Vaticano, processo sul Palazzo di Londra. Tutto quello che c’è in gioco

Riprende il 5 ottobre il processo in Vaticano che vede 10 imputati, tra cui anche il Cardinale Angelo Becciu. Ecco quali sono i temi in gioco, e cosa è successo

La prima udienza del processo sul Palazzo di Londra in Vaticano, 27 luglio 2021
Foto: Vatican News
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Dieci imputati, tra i quali un cardinale. Un investimento finanziario che è finito del turbine di indagini per presunti crimini di estorsione e peculato. Diversi ex funzionari della Santa Sede a processo. Un monsignore collaborazionista. Il processo che riprende in Vaticano il 5 ottobre ha tutti gli elementi di una storia investigativa da romanzo. Ma, al di là della narrativa e dell’indiscutibile interesse mediatico, il processo presenta anche una serie di temi che vanno molto al di là dei fatti contestati. E che potrebbero persino incidere sul futuro della Santa Sede.

I temi riguardano l’attività giudiziaria della Santa Sede, che ha implicato anche un certo attivismo del Papa, il quale è personalmente intervenuto in sede di indagini con quattro rescritti; l’impatto internazionale che questo processo può avere, perché è vero che i giudici sono tutti italiani, ma il riferimento non può essere Roma, ma Bruxelles, almeno per una realtà internazionale inserita nel contesto europeo come la Santa Sede; e il ruolo stesso dei giudici vaticani, tutti italiani e tutti con attività al di fuori della Santa Sede. Ma c’è anche da decifrare il ruolo della Segreteria di Stato, che ha lavorato per proteggere l’investimento di Londra, con decisioni condivise e dettagliate in un memoriale dell’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, ora agli atti processuali, che rappresenta forse il documento più importante per ricostruire i fatti.

Di certo, quello che ci attende non sarà un processo breve. Prima di tutto, serve un po’ di storia.

Gli imputati e le accuse

Nel 2018, la Segreteria di Stato vaticana decide di investire circa 200 milioni di euro nell’acquisto di quote di una proprietà immobiliare nel centro di Londra, a Sloane Avenue, utilizzando un fondo gestito dal broker Raffaele Mincione. Gli accordi non sono vantaggiosi per la Santa Sede, che continua a perdere denaro sull’investimento, fino a quando non si avvale di un altro broker, Gianluigi Torzi, per rilevare le quote di Mincione e inglobarle in un’altra società. Anche in questo caso, il contratto non è vantaggioso, anche perché la Santa Sede possiede la maggioranza delle azioni, ma non quelle che in realtà controllano l’investimento.

Si decide così di chiudere l’accordo con Torzi, che negozia, per la vendita delle sue azioni, un prezzo di 15 milioni di euro. Torzi è attualmente uno degli imputati, accusato di estorsione. Così come lo è Mincione, con le accuse di peculato, truffa, abuso d’ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio.

Per gli inquirenti, Mincione è “dominus indiscusso delle politiche di investimento di una parte considerevole delle finanze della Segreteria di Stato”. E imputato è anche Enrico Crasso, che ha gestito per diversi anni gli investimenti della Segreteria di Stato, e che ora si trova accusato dei reati di peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio, truffa, abuso d’ufficio, falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata.

Sono imputati anche René Bruelhart, già presidente dell’Autorità di Informazione Vaticana, per il reato di abuso di ufficio, e Tommaso Di Ruzza, direttore della stessa autorità, per i reati di peculato, abuso di ufficio e violazione del segreto di ufficio. E ancora, Cecilia Marogna, che avrebbe operato in azioni di intelligence per la Segreteria di Stato, ricevendo somme ingenti in cambio, è accusata di peculato; e monsignor Mauro Carlino, già segretario del Cardinale Becciu in Segreteria di Stato, per estorsione e abuso di ufficio.

A spiccare, tra gli imputati, è il Cardinale Angelo Becciu, primo porporato ad essere giudicato da un Tribunale dello Stato di Città del Vaticano. Prima, i cardinali potevano essere solo giudicati dalla Segnatura, e da un collegio formato da tre porporati. Papa Francesco ha cambiato la norma lo scorso 30 aprile, stabilendo che i cardinali potessero essere giudicati anche da un tribunale ordinario. C’è comunque bisogno dell’assenso del Papa al processo, arrivato il 19 giugno, mentre il rinvio a giudizio è stato pubblicato il 13 luglio.

Il Cardinale Becciu è accusato di peculato ed abuso di ufficio, anche in concorso, nonché di subornazione (ovvero, avrebbe fatto pressioni su monsignor Alberto Perlasca per farlo ritrattare).

