Papa Francesco: “La lotta alla corruzione è cominciata con Papa Benedetto”

Papa Francesco tiene la conferenza stampa in aereo di ritorno da Bangui, 30 novembre 2015
Foto: Martha Calderòn, inviata del gruppo ACI sul volo papale
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La lotta alla corruzione, cominciata con Benedetto XVI. L’ammonimento ai giornalisti, perché agiscano con professionalità. E poi, i prossimi viaggi, un bilancio di quest’ultimo, l’attacco all’idolatria del denaro, le possibilità del dialogo interreligioso. Nella consueta intervista a tutto campo sul volo papale, Papa Francesco non si sottrae a nessuna domanda. Nemmeno quelle, scomodissime, sul secondo Vatileaks.

La lotta alla corruzione? Iniziata da tempo

Tra le varie domande, una sulle nomine di mons. Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaoqui alla Commissione pontificia di referenza sulla struttura economica-amministrativa della Santa Sede, la COSEA. Papa Francesco vola più alto della situazione particolare dei due personaggi sotto processo, per i quali, ammette, “è stato fatto un errore” e “comunque i giudici ci diranno la verità sulle intenzioni per cui l’hanno fatta”. Il tema vero, per Papa Francesco, è quello della corruzione, cui tra l’altro dedicò anche un libretto quando era arcivescovo di Buenos Aires. Ricorda Papa Francesco: “Tredici giorni prima della morte di San Giovanni Paolo II, in quella via Crucis, l’allora Cardinale Ratzinger che guidava la Via Crucis ha parlato delle sporcizie della Chiesa. Lui ha denunziato questo, ma primo! Poi muore Papa Giovanni Paolo II… nella Messa pro-eligendo Pontifice, Ratzinger era decano, lui ha parlato dello stesso (tema). Noi lo abbiamo eletto per questa libertà nel dire le cose”. È da allora, aggiunge il Papa, che in Vaticano si è parlato di corruzione. Sul processo, Papa Francesco sottolinea di non aver letto le accuse “concrete, tecniche”, ma che avrebbe semplicemente “voluto che il processo finisse prima dell’8 dicembre, dell’Anno della Misericordia. Ma credo non si potrà fare, perché io vorrei che tutti gli avvocati che difendono abbiano il tempo di difendere, che ci sia la libertà di difendere. Ma la corruzione viene da lontano”. E lui afferma che continuerà a lavorare per fare pulizia, con il Consiglio dei Cardinali.

Il tema della corruzione era stato lanciato all'inizio della conferena stampa, alla terza domanda dai giornalisti, dato che a processo ci sono anche due che lavorano come giornalisti, Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi. Al Papa era stato chiesto qual è il ruolo della stampa libera e laica nello sradicamento della corruzione. Ma Papa Francesco va anche qui oltre, parla di “stampa libera, laica, anche confessionale, ma professionale! Perché la libertà della stampa può essere laica o confessionale… l'importante è che siano professionisti davvero che le notizie non vengano manipolate. (…) La denunzia delle ingiustizie, della corruzione è un bel lavoro, e poi il responsabile deve fare qualcosa, fare un giudizio, fare un tribunale… ma la stampa professionale deve dire tutto, senza cadere nei tre peccati più comuni: la disinformazione, dire una metà e non dire l'altra metà, la calunnia. La stampa non professionale sporca l'altro. (…) Abbiamo bisogno di professionalità (…) Poi un giornalista che è un professionista vero, se sbaglia chiede scusa. "Credevo ma poi mi sono accorto di no". E così le cose vanno benissimo.”

