Nella diocesi di Mileto si sperimenta una Chiesa sinodale

Un momento della celebrazione del sinodo diocesano
Foto: Diocesi di Mileto
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Mettersi ‘in movimento creativo’ sognando per la Chiesa di Mileto-Nicotera-Tropea “un percorso storico concreto di ‘stile’ e di ‘pratica’ di una sinodalità che ci aiuti tutti a vivere sulla scia di una Chiesa ‘in uscita’ senza rimpianti, pronta a inforcare occhiali capaci di cogliere e di comprendere la realtà e, quindi, disponibile a misurarsi e a muoversi su orientamenti pastorali di frontiera mirati a rendere più giusta e fraterna la comunità degli uomini e delle donne di questa nostra porzione di Chiesa”.

E’ quanto ha detto il vescovo, mons. Luigi Renzo, nella cattedrale cittadina, aprendo il Sinodo, a distanza di quasi 60 anni da quello celebrato da mons. Vincenzo De Chiara nel 1959: “Vogliamo farlo per non perdere la speranza e per non sprecare gli stimoli della vita buona del Vangelo. ‘Non adeguatevi alla mentalità di questo mondo’, ci raccomanda il Signore tramite l’Apostolo Paolo. Ed è quello che vogliamo fare camminando con  i piedi per terra, incarnati in questo ben delineato territorio vibonese, lasciandoci attrarre e guidare dalla Parola vivificante  di Dio: per questo è stata scelta come icona-guida del cammino sinodale l’incontro di Gesù con la Samaritana al Pozzo di Sicar”.

Attraverso lo strumento sinodale il vescovo propone ai propri fedeli di interrogarsi per comprendere meglio la “Chiesa che siamo, con le sue zone di ombra, ma soprattutto con le sue luci, per lasciarci illuminare sui percorsi ecclesiali da intraprendere al fine di costruire con un impegno deciso e condiviso da tutti la Chiesa che vogliamo, in coerenza con le sollecitazioni  che  ripetutamente ci sta rivolgendo papa Francesco soprattutto con l’Esortazione Apostolica ‘Evangelii gaudium’. Il Sinodo Diocesano, a cui guardiamo con attesa e fiducia, vorrà aiutarci a maturare insieme il ‘cammino comune’, con obiettivi comuni e senza tentennamenti o riserve di sorta”.

Infatti la ‘cultura del provvisorio’, caratterizzata da una ‘apostasia silenziosa’ “ci  porta ad essere schiavi  delle cose di questo  mondo, chiusi sotto una cappa irrespirabile, in cui Dio o resta fuori, o risulta essere insignificante nelle  nostre scelte concrete”. Però tale cultura rappresenta anche una sfida per il cristiano per recuperare una fede ‘profetica’: “La nostra fede è un tesoro che portiamo in ‘vasi di creta’ (2 Cor. 4,7): per questo siamo chiamati a custodirla come si custodiscono le cose più preziose. Nessuno ci rubi questo tesoro, né esso  perda con il passare del tempo e con l’affievolirsi dell'impegno la sua bellezza. Ci rendiamo conto come ogni giorno la nostra fede è messa a dura prova dalle sfide del mondo: un motivo in più per cambiare le cose ed essere noi ‘più avveduti dei figli delle tenebre’ di questo mondo”.

Il modello sinodale era stato annunciato ai fedeli attraverso la lettera pastorale, ‘Una Chiesa in stile sinodale’, che delinea lo svolgimento del Sinodo fino al 2020:  “Lo stile e il metodo sinodale costituisce la via maestra che la nostra Chiesa sarà chiamata a percorrere in comunione con la Chiesa italiana senza dare nulla per scontato”. Per il presule la Chiesa ‘è sinodalità’ se esiste “la volontà di un cammino comune, convergenza di pensiero e di azione, un vivere ed operare insieme, per lo stesso fine, in vista degli stessi risultati”.

Per mons. Renzo nell’opera pastorale “non si tratta certamente di fare rumore o di accendere motori, quanto piuttosto di accogliere Dio nella nostra vita ed avere fiducia che è Lui stesso a muovere la nostra piccolezza per renderla potente al punto da agire nel cuore degli uomini. Il coraggio di osare e di sognare, come spesso ci sta esortando il Papa, ci consentiranno di non sentirci e di non operare da soli (‘soli si muore’ diceva una vecchia canzone), ma insieme agli altri realizzando una Chiesa in stile sinodale”. Per il vescovo la sinodalità è un segno dei tempi, in quanto delinea il compito del Pastore: “E’ servendo il Popolo di Dio che ciascun  Vescovo (ma possiamo  aggiungere ogni pastore) diviene, per la porzione del gregge a lui affidata, vicarius  Christi, vicario di quel   Gesù che nell’ultima cena si è chinato a lavare i piedi degli apostoli.

E, in un simile orizzonte, lo stesso Successore di Pietro altri non è che il ‘servus servorum Dei’. Non dimentichiamolo mai! Per i discepoli di Gesù, ieri oggi e sempre, l’unica autorità è l’autorità del servizio, l’unico potere è il potere della Croce”. Inoltre la sinodalità ha una propria pedagogia, che deve essere riscoperta per essere una presenza viva nel proprio territorio: “Per trovare risposte comuni alle sfide del territorio in cui si vive , impone questo guardare avanti comunitario senza paura di sporcarsi e magari anche di scontrarsi con posizioni ideologiche e prassi diverse. Nella nostra società liquida la Chiesa in stile sinodale riesce a stare ‘dentro’, sempre pronta ad accogliere chiunque per dare le risposte di senso necessarie, liberandosi dei fili spinati interiori che potrebbero impedire di comunicare e di svolgere la sua missione salvifica”.

E per far comprendere cosa intende per Chiesa sinodale in ‘uscita’ fornisce una lettura ecclesiologica della fiaba dei fratelli Grimm, ‘La bella addormentata’: “Partendo dalla fiaba, mi piace darne una lettura in chiave ecclesiale individuando nella principessa la Chiesa, oggetto delle premure e dell’attenzione di Dio. Le fate buone sono la grazia di Dio che porta salvezza e santità (i doni della bellezza, saggezza e talenti vari). La fata malevola è il male presente nel mondo che attacca violentemente la Chiesa, come il drago dell’Apocalisse. Malgrado le precauzioni (gli arcolai che vengono banditi dal regno), il male ce la mette tutta per avere il sopravvento, finché l’arrivo del principe innamorato rimette le cose a posto risvegliando la vita del castello: col suo bacio  di misericordia Gesù Salvatore risveglia la Chiesa, sua sposa, ridandole l’entusiasmo della fede e lo slancio   missionario, necessari per maturare lo stile sinodale. Lo stile sinodale, allora, non è frutto della nostra bravura, ma è dono di Gesù (il principe che dà il bacio), dono che dobbiamo cercare nella preghiera.

La principessa addormentata ed il castello aggrovigliato tra i rovi riprendono vitalità e coraggio proprio perché c’è il principe, cioè al cuore de la Chiesa c’è e resta Gesù: ‘Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei  secoli’”. Quindi la presenza di Gesù rende la Chiesa una convivialità: “per cui ai cristiani si addice lo stile di pensare, decidere, progettare insieme. Siamo in tanti, ma tutti per una comune missione. E’ proprio questo sentire di fede che dispone alla mutua accoglienza, allo spirito collaborativo, alla volontà della condivisione, che trova esaltante esperienza nella convivialità eucaristica”. 

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