Gli interventi di Papa Francesco

Il cambiamento della legge per permettere il processo al Cardinale Becciu non è il solo intervento del Papa nell’ambito legislativo. Già in sede di indagine, Papa Francesco ha firmato quattro rescritti, quattro documenti che di fatto hanno sospeso alcune garanzie giudiziarie, tra cui il segreto di ufficio, per permettere la prosecuzione delle indagini in maniera sommaria, vale a dire, secondo una procedura autorizzata direttamente dal Papa.

I rescritti sono stati redatti il 2 luglio 2019, 5 luglio 2019, il 9 ottobre 2019 e il 13 febbraio 2020.

Con i rescritti, Papa Francesco sospendeva gli obblighi di segnalazione all’Autorità di Informazione Finanziaria, stabiliti dalla legge 18 del 2013; disponeva l’autorizzazione all’uso di qualunque strumento di intercettazione necessario; autorizzava l’utilizzo di qualunque materiale sequestrato senza che vi si potesse opporre vincolo di segretezza; e confermava per altri sessanta giorni le prerogative speciali date al Promotore di Giustizia.

Papa Francesco è intervenuto, dunque, con forza nel processo. Ma era intervenuto anche durante le trattative della Segreteria di Stato per rilevare da Torzi le azioni del Palazzo di Londra. Una foto, infatti, lo ritraeva proprio insieme al broker, che era stato nella Domus Sanctae Marthae proprio per negoziare la sua uscita dall’affare.

Inizialmente, è stato detto che il Papa non sapeva dell’investimento di Londra, e nemmeno aveva incontrato i protagonisti dell’operazione. Alla pubblicazione della foto di Papa Francesco con Torzi, era stato detto che il Papa aveva incontrato il broker, ma non sapeva dell’operazione. Infine, rispondendo all’Associated Press, il Tribunale Vaticano ha affermato che il Papa era entrato nella stanza dove c’erano i negoziati per la liquidazione delle quote di Torzi, e che il Papa era entrato invitando tutti a trovare una soluzione. Giuseppe Milanese, amico personale di Papa Francesco, stava conducendo la transazione su richiesta del Papa. E, parlando con Report, Milanese ha aggiunto un dettaglio: che il Papa aveva chiesto di concludere con “il giusto salario”.

La presenza di Papa Francesco ai negoziati, la sua insistenza ad intervenire e voltare pagina sono confermati anche dal memoriale dell’arcivescovo Peña Parra. Ed è un memoriale che potrebbe essere sostanziale nella difesa della Segreteria di Stato.

Il ruolo della Segreteria di Stato

Il sostituto, entrato in carica nel novembre 2018, ha spiegato la sua posizione in un lungo memoriale di una ventina di pagine, con varia documentazione allegata. Nel memoriale, l’arcivescovo venezuelano, che si dice goda della fiducia di Papa Francesco, non si limita solo a ricostruire le vicende del Palazzo di Londra. Mette in luce un vero e proprio sistema a lui preesistente, racconta circostanze che dimostrano le sue affermazioni, riferisce che spesso le decisioni venivano fatte prendere in urgenza, e interrompendo riunioni in corso, proprio per indirizzare verso alcuni scenari già predestinati. Non solo. Accusa monsignor Alberto Perlasca, che era stato per 12 anni direttore dell’ufficio amministrativo della Santa Sede, di aver preso decisioni senza consultare superiori, di aver agito in combutta con Torzi, e di essere parte di un sistema che sfavoriva la Santa Sede.

Il sostituto difende le sue decisioni nel proteggere l’investimento di Londra, nota il lavoro che ha fatto nel riorganizzare le stesse finanze della Segreteria di Stato, e soprattutto spiega che la decisione di pagare per riprendere possesso del Palazzo di Londra era l’unica percorribile. Una causa legale sarebbe durata anni, e che con i contratti in essere sarebbe anche potuta concludersi in maniera sfavorevole per la Santa Sede. Avendo ripreso il controllo del Palazzo, avendo “ritarato” l’investimento secondo caratteristiche più consone alla Santa Sede (con ridestinazione d’uso), e nonostante l’accensione di un nuovo mutuo dovuta al fatto che lo IOR prima aveva accettato, e poi improvvisamente rifiutato, di finanziare l’operazione; insomma, in tutte queste circostanze l’investimento ora è più fruttuoso, e può portare un buon profitto nonostante le ingenti perdite.