I prossimi viaggi

Durante la conferenza stampa, Papa Francesco conferma il viaggio in Messico, e conferma di aver anche promesso che compirà un viaggio in Armenia. D’altronde, la causa armena gli è molto cara, tanto che ha voluto tenere una Messa per i fedeli di rito armeno il 12 aprile 2015, in ricordo di quello che il Papa ha chiamato “l’orribile massacro”. Intanto, il viaggio in Messico, le cui date non sono ancora decise. “I viaggi alla mia età non fanno bene”, inizia il Papa. Poi aggiunge: “Per prima cosa devo visitare la Signora, la Madre di America, per questo vado in Messico”. È la visita al Santuario di Nostra Signora di Guadalupe ad aver convinto il Papa ad andare, a Città del Messico, perché altrimenti il suo criterio è di “visitare tre o quattro città che non sono mai state visitate dai Papi”. Altra tappa, rivela il Papa, sarà il Chapas, alla frontiera con il Guatemala. Poi, tappa a Morelia, dove è arcivescovo il Alberto Suarez Inda, molto stimato da Papa Francesco, che lo ha creato cardinale. E poi “quasi sicuramente” il Papa farà una tappa a Ciudad Juarez, lì, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove passano tanti migranti e tanti indocumentados. Non è un segreto che Papa Francesco accarezzava il sogno di arrivare negli Stati Uniti da Ciudad Juarez già lo scorso settembre.

Poi, c’è la possibilità di andare ad Aparecida, al santuario “dell’altra patrona di America, di lingua portoghese” e da lì si potrà visitare qualche altro Paese, forse proprio l’amata Argentina che non vede da tre anni. Ci sono state le elezioni di recente, è stato eletto un nuovo presidente, ma Papa Francesco non fa commenti sul tema. “Io ho sentito qualche opinione, ma davvero di questa geopolitica, in questo momento, non so cosa dire… ci sono problemi, parecchi, ci sono parecchi Paesi latino americani nel cambio, ma non so spiegare…”

L’impegno per il creato e la lotta all’idolatria del denaro

E' iniziata a Parigi la conferenza ONU sul Cambio Climatico. Si tratta di definire obiettivi che poi gli Stati parte (si chiama conferenza delle Parti, COP21) dovranno mettere in pratica a partire dal 2020. La Santa Sede ci tiene all’appuntamento: Papa Francesco ha voluto che la Laudato Si fosse pronta in tempo per essere portata a Parigi, dove capo della delegazione è il Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato. Il Papa ribadisce che l’impegno deve arrivare “adesso o mai”. “Parlando ad una lezione di universitari su quale mondo noi vogliamo lasciare ai nostri figli, uno ha detto ma lei è sicuro che ci saranno figli di questa generazione? Siamo al limite, siamo al limite di un suicidio, per dire una parola forte. E io sono sicuro che quasi la totalità di quelli che sono a Parigi al raduno, hanno questa coscienza e vogliono fare qualcosa. L'altro giorno ho letto che nella Groenlandia i ghiacciai perdono migliaia di tonnellate, nel Pacifico c'è un paese che sta comprando un altro paese, perché entro venti anni non ci sarà più. Ho fiducia in questa gente che farà qualcosa, perché dire che sono sicuro che hanno buona volontà di fare, e mi auguro così e prego per questo”.

Sul tema della comune responsabilità, il Papa ha anche parlato di uno dei temi che più gli stanno a cuore: l’idolatria del denaro. Afferma che non ricorda bene le statistiche, ma che la maggior parte della ricchezza del mondo è nelle mani di pochi. “E’ un sistema economico dove al centro c’è il Dio denaro”, denuncia il Papa. E poi racconta: “Io ricordo che una volta ho incontrato un grande ambasciatore, parlava in fracese… non era cattolico… e mi ha detto questa frase: “Siamo caduti nell’idolatria del denaro”. Papa Francesco parla della visita nel quartiere povero di Kengemi, dice che lì ha “sentito dolore” e ha pensato “a come la gente non se ne accorge”. Ma torna anche sulla sua visita sull’unico ospedale pediatrico di Bangui e del Centrafrica, un fuori programma che lo ha molto colpito. “In terapia intensiva non hanno lo strumento dell’ossigeno… c'erano tanti bambini malnutriti, tanti… la dottoressa mi ha detto la maggioranza moriranno, perché hanno la malaria forte e sono malnutriti. Non voglio fare una omelia, ma il Signore rimproverava sempre al popolo di Israele l’idolatria.. E l'idolatria è quando un uomo o una donna perde la carta di identità di essere figli di Dio e preferisce cercarsi un dio a sua misura, questo è il principio se l'umanità non cambia continueranno le miserie, le tragedie, le guerre, i bambini che muoiono di fame, l'ingiustizia. Cosa pensa questa percentuale che ha in mano l'80% della ricchezza del mondo? E questo non è comunismo, questo è verità, e la verità non è facile vederla.

