Pericle Felici e quei diari del Concilio che rivelano di una Chiesa “semper reformanda”

Una delle celebrazioni pubbliche del Concilio Vaticano II
Foto: Wikimedia Commons
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C’è l’idea della riforma e l’idea della continuità. C’è il lavoro continuo della conversione spirituale, ma anche la denuncia per la corruzione. E c’è persino una presa di posizione fortissima del Papa in favore della famiglia. Non stiamo parlando dell’ultimo libro sulla Chiesa, ma di un documento di inestimabile valore: il diario conciliare di Monsignor Pericle Felice, segretario generale del Concilio Vaticano II.

Raccolto da padre Vincenzo Carbone e curato dall’arcivescovo Agostino Marchetto, il diario ha avuto una seconda edizione, con un “addendum” che in realtà è parte integrante del libro. Perché la prima edizione si basava sulla trascrizione di monsignor Carbone, senza la possibilità di consultare i testi manoscritti, ma poi i testi manoscritti sono stati consegnati alla Segreteria di Stato dalle sorelle di Carbone, e dunque si è potuto aggiungere ciò che ancora non si era potuto aggiungere.

Quello che non c’era nel libro sono quattro quaderni di “cogitationes cordis”, ovvero “riflessioni del cuore” e otto agende annuali, dal 1959 al 1966. Una lettura propedeutica del diario stesso, secondo come l’ha definita l’arcivescovo Marchetto in una intervista con Radio Vaticana.

Fatto che il diario di monsignor Felici, sempre al centro della macchina del Concilio, va letto con particolare attenzione. Per vari motivi. Il primo è che dimostra la bontà dell’ermeneutica della continuità proposta da Benedetto XVI nell’ormai celebre discorso alla Curia romana del Natale 2005, di cui l’arcivescovo Marchetto, nei suoi volumi sulla storia del Concilio, ha fornito diverse prove. Il Concilio non nasce come una rivoluzione, ma che un nuovo modo di annunciare il Vangelo. Non c’è nessuna voglia di quello sconvolgimento dottrinale che invece viene propugnato da una certa campagna dopo il Concilio.

In secondo luogo, il diario di monsignor Felici mostra che le preoccupaazioni della Chiesa di allora sono anche quelle di oggi. Anche questo un segno di continuità, se non altro perché si parte da un dato rivelato e si cerca di comprendere come calarlo nei tempi. E se non altro perché la corruzione, il carrierismo – denunce che sono state proprie di tutti i Papi – sono presenti nel diario di Monsignor Felici, che le indica come la base di alcuni tipi di intervento. E c’ un brano che racconta molto bene quali fossero le intenzioni di Paolo VI nel Concilio. Il 21 maggio 1964, monsignor Felici annota che il Papa “mi parla ancora dell’organizzazione post-conciliare: il governo della Chiesa deve corrispondere di più alle esigenze del mondo moderno, ma sia ben chiaro che l’autorità centrale deve essere e rimanere solo del Papa”.

Sempre da quel brano, in quel particolare giorno, si trova un’altra annotazione importante, che fornisce il terzo motivo dell’importanza di quei diario. Paolo VI parla di Pio XII, della campagna che viene mossa contro di lui, contro il suo presunto “silenzio” sulla questione ebraica. E il parere di Paolo VI è netto: “Purtroppo la campagna non è diretta contro la persona di Pio XII o la sua opera di salvezza, anche degli Ebrei (di più allora non si poteva fare), quanto piuttosto contro la Chiesa e la linea di Pio XII riguardo il comunismo; sono infatti i comunisti che manovrano e portando avanti – ingiustamente – la linea giovannea, vogliono praticamente neutralizzare l’opera presente, che cerca di stringere un po’ i freni”.

Parole, queste, che non solo mettono da parte l’idea - accarezzata da alcuna stampa - di un Paolo VI filo-comunista, ma che dovrebbero mettere in guardia quanti oggi guardano con simpatie ad idee post-comuniste nella Chiesa, attraverso un punto di vista che guarda alla Dottrina Sociale in maniera meramente secolare.

Un altro tema che era attuale allora e lo è ancora oggi è quello della famiglia. È il 1965, l’enciclica Humanae Vitae ancora non è stata pubblicata, ma c’è già quel fermento intellettuale che porterà alla straordinaria campagna contro di esso. Il 26 novembre è giorno di riunione e discussione sullo schema de ecclesia in mundo huius temporis, si parla di irregolarità, si valuta l’idea di inserire una ferma condanna contro il comunismo, e poi si parla delle proposte fatte dal Papa sulla questione del matrimonio. E il Papa “esprime il suo disappunto” per la reazione provocata nella commissione, sottolinea che “se gli altri hanno la coscienza, anch’egli ha la sua e deve seguirla, per non compromettere la vera dottrina della Chiesa che in tutto lo schema non è sempre esposta con la dovuta limpidezza”.

Paolo VI però non si ferma qui. Aggiunge: “Che cosa è tutto questo parlare di amore, amore, amore senza dire che il fine primario del matrimonio è il bonum prolis? E perché non denunciare gli antifecondativi e i contraccettivi quando si condanna l’aborto e l’infanticidio?”

Sono parole che già facevano comprendere in che direzione sarebbe andata l’Humanae Vitae, e che sono incredibilmente attuali nel dibattito odierno.

Il diario di Monsignor Felici sarebbe da leggere tutto, comunque. Perché racconta anche della tribolazione di un uomo di Dio, del suo cercare di operare sempre per il bene della Chiesa. Racconta della grande battaglia della Chiesa per essere nel mondo ma non del mondo. E dà linee di interpretazione che permettono al meglio di capire su quale direzione vada il dibattito oggi. Un dibattito che sul tema della famiglia si basa sull’ “amore” ma che mette da parte il bene dei figli; che sul tema della dottrina si fonda sulla coscienza personale mettendo da parte lo stesso aspetto teologico; e che sul tema della corruzione è rimasto purtroppo il medesimo.

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