Lorenzo Lotto, pittore della Santa Casa, gli anni a Loreto come oblato

Il viaggio spirituale del "pittore di Maria"

Un dettaglio della presentazione al Tempio di Lorenzo Lotto
Foto: Museo della Santa Casa di Loreto
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Un mese di maggio tanto dolce, il maggio di questo 1557, si distende sulle colline fino al mare. Freschi profumi portati dal vento inebriano api e uccelli.

Al vespero una brezza struggente si diffonde ovunque, al rintocco dell’Ave. Lorenzo Lotto, l’anziano pittore da Venezia, cammina piano lungo il porticato, davanti al santuario della Santa Casa di Loreto. Si sente stanco, affaticato, stroncato dai dolori che lo tormentano, eppure, in quest’ora tanto dolce, il suo cuore gli sembra più leggero che mai, pronto a sollevarsi in volo nel tramonto, come se fosse anch’esso una preghiera rivolta alla Vergine.

Rimane qualche momento immobile. Anche se non vuole, ripensa alla sua vita, agli anni trascorsi, a quanti inutili patimenti. Qui, a Loreto, sente di essere finalmente giunto ad un porto tranquillo, e poi l’età gli impedisce di sentirsi ancora in battaglia, contro tutti e anche, spesso, contro se stesso. Ma le domande, le tante domande che sempre gli hanno affollato la mente, ancora lo assediano, anche se con minore ferocia.

Un paio di anni prima ha dipinto un’opera davvero particolare, una Presentazione di Gesù al Tempio, per il Palazzo Apostolico di Loreto.  La Madonna presenta a Simeone, il vecchio sacerdote, il figlio di Dio, e mostra la sua natura divina. La profetessa Anna indica verso il basso, in direzione dei piedi che sostengono l’altare. Sì, ha dipinto proprio dei piedi per sorreggere l’altare , per ricordare anche la natura umana e mortale di Cristo, di Colui che si è incarnato nella storia per la salvezza degli uomini. Tutta la tela è pervasa di un sentimento della fine. Sopra, nella parte alta del quadro, ha dipinto degli spazi vuoti, tra cui quelli del coro. Si vede un uomo anziano barbuto, che guarda la scena della presentazione, quasi di nascosto, dietro una colonna. E’ lui, lo stesso Lotto, ormai settantacinquenne, che sente di essere sul punto di lasciare  la scena turbolenta di questo mondo? Lui che continua a contemplare il mistero di Cristo, che per tutta la sua esistenza ha cercato quel volto e che sempre Gli ha rivolto le domande fatali: Chi sei? Che cosa vuoi da me? Perché esiste tutto questo male?

Bisogna tornare a qualche anno prima. Il 1550 per Lotto è un anno di continui patimenti e sconfitte. Ha dovuto lasciare di nuovo Venezia, oppresso dagli insuccessi e dall’emarginazione. Venezia, i suoi palazzi scintillanti, le donne vestiti con abiti sontuosi, ricchi di quelle sete preziose che vengono dall’Oriente, le feste, le chiese diventate come scrigni di tesori…no, tutto questo ormai non fa più per lui. Per lui ci sono le calli strette e maleodoranti, i panni stesi tra casa e casa, sopra l’acqua melmosa die canali, le luci morbide e malinconiche dei tramonti o quelle tenere e colme di promesse delle albe. In ogni modo, tutto questo ormai è alle spalle. Ha deciso di trasferirsi, torna nelle Marche. A Roma è stato eletto al soglio pontificio Giulio II, ma anche il tempo dei fasti romani è solo un ricordo. Del resto, la città porta ancora aperte le ferite del terribile sacco del 1527 da parte dell’esercito imperiale. Infuriano gli scontri con i protestanti, buona parte d’Italia rischia di trasformarsi in un campo di battaglia. Anche l’anima di Lotto gli appare come un campo di battaglia. Gli pesano addosso i soliti sospetti, di essere in combutta con i “tedeschi”, di avere simpatie protestanti, di fare una pittura troppo nordica, piena di stranezze. Le committenze non sono numerose, i debiti avanzano.

Del resto lui non ha mai posseduto granché. Qualche anno prima, a Venezia, aveva deciso di fare testamento, perché si sentiva invecchiare  e la salute sempre più malferma. Il testo di questo documento rivela la sua anima e commuove: chiede di essere sepolto nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo “al costume e usanza fratesca”, lascia gli strumenti del mestiere a due giovani pittori e parte dei suoi beni in dote a due orfane da maritare ai due pittori stessi. Si ammala e non sa come fare, visto che è solo; per fortuna il suo amico Bartolomeo Carpan lo ospita per quasi due mesi. Debole, smarrito, passa ore steso su un letto, riconoscente all’amico, ma anche incapace di pensare al futuro, così incerto. 

Il tempo passa, quasi tre anni dopo, ancora a Venezia, per Lotto arriva il momento di decidere. Nell’agosto 1550 torna ad Ancona, dove, vincendo un senso di umiliazione, organizza una lotteria per vendere sedici suoi quadri e trenta cartoni colorati che aveva preparato per le tarsie del coro di Santa Maria Maggiore a Bergamo. Va male anche questo tentativo, vende molto poco, rispetto alle speranze. In compenso, capisce che è arrivato il momento di gettare l’ancora tra queste terre accoglienti e pacifiche. Ha ritrovato la pace e la bellezza di Loreto e ha compreso finalmente che cosa deve fare: nel settembre 1552 ottiene la possibilità di abitare in una casa messagli a disposizione dal governatore della Santa Casa, Gaspare de Dotti. Il quale, poi, gli affida un allievo e aiuto, Felice del Tesoro. Per il pittore sono giorni id pace, sia pure nelle costanti agitazioni del suo animo inquieto. Non si sente più un naufrago, in balia delle onde e del mare aperto. Gli vengono affidati incarichi, non è certo ricco ma neppure tormentato dal bisogno. Nel 1554, l’8 settembre, giorno della Natività di Maria, si fa oblato alla Santa Casa donando ogni sua modesta sostanza al santuario e viene nominato “pittor della santa Casa”. Al servizio e all’ombra della Madre, di colei che ha generato il Salvatore. 

E dunque la morte lo attende alle soglie del santuario, alle soglie di un’estate piena di vita, quando dal mare fino alle colline di Loreto soffia una brezza profumata.  La data della sua morte non è certa, ma quello che è certo è che lascia questa terra senza avere nulla, persino il materasso in cui è spirato viene venduto dall’amministrazione della Santa Casa, “un matarezzetto”, si legge nella nota di vendita, un piccolo materasso, misero, da cui più facilmente spiccare il volo verso l’infinito.

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