La Segreteria di Stato ha comunque deciso di costituirsi parte civile al processo, perché dalle azioni di alcuni degli imputati avrebbe subito danni. Sarà da vedere quali saranno le conseguenze della scelta, se verrà provato in sede di processo che anche il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, aveva approvato le operazioni.

Le indagini

In questo senso, colpisce l’assenza tra gli imputati di monsignor Perlasca, che pure è stato indagato e interrogato sei volte, e che però non è stato ritenuto responsabile di crimini dai magistrati vaticani. Non si sa se abbia pesato, in questo, la sua attiva collaborazione con i magistrati vaticani, arrivata dopo una iniziale ostilità.

Resta il fatto che le indagini stesse sono state oggetto di critiche, nemmeno troppo velate. Lo scorso marzo, il giudice Tony Baumgartner, che lo scorso marzo aveva ribaltato una decisione iniziale di una corte inglese di accordare il sequestro dei conti correnti di Torzi su richiesta vaticana.

Nella sua sentenza, Baumgartner aveva persino messo in discussione l’affidabilità delle indagini vaticane, descrivendole spesso con le parole “mischaracterization” e “misinterpretation”, e sollevando alcune domande.

Per esempio: se Torzi era davvero considerato un imbroglione, perché gli è stato permesso di incontrare il Papa ed è stato trattato con cortesia? Perché l’arcivescovo Edgar Pena Parra ha accettato di pagare 15 milioni a Torzi per l’acquisto della proprietà di Londra, che era già formalmente nelle mani della Santa Sede?

A riprova di ciò, Baumgartner includeva una email di Pena Parra a Torzi, inviata il 22 gennaio 2019, in cui si negoziava un prezzo per l’acquisizione delle azioni. Baumgartner considera l’email come una prova di una negoziazione in corso, mentre il promotore di giustizia vaticano descrive l’email come parte di un clima particolarmente difficile, e che addirittura sembra ci si trovi di fronte ad una “supplica della Segreteria di Stato a Gianluigi Torzi”.

Nella sentenza di rinvio a giudizio dei dieci imputati (quasi 500 pagine che riassumono decine di migliaia di pagine di documentazione), ben sette pagine sono destinate proprio a rispondere alle obiezioni di Baumgartner, lamentando anche una presunta mancanza di collaborazione da autorità estere.

Certamente, le indagini hanno lasciato aperte molte domande, e si spera che alcune troveranno risposta in dibattimento. Un dibattimento che si preannuncia lungo e duro. E che vede, dietro le quinte, persino una diatriba tra presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, e Promotori di Giustizia, Gian Piero Milano e Alessandro Diddi. Questi hanno chiesto lo scorso luglio al presidente Pignatone di revocare la sua ordinanza “nella parte in cui ha statuito il deposito dei file audio video” che hanno registrato le deposizioni di monsignor Perlasca contro il Cardnale Becciu. E questo per via della possibilità che questi file possano essere eventualmente pubblicati, andando così contro le norme della privacy, non essendoci stata autorizzazione a ripresa fotografica o audiovisiva.

Dicendo no al presidente del Tribunale, i pm vaticani hanno chiesto di considerare che “quanti hanno presenziato agli atti istruttori non hanno dato consenso alla riproduzione e alla divulgazione in qualsiasi forma di file contenenti le registrazioni e, anzi, hanno accettato la registrazione sul presupposto e nella consapevolezza che la stessa fosse funzionale solo ad una più fedele verbalizzazione degli atti”. Da qui la richiesta di revocare la richiesta perché diversamente “risulterebbe irreparabilmente compromesso il diritto alla riservatezza delle persone coinvolte”.

Per lo stesso motivo, i pm vaticani hanno detto no anche alla richiesta della difesa di Torzi di acquisire registrazioni audio delle intercettazioni svolte durante l’indagine.

Il fatto che i promotori di giustizia dicano no ad una esplicita richiesta del presidente del Tribunale fa registrare un precedente importante, e sarà da definire quanti altri “pm” hanno questa libertà nei confronti del loro presidente.

I promotori di Giustizia

In questa vicenda, i promotori di Giustizia sono stati i veri protagonisti. Papa Francesco si è fidato del loro giudizio, ha dato loro carta bianca, e, di fatto, ha in qualche modo avallato il loro impianto accusatorio. E lo ha fatto alla vigilia di un giudizio, quello del comitato Moneyval del Consiglio d’Europa, che sarebbe andato a stabilire come il tribunale vaticano fosse efficace nel dare seguito alle segnalazioni di intelligence. L’ultimo rapporto MONEYVAL, nonostante la narrativa trionfalistica (addirittura, la soddisfazione per il rapporto è stata inclusa nel bollettino di un Consiglio dei Cardinali, mentre prima il lavoro concreto della Santa Sede sul tema era portato avanti con discrezione) non era stato particolarmente positivo per la Santa Sede.

