Pregare. Educare. Spingere sui governi. Road map di Caritas Internationalis per la Siria

Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis, durante una conferenza stampa in Sala Stampa vaticana
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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È una “agenda silenziosa”, nel senso che “non fa molto rumore” quella che Caritas Internationalis ha messo in campo per la Siria, ormai dilaniata da cinque anni di guerra che non sembra avere fine. Spiega Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis: “Si tratta di sviluppare l’educazione, oltre che i primi aiuti, e di fare campagna per la pace, di invitare tutti alla preghiera comune. E di chiedere a tutti di sollecitare i governi a trovare una soluzione politica”. Perché “la pace è il bene più prezioso e più richiesto nella Regione”. E per questo, Caritas Internationalis si è fatta promotrice di un evento il prossimo 16 marzo, presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra. Per non chiudere gli occhi di fronte al dramma siriano.

Di cui a volte si parla, a volte no. “Perché le guerre non destano attenzione finché non ci toccano da vicino… e in questo caso ci toccano da vicino per l’incredible flusso di migranti e il terrorismo”, risponde Michel Roy.

Caritas Internationalis è una confederazione, un ombrello per più di 160 Caritas sparse per il mondo. Michel Roy descrive la situazione in Siria. “Caritas Siria è una struttura piccola, e ha poche possibilità di penetrare nel territorio nelle condizioni attuali. Riesce a lavorare solo nelle grandi città: Aleppo, Homs, Damasco, Tartus, Hassakah”. Il lavoro di Caritas è dedicato in primo luogo alle emergenze di base, ovvero a fornire cibo, ad aiutare con i vestiti e con il riscaldamento, specialmente in inverno. “Ma – sottolinea Michel Roy - è importantissimo anche il supporto psico-sociale, per aiutare le persone a superare i traumi derivanti dalla guerra. E troviamo ancora più importante lavorare sull’educazione, favorire la partecipazione alla vita scolastica”. 

Non è semplice. “Le persone vivono nell’incertezza. Speriamo che questa tregua possa restituire un po’ di tranquillità, che porti ad un cessate il fuoco più esteso e duraturo. Anche i vescovi, i sacerdoti, vivono ogni giorno questa tensione. Non sai mai se cade una bomba, non puoi mai dormire tranquillo”. E per questo il bene più prezioso, quello più richiesto dalla popolazione, è “la pace”. “Noi invitiamo alla preghiera, e poi invitiamo tutti i cittadini a rivolgersi ai governi, a chiedere con forza una soluzione politica. Perché in fondo non si tratta solo di una guerra locale, è una guerra regionale, se non internazionale. Non si supera con l’accordo di due potenze, si deve superare con un impegno da parte di tutti”.  

Intanto, tutte le Caritas locali si stanno impegnando per accogliere i rifugiati. “La situazione è molto difficile in Libano, dove ci sono 2 milioni di rifugiati, quando la popolazione conta 4 milioni di persone. Ma anche la Giordania ha dovuto fare i conti con una ondata di rifugiati, che ha messo molta pressione alla società. Anche Caritas Turchia ha dovuto affrontare l’emergenza, pur essendo una struttura piccola”, racconta Michel Roy.

Ci sono anche gli sfollati, quelli trasferiti da un luogo all’altro all’interno della nazione, più di 8 millioni. E ci sono le nazioni non confinanti, che però sono chiamati ad affrontare l’emergenza. Per esempio la Grecia, che il Papa ha supportato nell’Angelus del 28 febbraio. “Se i profughi arrivano in Grecia, nelle piccole isole – Lesbos è già piena – e non possono muoversi verso la Bulgaria o verso la Macedonia, allora si crea una pressione sulla Grecia enorme, difficile da gestire. La Grecia rischia di ritrovarsi a fronteggiare una emergenza come era successo alla Turchia”.

La rete delle Caritas è attiva anche nel gestire questo fenomeno migratorio. Caritas Austria – racconta Michel Roy – ha già dato disponibilità a contribuire all’accoglienza di 100 mila profughi, Caritas in Germania lavora anche in questo campo. Ci sono le Caritas che lavorano sui territori di passaggio, come Macedonia e Serbia. “Inizialmente – dice il segretario generale di Caritas Internationalis – vedevano i profughi semplicemente passare, non sapevano come aiutarli, non si fermavano. Ma poi ci si è resi conto che una assistenza era necessaria”.

Di certo, si devono risolvere i problemi alla radice. “Caritas Siria fa quello che può. Forse non è sufficiente, ma è veramente tutto quello che si può nel contesto della guerra”. Sul territorio, è aiutata e supporta a sua volta altre organizzazioni, come il Jesuit Refugee Service o la Società San Vincenzo de’ Paoli.

Per rispondere al bisogno primario della popolazione, la pace, Caritas si sta muovendo affinché la guerra in Siria non sia più dimenticata. “Organizziamo un incontro il 16 marzo, al Consiglio per i diritti umani dell’ONU a Ginevra. Tra i relatori, anche Antoine Audo, arcivescovo caldeo di Aleppo, presidente di Caritas Siria”. E si aspetta un messaggio del Papa, magari con un videomessaggio, o magari con un ricordo all’Angelus. La Siria, in fondo, fu la prima emergenza diplomatica che Papa Francesco affrontò, proclamando – a settembre 2013 – la giornata di digiuno e preghiera per la Siria e per la pace in Medio Oriente. I raid NATO furono scongiurati. Ma la Siria è ancora un terreno di guerra.

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