Papa per l’Ucraina, ecco il bilancio di una iniziativa nata con nuovo stile

Monsignor Tejado Munoz, durante la missione del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Integrale, consegna un nuovo macchinario per l'elettrocardiogramma al direttore dell'ospedale di Kramatorsk. L'ospedale è stato rifornito di macchinari grazie all'operazione "Papa per l'Ucraina"
Foto: Vatican IHD
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Una iniziativa nata con uno “stile nuovo”, per affrontare una emergenza, che ha coinvolto realtà cattoliche, ma anche al di fuori del mondo cattolico, perché “il Papa guarda ai poveri, non alla bandiera di chi aiuta ai poveri”. È tempo di bilanci per il Progetto “Papa per l’Ucraina”, ovvero l’iniziativa cominciata nel 2016 con una colletta straordinaria per il Paese che vive un conflitto oggi apparentemente dimenticato.

Per la chiusura della fase “emergenziale del progetto”, una delegazione del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, guidata dal Cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero, è stata in Ucraina dal 14 al 18 novembre. Parte della delegazione era monsignor Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del dicastero. Monsignor Tejado è arrivato fino alle regioni di Donetsk e Kharkiv, nei territori del conflitto, che sono principalmente interessati dai progetti. Con ACI Stampa, fa un bilancio del viaggio, racconta dell’andamento dei progetti, e delinea un quadro generale della situazione in Ucraina, tra l’altro tornata critica in questi giorni.

Monsignor Tejado, quale è il bilancio dell’iniziativa “Il Papa per l’Ucraina”?

Sono stati raccolti 16 milioni di euro, 11 milioni dalla colletta straordinaria più 5 milioni di contributo diretto di Papa Francesco. È la prima volta che si fa una operazione con queste modalità e specificità. Papa Francesco voleva aiutare a rispondere all’emergenza, con un aiuto immediato, e dunque i soldi sono arrivati direttamente in Ucraina, e il comitato tecnico, che ha avuto sede prima a Zhaporizhia e poi a Kiev, ha individuato i progetti che potessero rispondere all’emergenza. I progetti sono stati scelti senza considerare l’appartenenza religiosa, confessionale o etnica. Non ci sono solo associazioni cattoliche, o cristiane. Tutti sono stati coinvolti, considerando sempre chi era in grado di entrare direttamente nelle aree del conflitto e poteva quindi andare il più prossimo possibile all’emergenza.

Un esempio concreto?

Si è sviluppata una collaborazione con la Croce Rossa, l’unica autorizzata ad arrivare nelle zone delle autoproclamate repubbliche, che sono zone rosse. È una novità assoluta, perché in genere ci si arrocca un po’ dietro l’appartenenza. E la Santa Sede ha voluto collaborare per fare arrivare gli aiuti anche lì dove altre sigle non possono arrivare. Questo a testimonianza che il Papa guarda ai poveri, non alla bandiera che porta ciascuno. I poveri sono stati la vera bandiera di questa azione! Nel dramma si è trattato di un progetto molto significativo e bello.

Ora, l’esperienza dell’iniziativa del Papa per l’Ucraina è terminata?

La fase emergenziale si sta chiudendo, la maggior parte dei progetti è terminata, mentre altri continueranno un po’ di più fino alla naturale conclusione. Sarebbe bello poter contribuire, quando sarà il momento, anche alla fase di ricostruzione. Ma vediamo ciò che sarà possibile fare e, soprattutto, ciò che deciderà il Papa. Sono stati portati molti aiuti.

Qualche cifra?

Intanto consideriamo che i beneficiari sono stati circa 900 mila. Poi c’è da dire che sono 200 mila le persone che vivono vicino al fronte, tra cui anche donne incinta, mentre 19 mila bambini sono a 5 chilometri dal fronte. Gli sfollati sono 1 milione 300 mila, mentre c’è una media di 40 conflitti al giorno sulla linea del fronte.

E come sono stati distribuiti gli aiuti?

