Papa Francesco, legislatore nella crisi del diritto canonico

Un libro mette in luce l’attività legislativa di Papa Francesco, con tutti i problemi ad essa connessi. Il diritto canonico è arrivato alla sua corsa finale?

La copertina del libro "Finis Terrae per lo Ius Canonicum?" di Geraldina Boni
Foto: PD
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Nel novembre 2013, l’arcivescovo Carballo, da poco nominato da Papa Francesco segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, raccontò in un convegno all’Antonianum di una conversazione avuta con Papa Francesco. Questi, nell’ambito di una conversazione sul calo delle vocazioni nelle congregazioni religiose e delle difficoltà che c’erano nel mantenerle attive secondo il diritto canonico, rispose: “E allora cambieremo il diritto canonico”.

Non si è andati così lontani. Se nel 2017, Il Regno notava che Papa Francesco avesse legiferato il 50 per cento in più di Benedetto XVI (e nella metà del tempo), oggi l’attività legislativa di Papa Francesco ha avuto il suo picco nel momento in cui è persino intervenuto a cambiare le norme di un processo in corso, con quattro rescritti ad hoc arrivati durante le indagini.

Una eccezione o un modus operandi? Un modus operandi, risponde Geraldina Boni, canonista esperta e dal 2011 consultore del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi. Boni ha delineato le caratteristiche del Papa Francesco legislatore in un volume, Finis Terrae per lo ius canonicum, disponibile in open access, che non manca accenti critici. L’occasione è quella di far nottare come il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi sia stato in pratica esautorato dai suoi compiti, estromesso dalle discussioni per le grandi riforme, utilizzato solo in rarissimi casi e quando si tratta di dare una copertura alle situazioni.

Quello di Boni, però, è un libro più ampio, che si configura come un vero e proprio grido di dolore, una presa di coscienza di un canonista (che però ne rappresenta molti altri) trovatasi di fronte a un Papa che fa le leggi e ha anche il coraggio di disfarsene, senza mantenere una omogeneità nelle decisioni.

È il problema di un fare legislativo accentratore, nota Boni, che ha messo da parte il ruolo del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, non più chiamato a dare le cosiddette interpretazioni autentiche delle leggi, i cui pareri su alcuni progetti vengono semplicemente non considerati. E il frutto di questa attività legislativa sono anche leggi più complesse e di più difficile lettura e interpretazione, che rende così la certezza della giustizia ancora più complicata.

Uno degli esempi è la questione dell’eventuale colpevolezza di negligenza dei vescovi sul tema degli abusi contenuto nel motu proprio “Come una madre amorevole” sulla lotta agli abusi, con la competenza della decisioni “spostata” alle Congregazioni. Cosa che ha fatto sottolineare anche all’arcivescovo Giuseppe Sciacca, segretario del Supremo Tribunale della Segnatura, che “statuire la competenza delle Congregazioni invece che quella di un Tribunale (che comunque dovrebbe giudicare ex commissione pontificia, attesa la competenza esclusiva del Romano Pontefice sui Vescovi in poenalibus) significa evidentemente lasciare alla discrezionalità del Dicastero sia la valutazione dei ‘seri indizi’ di negligenza, sia la stessa scelta di aprire il procedimento e i relativi tempi di svolgimento”.

E sempre Sciacca nota che “non si deve trascurare – prudenzialmente – la pericolosità insita nella possibilità di adoperare lo strumento in parola per usi distorti motivati da dissensi gravi nei confronti di un Vescovo o, addirittura, all’interno dell’episcopato di una regione”.

La citazione di Sciacca è una delle molteplici del poderoso apparato bibliografico che mostra che la preoccupazione di Boni non è quella di una studiosa isolata. Anzi, i canonisti più volte, in questi anni, in testi più o meno specialistici, hanno notato i rischi insiti in questo movimento riformatore che si è sostanziato nella riforma del processo della nullità matrimoniale, nelle riforme delle leggi per la lotta agli abusi, in varie altre attività che sono arrivate anche a toccare i processi attualmente in corso in Vaticano.

La domanda di fondo è dove siano finiti gli organismi di controllo. La lamentela è che il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi è stato in pratica messo da parte, così come tutto il diritto canonico, a favore di una legislazione centralizzata e che – spiega Boni – “coglie alla sprovvista la dottrina”. La preoccupazione è che, con la prevista derubricazione del Pontificio Consiglio ad “Ufficio” secondo alcune bozze della riforma della Curia circolate, il diritto canonico non abbia davvero più cittadinanza nell’attività legislativa del Papa. Ma, al di là delle tesi di fondo, è il quadro dipinto dallo studio che non può non suscitare alcune domande.

In questa situazione, c’è una certezza della giustizia? C’è una certezza del diritto? O tutto è invece affidato al legislatore supremo, che non esita ad “aggiustare” i suoi provvedimenti a seconda delle situazioni o quando questi non si rivelano consistenti con la cornice legale già posta in essere e in funzione?

Alla fine, è questa la domanda di fondo di Sant’Agostino: “Senza la legge, che cosa è lo Stato se non una banda di briganti?

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