Non fosse stato per Pio X, Perosi non avrebbe mai musicato quel testo di Dante

Due anni fa è eseguito un testo del Maestro Perosi che era rimasto inedito. Commissionato dal vicerettore del Seminario Patriarcale di Venezia, fu scritto grazie all’intercessione del Cardinale Sarto

Monsignor Lorenzo Perosi
Foto: Biblioteca Apostolica Vaticana
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Quel brano, il maestro Lorenzo Perosi non lo avrebbe voluto scrivere. Già organista di Montecassino, chiamato a dirigere il Coro Patriarcale di Venezia, nel 1898 monsignor Lorenzo Perosi viene nominato direttore del Coro della Cappella Sistina, incarico che terrà fino alla morte. E così, quando nel 1900 arriva la richiesta di Don Giovanni Ieremich, vicerettore del seminario, Perosi è riluttante. Lo convince il Cardinale Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia, in poche righe scritte di suo pugno. Nel 1903, il Cardinale sarà eletto Papa, e prenderà il nome di Pio X.

Il carteggio è stato ritrovato da don Paolo Padrini, sacerdote conosciuto per aver ideato la app IBreviary, ma anche direttore artistico del Festival Perosi che si tiene a Tortona, la città natale del Maestro. E in quel carteggio si condensa molta della vita di Perosi: le pressanti richieste, le difficoltà dell’incomprensione, ma anche la stima dei grandi, che gli permise di mantenere il suo posto di direttore del Coro della Sistina anche durante due pesanti crolli nervosi che lo portarono a rinnegare tutto il lavoro precedente.

Il brano richiesto a Perosi era ispirato al XXXIII canto del Paradiso di Dante. La composizione fu eseguita solo nel 1900, presente lo stesso monsignor Perosi. Poi, è stata ritrovata a fine anni Novanta da padre Albino Varottit, eseguita più volte nella "chiesa di Dante" a Ravenna. Don Padrini, poi, ha fatto eseguire il brano in pubblico due anni fa.

Colpisce, nell’anno dantesco, che questo brano andava a musicare proprio alcuni dei versi più celebri del Sommo Poeta, quell’ode alla “Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio” che rappresenta anche una vetta difficilissima da raggiungere nel campo delle preghiere mariane. E, come tradizione nelle composizioni perosiane, è la musica a seguire il testo, e le voci hanno una particolare importanza.

Di certo, era quello che si aspettava il vicerettore del seminario. Ma non era quello che voleva fare Perosi, che aveva già alcune situazioni difficili da gestire. Arrivato nel 1898 a Roma per dirigere il Coro della Cappella Sistina, si trova di fronte l’ultimo coro di evirati d’Europa. Li espelle e inserisce al loro posto giovani cantori, da affiancare ai falsettisti.

Una decisione che non piace, e che crea problemi interni. Si sa che i musici della Cappella Sistina ci tengono alla loro identità, e ai loro privilegi. Di fronte alla riluttanza nello scrivere il testo, dunque, il Cardinale Sarto prende carta e penna e scrive a Perosi dandogli del tu. “Caro don Lorenzo – si legge nella lettera – come si fa a dire a don Ieremich, a un professore di diritto canonico, che dimani (sic) potrebbe esserti avvocato di qualunque casa dovessi sostenere, fosse pure coi musici di Roma.”

Certo, al di là dei problemi con i musici, Perosi ha fatto la storia della musica. Addirittura, Giacomo Puccini sosteneva che “c’è più musica nella testa di Perosi che in quella mia e di Mascagni messi insieme”. Ma Perosi considerava tutta la sua arte al servizio di Dio. Tanto da esclamare sul letto di morte: “Ti ringrazio Signore di avermi fatto cristiano, di avermi fatto sacerdote, di avermi fatto scrivere quello che il mondo canta e canterà in tua lode”.

Nato a Tortona nel 1872 da una famiglia di musicisti, suo padre Giuseppe era maestro di cappella del Duomo di Tortona. Fu da lui che Perosi prese la passione per la musica. Enfant prodige, a soli 18 anni diventa organista di Monecassino, e lì studiò il gregoriano, che ispirò grandemente il suo stile. Perché il gregoriano segue il etsto che deve accompagnare, e così fa Perosi nelle sue opere.

Nel 1895 fu ordinato sacerdote e fu proprio nel 1897 che cominciò il periodo delle composizioni più floride o, in ogni caso, più famose e che tuttora si eseguono in moltissime cantorie:; la "Missa Pontificalis" a tre voci miste, "tribus vocibus inaequalibus", (che divenne "Prima con la pubblicazione della "Missa Secunda Pontificalis"  nel 1906); la "Missa Eucharistica", la "Missa Te Deum laudamus" per due voci pari.

Chiamato come “Direttore Perpetuo della Cappella Musicale Pontificia” nel 1898, comincia un periodo florido di composizioni: dall’oratorio "La Passione di San Marco" alla trasfigurazione di Cristo e La risurrezione di Lazzaro nello stesso anno; nel 1899, al “ Natale del Redentore”; da, La strage degli innocenti nel 1900 al Mosè nel 1901, E poi, il Giudizio Universale (19043), il Transitus Animae (1907), lo In patris memoriam (1910).

È questo il cosiddetto “momento perosiano”, che però lascia presto il posto a dei disturbi nervosi nel 1903, alla crisi per la morte del padre nel 1908, alla seconda crisi nervosa dal 1913. Eppure, la sua musica era ricercata, e fu fatto persino interdire perché non distruggesse i suoi manoscritti.

Quando si è spento, Perosi non era solo compositore di Messe ed oratori, ma era anche compositore di musica sinfonica di altro linguaggio. Eppure, molte delle sue opere sono rimaste inedite, il lavoro di ricerca da fare è ancora lungo. Ma c’è anche un altro lavoro da fare: quello della valorizzazione delle opere conosciute del Maestro.

Una sfida, oggi, in un tempo in cui la liturgia sembra essere passata in secondo piano, marginalizzata nel dibattito, e così anche la musica sacra. I mezzi ci sono. Il fondo dei manoscritti di Perosi, che si definiva “un povero prete piemontese”, si trova alla Biblioteca Apostolica Vaticana, che nel 2013 ha pubblicato un catalogo ragionato delle sue composizioni.

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