In generale, sono state affrontate le emergenze, soprattutto nelle zone di Kharkiv, Dnipropetrovsk, Kiev e la zona metropolitana di Kiev, che è quella interessata dall’arrivo degli sfollati. I progetti sono stati prima di tutto dedicati alla risposta dell’emergenza inverno – in Ucraina si arriva anche a -25 gradi centigradi -, cui sono stati destinati 6,7 milioni di aiuti che hanno raggiunto 107 mila persone. Quindi, si è lavorato sulle infrastrutture mediche, riparate con aiuti di 2,4 milioni di euro. Una somma di 5,7 milioni di euro è stata allocata per distribuire cibo e vestiti e migliorare le condizioni igieniche, e ne hanno beneficiato più di 319 mila persone. Infine, c’è il supporto psicologico, fondamentale in tempo di conflitto, e destinato ai bambini vittime di crisi, ma anche alle ragazze madri e vittime di stupro. Per questa voce, è stato destinato più di 1 milione di euro, e i servizi hanno raggiunto circa 15 mila persone.

Quale tra questi progetti è quello che secondo lei ha avuto più impatto?

Sicuramente il superamento dell’emergenza inverno. Sono state costruite 2225 stufe, alimentate a carbone, tutte con l’immagine del Progetto “Papa per l’Ucraina” sopra. Significa che 2225 famiglie hanno potuto avere la casa riscaldata. E poi, è stato distribuito molto cibo, molti vestiti.

Durante i vostri giorni in Ucraina, quanti progetti avete visitato?

Abbiamo potuto visitare cinque progetti, uno a Kiev e gli altri sulla linea di Donetsk: una mensa per i poveri delle suore di Madre Teresa; un centro per la riabilitazione di bambini affetti da disturbi post-traumatici; un reparto per “grandi ustionati” ricostruito con i fondi del Progetto presso l’ospedale di Kramatorsk; una casa per ragazze madri; un centro per poveri e senzatetto della Cattedrale di Kharkiv. Oltre la linea di Donetsk, si può andare solo con un permesso speciale. Alcuni progetti sono terminati, come la consegna delle stufe, poiché si trattava di costruire materialmente delle cose. I progetti di sussidio psicologico, il sostegno alle ragazze madri, hanno una sostenibilità più a lungo termine.

Spesso, nei Paesi del blocco ex sovietico è difficile andare oltre la mentalità assistenzialista: si attendono aiuti, ma in pochi vogliono costruirsi il futuro. Come superate questa impasse?

Ci sono dei progetti che puntano al reinserimento. Per esempio, le ragazze madri sono aiutate a tornare in società, a vivere la loro vita, alcune di loro hanno anche trovato un marito e costruito una famiglia. I progetti sono fatti anche per responsabilizzare i poveri. I senzatetto che vanno al centro della Cattedrale di Kharkiv, che è coordinato da Caritas e Depaul International, per esempio, non vanno solo a prendere il cibo o medicinali, ma vengono responsabilizzati alla cura della casa.

Quali sono le condizioni di vita che avete trovato?

Rimangono, come evidente, le difficoltà. Abbiamo visto quanto accaduto in queste ore nello Stretto di Kerch. E questo stato di tensione costante lo si avverte in particolare nei piccoli centri delle aree orientali che abbiamo visitato. Nelle grandi città c’è una situazione più tranquilla. Le problematiche sociali sono un po’ quelle che si vivono in tante parti d’Europa, anche se certamente amplificate dalla crisi: un’economia statica, difficoltà per i giovani di trovare lavoro, povertà. Si pensi, per esempio, che lo stipendio medio è l’equivalente di 150 – 200 euro, mentre il costo della vita sale, anche a causa delle spese per il conflitto. Noi però abbiamo trovato tante persone impegnate, tante realtà organizzative che funzionano nonostante il momento, che lavorano con e per la speranza, che hanno voglia di guardare al futuro e ripartire. E gli organismi e le strutture della Chiesa stanno cercando nel loro ambito di dare una mano.

 

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