Monsignor Becciu: “I viaggi di Papa Francesco per innaffiare semi di speranza”

L'Arcivescovo Angelo Becciu
Foto: CNA
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“Francesco, dal 2013, come avevano fatto i predecessori, ha aggiunto il suo tocco personale ai viaggi apostolici, anch’egli senza rinunciarvi. Il Santo Padre cerca di acconsentire, tra i tanti inviti che riceve, specialmente a quelli provenienti da Paesi per i quali ritiene che la sua presenza possa essere di aiuto e di incoraggiamento”. Così parla l’Arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di Stato Vaticano, alla presentazione del libro del giornalista Andrea Tornielli “In viaggio”, che racconta “in presa diretta” i grandi temi e i gesti del pontificato di Papa Francesco attraverso le tappe internazionali compiute da Papa Bergoglio.

L’Osservatore Romano pubblica il suo intervento: “Si comprendono in quest’ottica – aggiunge Monsignor Becciu -  il viaggio in America latina nel 2015, i viaggi in Asia e Africa, come pure quelli finora compiuti nel continente europeo e le preferenze accordate ai martoriati Balcani o all’isola greca di Lesbo, porto d’approdo di migliaia di rifugiati e migranti, molti dei quali sfollati da zone di guerra e da situazioni su cui troppo spesso noi abbiamo fatto finta di non vedere”.

Francesco ribadisce anche in questo libro che non gli è mai piaciuto viaggiare, essendo un abitudinario. E Papa Francesco cambia a sua volta alcune delle solite abitudini nei viaggi papali: “Una delle costanti, direi irrinunciabili per l’attuale successore di Pietro anche quando viaggia – afferma monsignor Becciu -  è il contatto continuo e per quanto possibile libero con la gente. Nel libro vengono ricordate le ragioni che spinsero Francesco a non utilizzare la cosiddetta papamobile con i vetri antiproiettile, sulla quale erano saliti i suoi due immediati predecessori. Il Papa, alla vigilia della partenza per il viaggio apostolico in Brasile nel luglio 2013 — la sua prima trasferta internazionale motivata dalla giornata mondiale della gioventù già a suo tempo stabilita da Benedetto XVI — volle scegliere il mezzo sul quale avrebbe viaggiato tra la folla, un mezzo aperto, che gli permettesse in ogni istante il contatto diretto con le persone, il contatto tra il pastore e il suo popolo”.

L’Arcivescovo racconta infine alcuni suoi ricordi personali, soprattutto alcuni del viaggio nel novembre 2015 nella Repubblica Centrafricana: “In tanti avevano provato a dissuadere Francesco, facendo presente i rischi a cui sarebbe andato incontro nella capitale di un paese ancora teatro di episodi cruenti di guerriglia, con rapimenti e uccisioni. Ricordo bene che il Papa disse chiaramente di non essere preoccupato per eventuali pericoli che riguardassero la sua persona. Ma di esserlo, invece, per eventuali rischi riguardanti la folla di fedeli presenti alle cerimonie pubbliche o le persone radunate lungo le strade per accoglierlo e salutarlo. Come pure si disse preoccupato del pericolo per chi viaggiava con lui, per il suo seguito composto dai più stretti collaboratori della curia, i cerimonieri, il personale di sicurezza, i giornalisti”.

“Il Papa – conclude l’Arcivescovo - viaggia per annunciare il Vangelo, per confermare i fratelli nella fede, per promuovere la convivenza, la fraternità tra religioni, etnie e popoli diversi. Non rappresenta una potenza terrena, non ha poteri, non ha interessi di tipo economico o strategico. Il Papa viaggia per incoraggiare processi positivi in atto, per innaffiare — anche soltanto un poco — semi di speranza. E agisce attraverso i suoi rappresentanti nei vari paesi del mondo per favorire la pace, le soluzioni negoziate, il dialogo”.

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