Dialogo interreligioso

Sempre in Centrafrica, Papa Francesco ha anche visitato una moschea, dove ha detto che “siamo tutti fratelli”. Un po’ l’impegno che si era preso in Argentina, con il trialogo portato avanti con i suoi amici, il rabbino Abraham Skorka e Omar Abboud. I seguaci dell’Islam, afferma il Papa, hanno “valori, tanti valori... questi valori sono costruttivi.” Ricorda la sua amicizia “con un islamico, un dirigente mondiale… possiamo parlare, lui ha i suoi valori, io i miei, lui prega e io prego…” Tra i valori in comune, il Papa mette in luce “la preghiera, il digiuno, i valori religiosi”. Afferma il Papa: “Non si può cancellare una religione perché ci sono alcuni o molti gruppi in un certo momento della storia di fondamentalisti. E' vero, le guerre tra religioni ci sono sempre state nella storia, anche noi dobbiamo chiedere degli estremismi fondamentalisti nella guerre di religione”. Il Papa ricorda di essere stato nella Moschea di Bangui, e lì ha pregato anche l'Imam, è voluto venire con me a fare un giro al piccolo stadio, dove c'erano tanti che non hanno potuto entrare, e sulla Papamobile c'erano il Papa e l'Imam”.

Il problema dell’Aids

Immancabile la domanda dell’Aids e sull’uso del preservativo. A fronte di una epidemia che continua, con 135 mila nuove infezioni in Uganda e una situazione ancora peggiore in Kenya, non è forse il tempo di cambiare la posizione della Chiesa sull’uso dei preservativi, che “non sono l’unico modo per fermare l’epidemia, ma è una parte importante della risposta”. Papa Francesco, però, va oltre, bolla la domanda come “piccola, parziale”, perché, sì, magari quello è “uno dei metodi”, e la Chiesa di fronte a quel metodo si trova di fronte alla “perplessità” del comandamento che “il rapporto sessuale sia aperto alla vita” ma “il problema è più grande” e fa pensare al Papa alla domanda fatta a Gesù se è lecito guarire il sabato.

Afferma Papa Francesco: “La malnutrizione, lo sfruttamento della persone, il lavoro schiavo, la mancanza di acqua potabile, quelli sono i problemi. Non parliamo se si può usare tale cerotto o tal cosa per una piccola ferita! La grave ferita è l' ingiustizia sociale, ingiustizia dell'ambiente, (...) A me non piace scendere a riflessioni così casistiche… Quando muore, la gente muore per mancanza di acqua, per fame, habitat...quando tutti siano guariti, quando non ci saranno queste malattie, tragiche, che fa l'uomo, sia per ingiustizia sociale, sia per guadagnare più soldi (pensa al traffico di armi) quando non ci saranno più questi problemi, credo che si possa fare la domanda: “E’ lecito guarire il sabato?". Ma se “si continuano a trafficare le armi… le guerre sono il motivo di mortalità più grande”. Pertanto “io dirò all’umanità: ‘Fate giustizia’ e quando tutti siano guariti, quando non ci sarà più l’ingiustizia, possiamo parlare del sabato”.