Nel punto 257 del rapporto MONEYVAL, si notava come nel rapporto sui progressi del 2019 era stata segnalata una “vulnerabilità nel fatto che non tutti i promotori di giustizia offrono servizi esclusivi alla Santa Sede / Stato di Città del Vaticano”. Sempre lo stesso punto metteva in luce che “potenziali conflitti professionali e incompatibilità non poetssero essere esclusi”, e quindi chiedeva di considerare che i prossimi pm avrebbero dovuto lavorare, durante il tempo di nomina, solo per Santa Sede / Stato di Città del Vaticano”, e di non “fare pratica legale allo stesso momento in altre giurisdizioni”. Da dove veniva questa annotazione?

Scorrendo l’organigramma dei tribunali vaticani , si scopre che il giudice Riccardo Turrini Vita è Direttore Generale della formazione, Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Ministero della Giustizia italiano; il giudice Carlo Bonzano è avvocato a Roma, così come il giudice Paolo Papanti Pellettier, che risulta anche essere Presidente del Tribunale Magistrale di Prima istanza dell’Ordine di Malta. Anche il Promotore di Giustizia Gian Piero Milano è nel Tribunale di prima istanza dell’Ordine di Malta, mentre lavorano come avvocati a Roma i Promotori di Giustizia Roberto Zannotti e Gianluca Perone.

Avvocato a Roma è anche Alessandro Diddi, Promotore di Giustizia vaticano, che sta investigando sul palazzo di Londra. Diddi ha tra i suoi clienti, Salvatore Buzzi, condannato a circa 18 anni di reclusione nel caso “Mondo di mezzo” a Roma, noto alle cronache come “Mafia Capitale”.

Interessante notare che il procuratore generale di Roma al tempo del caso “Mondo di Mezzo” era proprio Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale vaticano.

Le domande aperte

Alla fine, dopo lo scandalo, sono stati decapitati i vertici dell’Autorità di Informazione Finanziaria che pure avevano permesso alla Santa Sede di avere una ampia credibilità internazionale. In più, la Segreteria di Stato, coinvolta nello scandalo, ha perso la sua centralità nella Curia, e come prima cosa ha perso il controllo degli investimenti. E i giudici vaticani, tra l’altro tutti italiani e con interessi in Italia hanno acquisito un grande potere discrezionale all’interno dello Stato di Città del Vaticano. Un potere che va al di là anche della Santa Sede e dei suoi officiali. Si sono rovesciati i rapporti di forza. Lo Stato di Città del Vaticano esiste per sostenere la Santa Sede. Oggi, gli interessi di Stato sembrano essere andati in qualche modo a “mangiare” la Santa Sede.

È il segno di una “vaticanizzazione” della Santa Sede che prendendo sempre più corpo, tra le pieghe di una indagine che lascia molte domande aperte e poche risposte.

Per esempio: se il Papa ha sospeso il segreto di ufficio, allora è valido anche il sequestro di materiale di intelligence nello scambio tra l’Aif e Unità di Informazione Finanziaria estere. Ma come mai, dopo quel sequestro, l’Egmont Group ha sospeso la Santa Sede dal suo network sicuro, e lo ha riammesso solo dopo la firma di un protocollo di intesa tra AIF e Promotore di Giustizia vaticano?

Sono questioni che mostrano che questo processo non riguarda solo scandali interni il Vaticano. Ogni dettaglio può andare a toccare la natura stessa della sovranità della Santa Sede, proprio perché tutto è stato fatto considerando la Città del Vaticano, con i suoi giudici, come sistema assoluto. Non si tratta di non lavorare per la trasparenza e la giustizia. Si tratta di cercare di farlo non buttando giù un sistema costruito con pazienza, che serve proprio a mantenere l’identità internazionale della Santa Sede. E non si tratta di non perseguire i corrotti, ma piuttosto di comprendere a grandi linee i funzionamenti (o malfunzionamenti) e nel caso nell’apportare correttivi.

Sono questi i temi di quello che non è, come viene spesso liquidato, il processo di Becciu. È un processo che dovrebbe richiedere alla Santa Sede uno sforzo di riforma e giustizia. Ma, per farlo, forse dovrebbe riformare proprio il modo in cui amministra la giustizia.

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