Marche, la rinascita dopo il terremoto passa per chiese e monasteri

Messa in sicurezza della lanterna della Chiesa di San Paolo, a Macerata (2016)
Foto: Foto: @luna_simoncini
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Le clarisse del monastero della beata Mattia di Matelica hanno lanciato una raccolta fondi per coinvolgere la comunità cittadina e i molti fedeli legati alla Beata per riaprire la chiesa, inagibile a seguito del terremoto del 2016, dov’è custodita l’urna con il corpo della Beata ad un anno dalle celebrazioni del settimo centenario della sua morte, a cui le sorelle clarisse e i fedeli tutti si stanno preparando.

Però, non partendo ancora i lavori di ristrutturazione, le clarisse chiedono aiuto, spiegando la situazione in un appello: “Con queste righe vi chiediamo di partecipare ad una grande via di speranza appena tracciata davanti a noi, che permetterà alla città di Matelica, a tutti coloro che si sentono profondamente legati alla beata Mattia, di vedere riaperta la sua chiesa, rimasta chiusa da più di due anni: il sisma dell’ottobre 2016, che ha ferito tanta parte del nostro territorio, ne aveva danneggiato la struttura, dichiarata inagibile nel 2017”.

Infatti da molti visitatori sono giunte sollecitazioni alla riapertura: “In questi anni siamo state costantemente sollecitate da parte della gente, dai fedeli che vengono a far visita alla Beata, dai pellegrini che si muovono in gruppo da altre parti d’Italia e anche dall’estero (di recente un gruppo dai Paesi Bassi che annualmente passa da noi e sosta per una preghiera a lei) a fare qualcosa per riaprire la chiesa, sentita come luogo di grazia e di speranza, un santuario dove aprire il cuore e deporre pene, malattie e fatiche, che oggi davvero non mancano nel nostro mondo, tra le famiglie, i giovani, le persone anziane e disagiate, spesso ferite da solitudine e isolamento”.

Il motivo della lettera è spiegato per chiedere la riapertura in occasione del 7^ centenario della beata: “Ci prepariamo anche a celebrare il settimo centenario della morte della beata Mattia (1319-2019): sarà un tempo di grazia, che attirerà ancora fedeli e pellegrini. Riaprire la chiesa in tempi brevi diventa ancora più necessario perché, insieme con la città di Matelica, siamo pronti a viverlo con lo spirito di accoglienza e di ospitalità caratteristici della nostra tradizione.

Per questo abbiamo pensato di riaprire la nostra chiesa-santuario attraverso un progetto in cui ciascuno di voi ha un posto particolare. Siamo consapevoli infatti che la chiesa e il bene preziosissimo della Beata Mattia, presente attraverso l’Urna che ne custodisce il Corpo, appartengono a tutta la collettività, a ciascuno di voi prima ancora che a noi. Se noi ne siamo da secoli le custodi, sappiamo di esserlo per voi”.

E chiedono la collaborazione di tutti i fedeli per far ‘risorgere questa casa di preghiera’: “Siamo infatti fortemente persuase che il bene comune della chiesa della Beata possa essere restituito all’affetto e alla devozione dei fedeli con la collaborazione di tutte le forze positive della città, come impegno davvero corale di chi nel cuore sente di dover dire il suo ‘grazie’ a Dio per la presenza di questa figlia della nostra terra, compatrona della nostra città, per i benefici personali e familiari ricevuti per sua intercessione, e perché la luce della Beata Mattia continua a irradiare senza sosta benedizioni e conforto proprio a partire dalla nostra città di Matelica”.

Però ogni tanto un piccolo aiuto riaccende la speranza come quello offerto dal calendario dei carabinieri 2019, che sarà dedicato all’ambiente e all’arte d’Italia per celebrare due ricorrenze: il 40^ anno dall’inserimento del primo sito italiano nel patrimonio mondiale dell’umanità (si tratta dell’arte rupestre della Valcamonica) e il 50^ anno della nascita del Nucleo carabinieri tutela del patrimonio culturale.

Nel calendario sono rappresentati alcuni dei beni culturali italiani che sono stati inseriti nel patrimonio dell’Unesco: da piazza del Campo a Siena, alla torre di Pisa, alla città industriale di Ivrea. A tal proposito il colonnello Michele Roberti, comandante dei carabinieri della provincia di Macerata, ha affermato:

“Il Nucleo tutela patrimonio culturale ha svolto un ruolo importante durante il terremoto con il recupero dei beni culturali. L’ultimo intervento è del 27 novembre con il recupero, nel monastero di Santa Chiara a Camerino di opere d’arte che sono state messe in salvo e trasferite nel palazzo Bonafede di Monte San Giusto. Si tratta di dipinti ad olio su tela che rappresentano immagini sacre. I carabinieri che appartengono al Nucleo tutela patrimonio culturale sono stati anche nominati Caschi blu dell’Onu per la professionalità dimostrata nel corso di questi 50 anni”.

E nel Maceratese hanno fatto anche un piccolo miracolo: quello del salvataggio della ‘Madonna delle rose’ di Ussita (ora si trova a Roma, nei lavoratori del Mibact). All’interno della chiesa di san Placido, che in precedenza era intitolata a sant’Eustachio, nell’altare di sinistra in una nicchia si trovava una scultura in terracotta della Madonna con in braccio Gesù bambino. La statua era contornata di rose di plastica con corone ed ex voto, segno di grande devozione per gli abitanti del piccolo comune.

Con la scossa del 30 ottobre 2016 la chiesa aveva riportato gravissimi danni e la statura della Madonna era caduta e si era frantumata in 350 pezzi. L’aveva trovata così nel febbraio del 2017 la squadra di recupero inviata dall’unità di crisi composta da storici dell’arte del Mibact e carabinieri. Nel recuperare altri beni hanno notato i frammenti della statua sparsi tra le macerie. Pierluigi Moriconi, funzionario della Soprintendenza di Ancona, ha disposto il recupero dei frammenti.

Ad occuparsene i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Ancona e l’allora responsabile dei beni culturali della Arcidiocesi di Camerino, Luca Cristini. I frammenti sono poi stati inviati alla Mole di Ancona, dove i restauratori dell’Iscr hanno catalogato i frammenti e li hanno imballati. Durante un convegno di un’associazione di geologi è stata usata una foto dell’architetto Cristini della statua, notata dalla prof.ssa Francesca Capanna, docente e restauratrice dell’Iscr.

Grazie al suo intervento la statua è stata presa in considerazione per un restauro da svolgersi a Roma. Un lavoro che è stato affidato ad Adriano Casagrande che con tre allievi restauratori ha iniziato il lavoro di ricomposizione della statua. A quel punto con i carabinieri è tornato nella chiesa di san Placido per cercare alcuni pezzi mancanti. Li ha trovati: una parte del naso della Vergine, le mani del Bambino e altri piccoli frammenti. E la statua tornerà a Ussita una volta completato il restauro.

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