Il bilancio del viaggio

A Papa Francesco vengono anche chiesti i momenti memorabili del suo viaggio in Kenya, Uganda e Centrafrica. “Per me l’Africa è stata una sorpresa. Io ho pensato: ‘Dio ci sorprende, ma anche l’Africa ci sorprende’”. Sono stati “tanti i momenti”, ma la cosa che ha colpito di più Papa Francesco è “questo senso dell’accoglienza molto grande”, presente in tutte e tre le nazioni visitate. Poi, ognuno di questi Paesi “ha la sua identità”, dice il Papa. E li racconta così: “Il Kenya è un po’ più moderno, sviluppato. L'Uganda ha l'identità dei martiri: il popolo ugandese, sia anglicano che cattolico venera i martiri. Io sono stato nei due santuari, quello anglicano prima, poi quello cattolico, e la memoria dei martiri è la sua carta di identità. (…) In Centrafrica (ho notato) la voglia di pace, di riconciliazione di perdono”. Una voglia che viene dal fatto che, fino a poco tempo fa, nella nazione “vivevano cattolici, protestanti, islamici come fratelli”.

E, alla fine della conferenza stampa, risponde a chi gli fa notare che per molti l’Africa è sinonimo di guerra e distruzione: “L’Africa è vittima, l'Africa sempre è stata sfruttata da altre potenze. Dall'Africa venivano gli schiavi poi venduti in America. Ci sono potenze che solo cercano di prendere le grandi ricchezze dell'Africa, il continente più ricco forse, ma non pensano a far crescere il Paese, che possa lavorare, che tutti abbiano lavoro (…)L'Africa è martire, martire per lo sfruttamento. Quelli che dicono che dall'Africa vengono tutte le calamità e tutte le guerre non capiscono forse il danno che fanno all'umanità certe forme di sviluppo. E' per questo io amo l'Africa, perché l'Africa è stata la vittima di altre potenze”.

La presenza della religione nella vita pubblica

Si è parlato dell'importanza delle figure religiose. Ma le figure religiose devono intervenire nella vita pubblica? Risponde il Papa: “Se intervenire nel campo politico vuol dire fare politica, no. Faccia il prete, il pastore, l’imam o il rabbino: questa è la sua vocazione!” Il Papa invece apprezza “la politica indiretta”, fatta della predicazione dei valori, tra i quali uno dei più grandi è “la fratellanza: tra noi siamo tutti figli di Dio, abbiamo lo stesso padre”. Il Papa lo ha detto in moschea, ma anche in visita al campo rifugiati. Aggiunge: “Si deve fare una politica di unità, di riconciliazione e (è una parola che non mi piace, ma devo usarla) di tolleranza… non solo tolleranza! Convivenza, amicizia… Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni”. Il Papa ammette che il fondamentalismo c’è anche tra i cattolici. Ma “il fondamentalismo religioso non è religioso, perché manca Dio… è idolatrico!”.

Il tema della guerra ritorna quando gli si chiede della tensione tra Turchia e Russia. Il Papa non entra nel merito della questione, parla in linee generali. Sottolinea che “le guerre sono una industria, nella storia abbiamo visto tantte volte che quando un paese il bilancio non va bene allora facciamo una guerra, e finisce lo ‘sbilancio’.” Poi il Papa chiede “chi dà le armi ai terroristi per fare la guerra?” “Noi da anni stiamo in guerra e ogni volta i pezzi sono più grandi”, dice, riferendosi al concetto di terza guerra mondiale in pezzi”. Il Papa non parla della posizione della Santa Sede, ma sottolinea che “le guerre sono un peccato, sono contro l'umanità, distruggono l'umanità, sono la causa degli sfruttamenti”. E chiede che si fermino le guerre, come ha già sottolineato sia alle Nazioni Unite di New York che a quelle di Nairobi: il lavoro degli enti internazionali non sia “un nominalismo” ma “si faccia la pace”.

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