII – ricorda monsignor Sanchirico – erogava intorno ai 10 mila scudi, una cifra non secondaria, anzi considerevole per il periodo. In questa cifra, si comprendeva anche l’assegnazione di donazioni ad ospedali, monasteri, conservatori, istittuzioni di pietà e di studio”.

Tra il XVIII e il XIX secolo, Roma viene riorganizzata in 11 sezioni per la carità, ognuna presieduta da un sacerdote visitatore che faceva capo all’Elemosiniere. Da allora, l’Elemosineria prenderà un segretario ecclesiastico, un computista che porta i conti, alcuni funzionari.

Le opere di carità aumentano sempre di più. Alla vigilia dell’occupazione francese di Roma del 1798, l’Elemosineria aveva distribuito sussidi per 54500 studi, e fu, ricorda monsignor Sanchirico, “negli anni venti del XIX secolo Papa Leone XII della Genga a stabilire una commissione per i sussidi, il cui lavoro seguiva la struttura della città e coinvolgeva direttamente i parroci, i quali, insieme ad un deputato della commissione, dovevano accertarsi, anche attraverso visite domiciliari, dello stato delle famiglie e delle persone assistite”.

Infine, Gregorio XVI, predecessore di Pio IX, aveva “stabilito una norma tuttora vigente che affidava ai parroci di attestare per iscritto i bisogni dei richiedenti”. C’erano anche una serie di elemosine fisse: la prima all’anniversario dell’incoronazione veniva distribuita a quanti avevano bisogno, la seconda serviva a garantire l’assistenza medica attraverso medici e farmacisti dei poveri, la terza era destinata allo stipendio dei maestri regionali e delle maestre pie”

 

(4 – continua)

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