Migrazioni, l'impatto del viaggio a Lesbo. E la politica europea

Strasburgo, la sede del Consiglio d'Europa
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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A Strasburgo, il  viaggio del Papa a Lesbo è sulla bocca di tutti. Ne parlano, in molti, nell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa che si tiene tra il 19 e il 23 aprile. Lo citano tra i corridoi di quella sorta di piccolo anfiteatro appena fuori Strasburgo, che un po’ ospita il Parlamento, un po’ proprio l’Assemblea Parlamentare del Consiglio. Ma se l’impatto emozionale della visita del Papa è stato forte, qui si fa soprattutto politica. Una politica che la Santa Sede osserva, con attenzione. Cercando di comprendere dove va il mondo, ed eventualmente correggerlo nel senso del bene comune.

Osservatore del Consiglio d’Europa la Santa Sede lo è dagli anni Sessanta. È entrata come osservatore in un dipartimento del Consiglio, quello della Cultura, quando ancora non si era definito bene se era possibile o meno avere degli osservatori. Ed è stato il primo Stato non membro a farlo. Una presenza discreta, che però sta a testimoniare come da sempre la Chiesa creda nel progetto europeo.

A Bruxelles, la Santa Sede ha addirittura stabilito un nunzio presso l’Unione Europea, come se questa fosse già un organismo con una politica condivisa. A Strasburgo, invece, c’è un Osservatore Permanente al Consiglio d’Europa. Non fa molti discorsi, come capita agli Osservatori presso le agenzie delle Nazioni Unite. Ma informa sui temi in discussione la Segreteria di Stato, cerca di anticipare le discussioni. Dal 2006, poi, gli osservatori possono inviare un loro rappresentante ad osservare le riunioni delle delegazioni dei ministri.

Cosa fa la Santa Sede al Consiglio d’Europa? Contribuisce al progetto europeo, ricorda la centralità della persona umana da applicare nelle politiche pubbliche, contribuisce attivamente al dibattito, cercando di portare all’elaborazione di norme generali che stabiliscano un rispetto effettivo della persona umana.

Sempre più difficile. Il Consiglio d’Europa è un organo differente dal Parlamento europeo. Non vi rientrano solo gli Stati membri, ma anche quelli coinvolti a un titolo più largo nel progetto europeo. E i lavori del Consiglio sono osservati anche da un colosso come gli Stati Uniti. Per fare un esempio, tra i membri del Consiglio d’Europa c’è anche la Turchia, così come la Russia.

“Molti Stati che sono all’interno del Consiglio spingono per diventare membri a pieno titolo dell’Unione Europea. Per questo, il Consiglio cerca di seguire quello che fa l’Europa, di mettersi in qualche modo a disposizione dell’Europa”, spiega uno dei tanti lobbysti che ogni giorno frequentano le stanze del Consiglio.

Lo dimostra la discussione che ha luogo nell’ultima assemblea parlamentare, tutta incentrata – appunto – sul tema delle migrazioni. Un tema diventato cruciale in Europa. C’è il primo ministro turco Davutoglu che ci tiene a sottolineare come la Turchia sia pienamente nei valori europei in termini di accoglienza. Dal canto suo, alcuni Stati danno man forte, sottolineano che l’Europa avrebbe fallito se avesse dovuto affrontare una emergenza migrazioni pari a quella che ha affrontato la Turchia.

Si tratta di un gioco di posizioni. Perché nel frattempo, un rapporto del Consiglio d’Europa ha criticato con forza il recente accordo Europa-Turchia per i rifugiati. Lo aveva già fatto il Vaticano, con toni forti. Ma in questo caso, il significato che assume la critica ha un altro impatto, tutto politico.

Il rapporto – presentato dalla Parlamentare olandese Trineke Stirk - ha messo in luce numerose preoccupazioni in tema di diritti umani, specialmente per il fatto che i migranti sono tenuti in centri rifugiati sovraffollati e anche il fatto che sono state attuate protezioni legali inadeguate per quanti chiedevano asilo.

Ma il rapporto muoveva anche un attacco all’Europa, considerata “vergognosamente lenta” nell’aver trasferito i rifugiati dalla Grecia ad altre nazioni. Sono stati solo 937 quelli che hanno trovato una nuova casa, su 160 mila che erano in cerca di casa.

Dall’altra parte, Dimitris Avramopoulos, Commissario Europeo per l’Immigrazione, ha detto che la situazione in Grecia è migliorata, e ha sottolineato che nessun rifugiato è stato riportato in Siria dalla Turchia, e ha citato a supporto di ciò i dati di Amnesty International.

È evidente che alla fine il problema è solo politico. Anche perché in ballo è anche la richiesta della Turchia di avere libero accesso all’Europa per i suoi 79 milioni di cittadini a partire da giugno. La Turchia, insomma, mette un piede in Europa e cerca sostenitori.

Ecco allora che ritorna l’idea del viaggio di Papa Francesco all’Isola di Lesbo. Un viaggio citato nei corridoi, ma difficilmente in un discorso ufficiale. Un diplomatico di lungo corso ci tiene a spiegare fuori dai microfoni che il viaggio di Papa Francesco a Lesbo è stato il primo in un Paese europeo parte dell’Unione Europea. Ed è un dettaglio non di poco conto.

“Da una parte, Papa Francesco si è mostrato favorevole al progetto europeo. Dall’altra, ha mostrato i limiti dell’accordo tra Unione Europea e Turchia. E infine, ha dato lui stesso l’esempio,” spiega il diplomatico.

Se i corridoi umanitari – è la formula utilizzata per il trasferimento di rifugiati a bordo dell’aereo papale – sembrano essere l’unica soluzione, è anche vero che una ospitalità indiscriminata rischia di cambiare pesantemente gli equilibri di una nazione.

Ed è qui che i lobbysti cattolici riflettono, non prendono una posizione. La questione non può essere risolta semplicisticamente, né ideologicamente. Ha bisogno di progetti nazionali, che solo le nazioni possono portare avanti.

Cosa può fare la Santa Sede? Porta la sua visione orientata sul bene comune, e osserva le dinamiche in corso. Il tema migrazioni è delicato, e stranamente al Consiglio d’Europa ha preso solo un pezzo di dibattito, mentre molto in questa assemblea parlamentare è stato focalizzato sul ruolo delle donne in politica. Si spera che la Santa Sede possa inserirsi poi nel dibattito con tutto il suo peso. Ma l’impatto diplomatico dipenderà anche dalla riforma della Curia: un cardinale presidente del Pontificio Consiglio delle Migrazioni ha sicuramente un impatto maggiore – anche a livello diplomatico – di un capo dipartimento delle Migrazioni all’interno di un più grande dicastero. E forse anche di questo si è parlato all’ultimo Consiglio dei Cardinali, quando si è discusso anche del ruolo dei nunzi.

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