“Lutero non veniva in una Chiesa che andava capovolta”

Una immagine di Martin Lutero
Foto: Wikipedia
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Non una Chiesa completamente distrutta, e bisognosa di una riforma. Piuttosto, una Chiesa che già viveva dei momenti di riforma, e che ha continuato questo movimento anche dopo lo “shock” della Riforma protestante. Lo dicono padre Bernard Ardura, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, e il professore Johannes Grohe, storico che insegna alla Pontificia Università Santa Croce.

L’occasione è la presentazione di un convegno di tre giorni, organizzato Pontificio Comitato di Scienze Storiche, in occasione del V Centenario della Riforma Luterana. Intitolato “Lutero 500 anni dopo: una rilettura della Riforma Luterana nel suo contesto ecclesiale”, il convegno si terrà dal 29 al 31 marzo.

Spiega padre Ardura che lo scopo del convegno è perlustrare “lo sguardo che lo storico può avere su eventi che hanno avuto conseguenze importantissime per tutto il continente europeo, e non soltanto. Uno sguardo che permette di vedere l’ambiente ecclesiale e storico ai tempi di Lutero. E soprattutto, aprire le prospettive”.

E una delle prospettive che va sicuramente aperta è quella della situazione della Chiesa al tempo di Lutero. “Non era una Chiesa da capovolgere – racconta padre Ardura – c’erano moltissimi movimenti di riforma, il fiorire delle congregazioni religiose, le confraternite, e questo avveniva in Italia, in Spagna, ma anche in Boemia”. In Spagna, ad esempio, c'era l'opera del Cardinale Francisco Jimenez de Cisneros, che anticipò in qualche modo la Controriforma. 

Aggiunge il professor Grohe che “questo movimento di riforma è continuato anche dopo il luteranesimo. Basti pensare a San Filippo Neri, alla sua riforma della Chiesa nata non da una risposta alla Riforma, ma piuttosto come un percorso di rinnovamento interno della Chiesa stessa”.

Il professor Grohe sottolinea che in particolare in Italia e in Spagna si vivevano movimenti di riforma. Ma allora cosa scandalizzò Lutero nel suo famoso viaggio a Roma? “Si è scritto molto del viaggio di Lutero a Roma – risponde il professor Grohe – e alla fine non sembra si sia scandalizzato troppo. La sua critica partiva dalla critica alla pratica delle indulgenze, a quella specie di automatismo che Johan Tetzel sintetizzò con la frase: ‘Quando il soldo tintinna nella bussola, un’anima va dal Purgatorio in Paradiso’. E poi, si lamentava di un modo di fare molto basato sull’apparenza.”

Alla fine, la riforma si radicalizza anche per questioni politiche. “Non ci si deve dimenticare – racconta padre Ardura – il periodo in cui viveva Lutero, e l’ambiente in cui cade la Riforma. Lutero voleva inizialmente fare una riforma dall’interno, non voleva causare uno scisma”.

Il dato politico è fondamentale per il professor Grohe. “Si dibatte – racconta – se davvero Lutero abbia affisso le sue tesi a Wittenberg, sulla porta del palazzo. Ma questo non è importante Quello che è importante è che Lutero sembra volesse inviare la sua lettera al vescovo, far partire una discussione interna. E alla fine, invece, di questa discussione si sono appropriati i principi, per dimostrare la loro indipendenza da Roma ma anche dal Sacro Romano Impero. Applicare la riforma nei loro principati significava testimoniare la loro indipendenza”.

Di tutto questo si parlerà al convegno del Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Con la consapevolezza che il dialogo deve partire anche dalla conoscenza dei fatti storici. “Noi non facciamo ecumenismo – conclude padre Ardura – ma raccontiamo la storia. E dalla storia, dal cammino insieme, si può fare dialogo”.

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