Linguaggi pontifici, testi e documenti della diplomazia

Dal breve al venerato foglietto, tutto ciò che c’è da sapere su come si esprime la diplomazia del Papa

Una bolla papale
Foto: Wikimedia Commons
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C’è uno stile diplomatico, un modo preciso di confezionare la corrispondenza e i documenti della Santa Sede. Ed è fondamentale conoscerlo, per comprendere il senso di ciò che viene fatto e di come viene fatto. Per esempio, quando l’arcivescovo Paul Richard Gallagher ha consegnato la nota verbale sul ddl Zan all’ambasciatore di Italia presso la Santa Sede Pietro Sebastiani, si è molto dibattuto che il documento non fosse firmato. Ma davvero doveva essere firmato?

Monsignor Stefano Sanchirico, già prelato di anticamera della Prefettura della Casa Pontificia ed esperto di cerimoniale, spiega ad ACI Stampa come e perché i documenti della Santa Sede hanno una certa forma. “Abbiamo sostanzialmente – dice – a seconda dell’importanza dello scrivente, un modo diverso di confezionare il documento”.

Prima di tutto c’è il foglio. Questa è la lettera con cui corrisponde un Segretario di Stato e un cardinale, e anticamente – spiega Sanchirico – “non si usava un foglio singolo, ma un foglio piegato a metà”.

La risposta è definita “venerato foglio”. Il “foglio” va scritto con il vocativo iniziale riferito alla persona a cui è inviata, e questo è un pari grado. Il foglio è protocollato, e l’occhio è a sinistra della lettera, con nome, titolo della persona cui è indirizzato e la segnalazione della presenza di eventuali allegati. Il “Foglio” è scritto da un cardinale, e solo all’inizio e alla fine si mette il titolo per esteso.

Quindi, c’è l’“officio” . Si tratta – dice monsignor Sanchirico – “di una lettera scritta per un superiore della Curia Romana. È detto ‘pregiato’ o ‘stimato officio’, ed ha in generale le stesse caratteristiche del foglio”. La “lettera” è invece “una scritta privata, redatta con le caratteristiche del bon ton istituzionale, per esempio che il vocativo e la firma vanno scritte a mano”.

Ci sono poi la nota diplomatica e la nota verbale. Quale è la differenza? Spiega monsignor Sanchirico: “La nota diplomatica è riassuntiva ed è firmata, nota verbale è invece indirizzata da ufficio ad ufficio, è scritta in forma di terza persona e non è firmata ma timbrata”. Questo risponde alla domanda iniziale: perché la nota verbale sul ddl Zan non era firmata.

Il ”rapporto” è invece lo strumento con il quale un diplomatico riferisce al proprio superiore. “Si scrive in forma di lettera – spiega monsignor Sanchirico – e porta sopra l’oggetto del rapporto. Quando il tema in oggetto prevede una spiegazione più articolata e complessa, al rapporto viene allegata una relazione, che è più impersonale. La relazione è anche redatta da un funzionario non diplomatico che partecipa ad un determinato incontro ed è trasmessa dal nunzio o dal Superiore del funzionario alla competente autorità”.

Altre forme del linguaggio diplomatico sono il promemoria, l’appunto e la nota d’archivio, perché “quando c’è un incontro, sempre si fa una nota di quell’incontro”.

Non vanno poi dimenticati i grandi documenti pubblici della Santa Sede: bolla, breve, motu proprio, biglietto, autografo, chirografo sono tutte le modalità con cui il Papa si esprime. Ognuna ha le sue caratteristiche.

Per esempio, la bolla è in pergamena, reca un sigillo, inizia con “Franciscus Episcopus “ ed è scritta “sub bulla”, mentre il breve inizia con “Franciscus Pontifex Maximus sub anulo piscatoris.”

Sono questi alcuni dei principali documenti con cui la Santa Sede si esprime.

 

(10 – continua)

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