O Roma se tu non fossi Roma! John Henry Newman e la città eterna

Una lettura della corrispondenza del santo nei suoi periodi romani del professor Carola

John Henry Newman
Foto: Wikipedia
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Roma è vuota. Le immagini della città senza turisti sono surreali e ricordano solo il tempo della II Guerra mondiale. Coprifuoco si chiamava allora. Ma Roma resta comunque il sogno di chi la visita o l’ha visitata e di chi la visitava. Sogni che a volte si infrangono quando si scontrano con la realtà.

E’ il caso di un visitatore speciale come San John Henry Newman. La sua storia con Roma inizia con una passione fortissima, travolgente, quando il giovane inglese visita Roma per la prima volta, che diventa delusione e quei rigetto quando anni dopo si trova a Roma per viverci e studiare.

In una recente conferenza il professor Joseph Carola, gesuita della Pontificia Università Gregoriana dove insegna teologia, storia della Chiesa e patrologia, ha spiegato questo rapporto di amore e odio di Newman per Roma.

Newman arriva a Roma la prima volta nel 1833 in un tappa del suo viaggio nel Mediterraneo. Viene da Napoli e si innamora dell’ Urbe.

La trovò meravigliosa, maestosa, gloriosa, vasta e irresistibile, la prima di tutte le città. Tutte le altre, inclusa Oxford, sosteneva, erano come polvere in confronto. La povera Napoli “una città squallida” secondo il giovane Newman, “rumorosa, affollata e sporca” – “nient’altro che una località balneare”. Ma Roma, concludeva dopo appena cinque giorni, “è il più meraviglioso luogo del mondo””.

Visita le Basiliche e ne ammira la grandezza e la pace, si innamora delle fontane sempre zampillanti acqua. A Roma poi arrivano i giornali inglesi, ma conta di imporre l’italiano in poco tempo.

“Le lettere da Roma di Newman dal 2 marzo 1833 non mostrano soltanto le prime impressioni di un turista ma ci offrono anche le riflessioni provocatorie del giovane Newman sul posto occupato da Roma nella storia secolare e religiosa. Newman vedeva tre aspetti di Roma: 1) la Roma pagana, 2) la Roma dell’arte, e 3) la Roma cristiana” spiega Carola.

Per lui “la Roma pagana ricorda il potere odioso dei Romani, la quarta bestia delle visione di Daniele e la persecuzione della Chiesa primitiva”. Per Newman è indegno che “dopo 2500 anni il genius loci della Roma pagana è ancora vivo e rende schiava la Chiesa che risiede sui suoi 7 colli. Mette in ombra la Roma cristiana e si mescola con la Chiesa come il grano con il loglio. Il potere temporale del Vescovo di Roma che unisce indiscriminatamente Chiesa e Stato, sembra essere il diretto compimento profetico della parabola. “Che lo spirito dell’antica Roma abbia posseduto lì la Chiesa cristiana” argomenta Newman “è cosa certa”. La Roma imperiale continua a vivere nella Chiesa di Roma – nella sua universale pretesa di obbedienza, nella lingua latina e nell’astuzia politica. Newman è convinto, ancor più, che un giudizio apocalittico attende ancora lo spirito pagano che abita ancora questo luogo. “Roma è una città condannata” scrive a sua madre. Solo il suo castigo libererà la Chiesa.”

C’è poi il mondo del’ arte  a partire dai Musei Vaticani. Collezioni bellissime scrive il giovane inglese  che  denuncia veementemente il potere temporale dei Papi, (e)ammette con simpatia che, se lui stesso fosse stato Papa, avrebbe molto sofferto se i Musei Vaticani, la Basilica di S. Pietro e altri tesori artistici di Roma fossero andati perduti”.

E poi c’è la Roma cristiana.  Newman “provava un senso di orgoglio per l’antica Roma apostolica, ma soffriva molto per il moderno sistema romano che autorizzava “l’infelice perversione della verità””. Prosegue il professor Carola: “Anche se Newman percepiva “un profondo substrato di autentica cristianità” tra gli stessi italiani, lamentava il miserevole stato della Chiesa in Italia che aveva perso la sua influenza sulla popolazione comune e continuava ogni giorno per forza d’inerzia e di abitudine. “Se una mattina arriverà il gelo” dice poeticamente, “la Chiesa cadrà e perirà (parlando umanamente) come una foglia secca””.

Nella Settimana Santa del 1833 Newman è in Cappella Sistina e nella Basilica di san Pietro. Il 9 aprile, finita la Pasqua Newman torna a Napoli. “Da Napoli scrisse alla sorella Jemima confidandole di aver lasciato metà del cuore a Roma, non alla città di Roma, ma a Roma protagonista della storia sacra. “Per quanto concerne Roma” confessa in un’altra lettera,

“non posso evitare di parlare di questo. Avete le tombe di S. Paolo e di S. Pietro, e di S. Clemente, chiese fondate da S. Pietro e Dionigi (AD 260) e altre nelle catacombe che venivano usate nel tempo delle persecuzioni – la casa e la mensa di S. Gregorio, i luoghi del martirio dei due Apostoli, ma l’elenco è senza fine, o Roma se tu non fossi Roma!”

Per Newman il ritorno a Roma nel 1846 ha tutto un altro sapore. Diventato cattolico si prepara al sacerdozio. Arriva in città in un piovoso giorno di fine ottobre. L’incanto è finito. Dopo un mese scrive: “Non ho mai visto una città con la decima parte di sporcizia nelle strade come qui”.

La descrive in modo indiretto nella sua novella Loss and Gain dove il protagonista uno studente universitario di Oxford convertito al Cattolicesimo Romano dice:

“(Roma) un luogo così tetro e malinconico; una serie infinita di cumuli di mattoni vecchi, senza forma e prossimi a sbriciolarsi; il terreno tutt’altro che livellato; le strade rialzate diritte chiuse da muri alti e monotoni, i punti di interesse sparpagliati in luoghi desolati e solitari, i palazzi scoloriti, gli alberi sistematicamente cimati, le strade con la sporcizia che ti arrivava alle caviglie, e negli occhi e nella bocca ti entravano mulinelli di polvere e festuche, il clima capriccioso, l’aria della sera micidiale. Napoli era un paradiso terrestre; ma Roma era una città di fede.

 

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