Marocco, un sinodo della diocesi di Rabat a due anni dalla visita di Papa Francesco

Intervista di ACI Stampa al Cardinale Cristobal Lopez, arcivescovo di Rabat, che spiega il senso del sinodo diocesano

Il cardinale Cristobal Lopez, arcivescovo di Rabat
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Un Sinodo per portare la piccola Chiesa che è in Marocco, e in particolare quella diocesi di Rabat, a interrogarsi su se stessa, a guardare al presente e al futuro. Il Cardinale Cristobal Lopez, arcivescovo di Rabat, spiega il senso del sinodo diocesano da lui convocato nella arcidiocesi, dal tema “A causa di Gesù e del Vangelo, quale Chiesa in Marocco”.

Da dove viene la scelta del tema del Sinodo?

Tutta la Chiesa locale deve chiedersi come vivere la sua missione concretamente, sia nel luogo dove si trova oggi che nel futuro. Per questo, il nostro Sinodo diocesano non può che avere altro tema che non sia “noi stessi”. Vale a dire: quale è la nostra missione in Marocco, come viverla, che stile di Chiesa dobbiamo “essere”.

La domanda è chiara: quale Chiesa per il Marocco? Ma quale Chiesa è stata fino ad ora per il Marocco? E cosa si può fare meglio?

La nostra è una Chiesa insignificante (siamo meno dello 0,1 per cento della popolazione), ma desidera essere significativa, e desidera essere segno e sacramento del Regno di Dio. La nostra Chiesa è molto “cattolica”, vale a dire universale. I cristiani sono tutti stranieri provenienti da più di 100 Paesi. Questo è molto bello, però dobbiamo studiare come creare comunione tra noi e vivere in comunione. La nostra Chiesa particolare è ecumenica, aperta e in relazione con tutte le altre comunità cristiane (ortodossi, anglicani, protestanti). Ma crediamo che la nostra dimensione ecumenica possa e debba approfondirsi ed estendersi. La nostra Chiesa è samaritana: aiuta chi ha bisogno, chi è vulnerabile. Ma stiamo facendo tutto il possibile e nel miglior modo possibile? Certo che no. Per questo dobbiamo pensare insieme, per scoprire come essere oggi ed essere veramente “buoni samaritani” per i nostri fratelli.

La nostra Chiesa è una Chiesa di incontro e di dialogo. Eppure, sebbene abbiamo fatto una buona pret del cammino, possiamo fare molto di più.

Per esempio?

Per esempio, come vivere il dialogo islamo-cristiano dopo la visita del Papa, dopo la Fratelli Tutti, dopo il documento della Fraternità Universale firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam al Tayyeb? Insomma, la realtà del Paese e della Chiesa universale sono molto cambiate in questi 25 anni trascorsi dall’ultimo sinodo diocesano. Per questo è necessario e conveniente percepire e accettare le sfide di queste nuove realtà e cercare insieme le migliori risposte a queste sfide.

Dopo il viaggio di Papa Francesco, la Chiesa in Marocco sembra un po' oscurata, fuori dai media. Ma cosa è successo in questi due anni?

Non c’è dubbio che la visita del Papa ci ha messo con forza davanti alle telecamere e agli obiettivi del mondo intero, a un livello che, logicamente, non si può, né si deve mantenere. Ma grazie a questa visita, l’interessa per la nostra Chiesa e il rispetto e apprezzamento nei suoi confronti aumentano di giorno in giorno. Le autorità e il popolo marocchino si interessano a noi e chiedono sistematicamente la nostra partecipazione negli incontri interreligiosi. Abbiamo ricevuto sacerdoti da diverse diocesi, specialmente africane: sono venuti e hanno installato nuove congregazioni religiose; abbiamo incrementato le attività pastorali e formative. Si è consolidato il lavoro della comunicazione nella sua dimensione digitale. Infine, abbiamo convocato il Sinodo diocesano. E tutto questo durante 15 mesi pandemia, con tutte le limitazioni connesse alla situazione.

Quale è il modello di dialogo interreligioso che può fornire la Chiesa in Marocco oggi?

Soprattutto, il modello di dialogo della vita, dell’amicizia, della convivenza pacifica e amichevole, della buona vicinanza. In questa dimensione del dialogo islamo-cristiano, tutti possono e debbono partecipare, nessuno si può sentire escluso. Si pratica e si vive nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici e di trasporto, nei quartieri poveri, nei club, nei centri culturali, sempre e in ogni modo. Questa dimensione basica del dialogo interreligioso non esclude né toglie importanza alle altre, ma solo sostegno appoggio. Per questo diamo anche valore al dialogo delle opere (impegno congiunto in favore delle grandi cause dell’umanità), e al dialogo teologico che condivide la vita di fede e il dialogo mistico della preghiera congiunta.

Come vivere il dialogo quotidianamente?

Per vivere il dialogo quotidianamente, il cristiano deve sapersi e sentirsi come “sacramento dell’incontro”. Per questo, in questi due anni il nostro motto è stato: “Battezzati e inviati, siamo sacaramento dell’incontro”. Dobbiamo essere una Chiesa in uscita, ma non può esisere che siamo cristiani in uscita, in marcia verso l’alro, in attittudine di visitazione permanente. Per vivere in uno stato di dialogo, sono necessarie rte cose, che, in una espressione classica, si delineano così: la forza dell’identità, il coraggio dell’alterità, la sincerità delle intenzioni”. Il modelo di dialogo che proponiamo e offriamo non può essere altro che Dio stesso: pur essendo Dio, entra in dialogo di amore con l’umanità. E la Chiesa, nelle parole di Paolo VI, “si fa dialogo, si fa conversazione”.

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