Perché la bandiera del Vaticano sventolerà alle Nazioni Unite

Nazioni Unite, inizia la fila delle 193 bandiere, una per ogni Stato
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Group
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Alla fine, la decisione è stata per un sì: la bandiera del Vaticano, bianca e gialla, svetterà tra le bandiere delle Nazioni Unite, sebbene sia solamente osservatore permanente. Ma quello della Santa Sede è un sì condizionato: nessuna cerimonia. Anche perché la Santa Sede non ha chiesto di innalzare la sua bandiera. Lo hanno fatto le Nazioni Unite, un po’ per sfruttare l’effetto mediatico della visita del Papa a celebrare il loro 70esimo, un po’ per equilibrare lo sbilanciamento diplomatico nei confronti della Palestina.

Perché è stata la Palestina a cominciare il balletto, chiedendo lo scorso 10 settembre con una risoluzione che sventolassero davanti al Palazzo delle Nazioni Unite anche le bandiere degli Stati osservatori permanenti, e non solo quelle degli Stati membri. Era un gesto simbolico: la presenza della bandiera palestinese (oltre a quella della Santa Sede, altro Stato membro) avrebbe fatto fare passi avanti sul riconoscimento dello Stato della Palestina.

Da parte sua, il Vaticano ha plaudito alla decisione di dare allo Stato di Palestina lo status di osservatore permanente nel 2012, senza dare troppo nell’occhio ha inserito la dicitura di “Stato della Palestina” nell’annuario pontificio, poi ha persino siglato un concordato con lo Stato della Palestina. Ma è stato molto prudente sull’innalzamento della bandiera palestinese all’ONU, senza esporsi, ma soprattutto facendo sapere di non entrarci niente con la vicenda: la Santa Sede non voleva essere strumentalizzata dalla Palestina, non voleva essere tirata dentro una rivendicazione dello Stato Palestinese. Una cosa è appoggiare la risoluzione dei due Stati, un’altra è appoggiare delle rivendicazioni personali.

Per questo, la Santa Sede ha prima chiesto alla Palestina di togliere il suo nome alla risoluzione, declinando l’invito. Poi ha sottolineato di non opporsi alla risoluzione, ma di voler mantenere la tradizione. E infine ha accettato l’offerta delle Nazioni Unite.

Con una mossa diplomatica, la Santa Sede potrebbe anche riuscire nell’appianare le divergenze con Israele, dovute al riconoscimento dello Stato della Palestina. Una distensione di rapporti di cui si ha molto bisogno. Perché c’è sempre un Accordo Fondamentale da ratificare (“Per noi, si potrebbe firmare in qualunque momento,” ha detto di recente il nunzio in Israele, l’arcivescovo Giuseppe Lazzarotto), ma soprattutto c’è anche da affrontare una situazione che per i cristiani in Terrasanta si fa sempre più difficile, tra taglio dei fondi scolastici e chiese attaccate dagli ebrei ortodossi: non a caso i vescovi europei del CCEE hanno tenuto lì l’ultima plenaria.

Così, venerdì 25 settembre, alle 7 e 30 del mattino, quando tutte le bandiere del Palazzo di Vetro vengono issate, verrà issata anche la bandiera della Santa Sede. Nessuna fanfara, nessuna presenza ufficiale, nessuna cerimonia.

Tutto molto ben studiato. La notizia è stata data il giorno in cui era previsto un briefing con l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite. Davanti ai giornalisti, l’arcivescovo Auza ha spiegato che la Santa Sede “non è stata molto favorevole” riguardo la campagna palestinese perché “ha rotto una tradizione delle Nazioni Unite che durava da 70 anni.”

Tuttavia, ha aggiunto, “se lo Stato della Palestina ha un diritto, non possiamo opporci ai suoi piani per chiedere questo diritto.” E ha spiegato il cambio di strategia della Santa Sede così: “Quando il 9 settembre mi è stato richiesto se la bandiera della Santa Sede sarebbe stata elevata prima della visita del Papa, la mia risposta è stata un ‘no’ categorico. Ora è un ‘sì’ categorico.” E ha aggiunto che incontrando gli officiali delle Nazioni Unite la scorsa settimana ha sottolineato che un momento ottimo per l’innalzamento della barriera sarebbe stato all’arrivo del Papa.

Non solo. Gli ufficiali delle Nazioni Unite avrebbero detto al nunzio: “Sappiamo che la tua posizione su questo tema è molto prudente,” e per questo hanno suggerito che la bandiera fosse innalzata senza cerimonia, togliendo così la Santa Sede dall’imbarazzo. Un suggerimento che non è stato “forzato,” ma scelto dalla Santa Sede. Che ha fatto un favore alle Nazioni Unite, accettando di non lasciare solo la bandiera palestinese a sventolare di fronte al Palazzo di Vetro. E allo stesso tempo ha mantenuto la sua posizione di sostanziale disinteresse.

Perché la Santa Sede ha scelto di non essere un membro delle Nazioni Unite. Lo potrebbe essere, ha avuto più volte l’offerta per entrare a far parte a pieno titolo del concerto delle Nazioni. Ma ha sempre rifiutato. Perché un “non voto,” quando si votano alcune risoluzioni di guerra, rappresenta sempre un segnale, e può essere strumentalizzato. Rimanendo osservatore permanente, la Santa Sede può meglio portare avanti la sua missione diplomatica, il cui obiettivo finale è il bene comune.

 

L’obiettivo è diverso per la Palestina, che vede nel riconoscimento finale come uno Stato membro l’ultimo atto di una emancipazione che darebbe un senso ancora più fortemente politico allo Stato. E infatti, il prossimo 30 settembre, quando la bandiera palestinese sarà innalzata alle Nazioni Unite, ci sarà una cerimonia alla presenza del presidente Mahmoud Abbas, dopo che questi avrà parlato all’assemblea generale. Una cerimonia cui anche la Santa Sede sarà presente, ha spiegato Auza.

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