Nel monastero di Santa Teresa di Tolentino sono ritornate le claustrali

La ricostruzione dopo il terremoto del 30 ottobre del 2016, ecco come vivono ora le Carmelitane scalze

Il nuovo monastero
Foto: Simone Baroncia
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A Tolentino domenica 30 ottobre, a 6 anni esatti dalla scossa di terremoto che devastò gran parte dei paesi del Centro Italia, è stato benedetto dal vescovo di Macerata, mons. Nazareno Marconi, l’altare del ricostruito monastero di Santa Teresa, che ritorna ad ospitare le monache dell’ordine delle Carmelitane Scalze, costruito su tre piani, su una superficie complessiva di circa 2.500 metri quadrati, realizzato con pareti portanti e telaio in legno.

Nell’omelia di consacrazione il vescovo della diocesi di Macerata ha sottolineato il significato della consacrazione dell’altare: “La solidità di questa pietra è simbolo di Cristo, che stabilmente si ferma in questa casa che è di Dio, di una comunità di consacrate, di tutti noi. Donerà stabilità alle nostre vite fragili. Il monastero contemplativo come questo è la scuola dove venire ad apprendere come aprire gli occhi del cuore”.

Così dopo una spiegazione accurata del valore religioso di un altare ha rivolto un augurio alle Carmelitane: “Carissime sorelle carmelitane il mio augurio è questo: ogni fratello e sorella che verranno in questo monastero  possano vedere Dio nei vostri occhi. Questo è il vostro modo di evangelizzare e noi abbiamo bisogno di vedere il Signore negli occhi di chi lo vede”.

Davanti a tanti fedeli presenti a questa benedizione la madre priora del convento, suor Maria Chiara Tani, non ha nascosto la sua felicità: “E’ un’emozione indescrivibile. Il monastero per noi, che non usciamo, non è solo la casa, ma acquista una valenza molto più importante: è il mondo della preghiera, che ci consente di essere vicino a chi quotidianamente vive nelle città e ci chiedono sostegno spirituale. La prova è questa sorpresa di oggi, anche se lo sapevamo; siamo sorprese dell’affetto che stiamo ricevendo dai cittadini di Tolentino. Non immaginavamo di essere così mancate alla comunità locale”.

E dopo aver ripercorso le tappe di questi sei anni, iniziata con una frettolosa dipartita a Fano la sera di quella domenica 30 ottobre 2016 per trasferirsi a Cascia nell’anno successivo la madre priora racconta il ritmo della giornata: “Le nostre giornate alternano preghiera e lavoro, solitudine e fraternità. Ci alziamo alle ore 5.30 ed alle ore 6.00 cantiamo le Lodi, cui segue un’ora di preghiera silenziosa, caratteristica del Carmelo teresiano. Alle ore 7.30 c’è la celebrazione della Santa Messa, il ringraziamento e l’Ora Terza. Dopo colazione inizia il tempo di lavoro. Alle ore 11.00 inizia la Lettura, l’Ora Sesta e il pranzo. Riordiniamo la cucina, abbiamo un’ora di ricreazione insieme e poi uno spazio di tempo libero. Alle ore 15.30 l’Ora Nona ed il lavoro. Alle ore 17.30 la preghiera silenziosa che si conclude alle ore 18.30 con il canto dei Vespri. Alle ore 19.15 la cena, il riordino e la ricreazione. La giornata si chiude con la preghiera di Compieta e l’Ufficio delle Letture”.

Qual è il carisma teresiano?

“La parola ‘amicizia’ concentra l’intuizione che mosse santa Teresa a rinnovare l’Ordine del Carmelo nel XVI secolo. L’amicizia si esprime nel dialogo silenzioso della preghiera e in relazioni fraterne esigenti e schiette all’interno di Comunità piccole (il numero massimo è 21). Amicizia è offerta a chiunque si accosta a noi e anche a chi non ci conosce, perché la preghiera non è mai idillio solitario e disincarnato, ma è sempre orientata al bene di tutti”.

Per quale motivo per santa Teresa la preghiera serve anche per conoscere la psicologia umana?

“E’ la prospettiva di Dio, ma soprattutto è un viaggio verso la felicità, verso quei valori autenticamente umani, che solo Dio può darli perché li ha creati insieme all’uomo e li ha donati all’uomo”.

E sempre nella stessa domenica a Norcia l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, ha presieduto un momento di preghiera per fare memoria dell’evento sismico nella cripta della basilica di san Benedetto. La riflessione dell’arcivescovo ha trovato il fondamento nel capitolo 3 del Libro di Qoèlet, dove si dice che ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo: 

“Fare memoria vuol dire sempre necessariamente ‘imparare’. Sorge spontanea allora la ricerca di un insegnamento da quello che abbiamo vissuto. Il sapiente antico appena ascoltato ci ricorda che la dimensione della vita dell’uomo si realizza in un tempo preciso, dove ogni istante ha la sua ragion d’essere. E’ qui e ora che viviamo ed esprimiamo il nostro essere in tutta la sua umanità e nelle sue contraddizioni”.

Il libro di Qoèlet è un invito a rispettare ed a discernere il tempo: “La legge della vita esiste, e la sua armonia si può udire e gustare solo sintonizzandosi con i suoi tempi giusti… Quando l’uomo comprende, nel dolore, di non essere il padrone delle cose la cui esistenza lo affascina e seduce, allora può voltarsi, assumere uno sguardo nuovo sulla realtà e scoprire lo scorrere misterioso e sapiente della vita. Quando è stato capace di continuare a camminare nonostante la fatica e la delusione, dopo aver rinunciato per sempre alle consolazioni non vere, può scoprire all’improvviso una nuova gioia di vivere. E’ questo il grande miracolo che continua ad accadere tutti i giorni sotto il sole”.

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