Padre Pizzaballa: "Cristiani in Terrasanta, una situazione difficile"

Padre Pizzaballa, Custode di Terrasanta
Foto: ACS
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Non nasconde la situazione drammatica in Terrasanta, ma guarda indietro alla preghiera per la pace nei Giardini Vaticani. Giambattista Pizzaballa, francescano, Custode di Terrasanta, quella preghiera per la pace l’ha organizzata. E spiega in esclusiva al gruppo ACI che “scopo di quell’incontro era di mostrare che è possibile, se si vuole, stare insieme, pregare insieme, pur rimanendo ognuno nella sua diversità”.

Padre Pizzaballa è a Roma per un incontro sui “Cristiani in Medioriente”, organizzato da AVSI e la Fondazione Oasis. La Custodia di Terrasanta vive una situazione particolare. Ci sono alcune tensioni diplomatiche tra Israele e Santa Sede, dovute anche al recente accordo della Santa Sede con lo Stato di Palestina. Le scuole cattoliche vivono un momento difficile, perché il governo israeliano ha sempre più tagliato i finanziamenti. I conflitti nell’area mediorientale toccano anche il piccolo Stato di Israele, su cui si ripercuoto molte delle tensioni.

Per quello, il pensiero va subito alla preghiera per la pace nei Giardini Vaticani, nel giugno 2014, che unì Papa Francesco, il Patriarca Ortodosso Bartolomeo, l’allora presidente israeliano Shimon Peres e il presidente Palestinese Nethanyahu. Una preghiera che Papa Francesco ha più volte ribadito non essere “stata inutile”, nonostante la situazione non sia poi molto cambiata.

“Non è corretto chiedere qual è l’effetto della preghiera – afferma padre Pizzaballa – perché la preghiera non produce effetto. Piuttosto, crea comportamento, mostra una visione. E questo era proprio l’obiettivo di quell’incontro: dare un segnale”.

Spiega padre Pizzaballa che “i cristiani in Terrasanta sono pochi. Il 60 per cento di loro è in Israele, il 40 per cento è in Palestina. Rappresentano l’1,5 per cento dell’intera popolazione. Sono minoranze, si affrontano dei problemi. Ma questi problemi sono niente se confrontati con quello che vivono i cristiani in Siria e in Iraq”.

Uno di questi problemi è appunto il taglio di fondi alle scuole cattoliche, che pure rientravano tra i finanziamenti statali. “Siamo al punto di non poter portare avanti le scuole, allora abbiamo fatto uno sciopero arrivare a una sorta di mediazione. Stiamo ancora negoziando. Ma senza scuole cristiane in Israele, la comunità cristiana non può sopravvivere”.

In generale, “le relazioni tra cristiani e musulmani e tra cristiani ed ebrei sono molto differenti. La maggioranza dei cristiani qui è di origine araba, vanno in generale nelle stesse scuole. Il dialogo non è sempre facile, ma si innesta nello stesso ambiente istituzionale di riferimento. E i musulmani frequentano le istituzioni cristiane, le scuole, gli ospedali: lì ci incontriamo ed entriamo in relazione con loro”.

Gli Ebrei, invece, “hanno le loro istituzioni”, e dunque il dialogo “va piuttosto avanti a livello di studi, di incontri interreligiosi”.

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