P. Cantalamessa: "Umiltà è quando riconosciamo la nostra superbia"

Padre Raniero Cantalamessa
Foto: Vatican Media - ACI Group
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“Essere umile davvero significa avere il cuore di Gesù. Dio ama l’umile perché l’umile è nella verità”. Lo ha detto stamane Padre Raniero Cantalamessa, Predicatore della Casa Pontificia, nella terza predica di Quaresima nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano, alla presenza di Papa Francesco e della Curia Romana.

Il ragionamento di Padre Cantalamessa parte da San Paolo: “Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione. Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi”. Cosa vuol dire essere umili? Rendersi conto che “siamo radicalmente superbi e che lo siamo per colpa nostra, non di Dio”.

“Aver scoperto questo traguardo, o anche soltanto l’averlo intravisto come da lontano, attraverso la parola di Dio - ha osservato il religioso - è una grazia grande. Dà una pace nuova. Come chi, in tempo di guerra, ha scoperto che possiede sotto la sua stessa casa, senza neppure dover uscire fuori, un rifugio sicuro contro i bombardamenti, assolutamente irraggiungibile”.

Modello di umiltà insuperabile è la Madonna. In Maria l’umiltà è “un prodigio unico della grazia. Sebbene Maria avesse accolto in sé quella grande opera di Dio, ebbe e mantenne un tale sentimento di sé da non elevarsi sopra il minimo uomo della terra. Qui va celebrato lo spirito di Maria meravigliosamente puro, ché mentre le viene fatto un onore sì grande, non si lascia indurre in tentazione, ma come se non vedesse, rimane sulla giusta via”.

“A che punto - ha aggiunto - siamo giunti in fatto di umiltà, si vede quando l’iniziativa passa da noi agli altri, cioè quando non siamo più noi a riconoscere i nostri difetti e torti, ma sono gli altri a farlo; quando non siamo solo capaci di dirci la verità, ma anche di lasciarcela dire, di buon grado, da altri. Si vede, in altre parole, nei rimproveri, nelle correzioni, nelle critiche e nelle umiliazioni”. Invece - ha concluso Padre Cantalamessa - “la vanità ha così profonde radici nel cuore dell’uomo che un soldato, un servo di milizie, un cuoco, un facchino, si vanta e pretende di avere i suoi ammiratori e gli stessi filosofi ne vogliono. E coloro che scrivono contro la vanagloria aspirano al vanto di aver scritto bene, e coloro che li leggono, al vanto di averli letti; io, che scrivo questo, nutro forse lo stesso desiderio e forse anche coloro che mi leggeranno”.

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