Processo Palazzo di Londra, cosa c’era dietro il dibattito sull’investimento

Riprende il processo che verte sull’investimento della Segreteria di Stato in un palazzo di Londra, più altri carichi di accusa. Cosa è successo, dove va il processo

Un momento del processo del Palazzo di Londra, in una passata udienza
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Cosa si muoveva dietro la decisione della Segreteria di Stato di prendere in mano l’investimento su un immobile di lusso a Londra, dopo aver rotto i contratti con due diversi intermediari? È questo il tema centrale del processo vaticano che ha al centro la questione dell’investimento della Segreteria di Stato, ma che tocca anche altre vicende e ha tra gli imputati anche il Cardinale Angelo Becciu.

Le udienze sono riprese il 28 settembre, dopo due mesi di pausa, con gli interrogatori agli imputati Fabrizio Tirabassi, ex officiale della sezione amministrativa della Segreteria di Stato vaticana, e all’avvocato Nicola Squillace, e con l’inizio delle testimonianze. Per ora, solo due i testimoni sentiti: Roberto Lolato, che ha fatto da consulente del Promotore di Giustizia vaticano per districarsi nei termini dell’affare, e Alessandro Cassinis Righini, revisore generale della Santa Sede.

Più che ai dettagli, si deve guardare ai grandi temi che sono stati forniti dai tre giorni di udienza. Nel momento, infatti, che si cerca di avere un quadro più largo della situazione, sorgono diverse domande.

Partiamo dalla fine, ovvero dalla testimonianza di Cassinis Righini, resa il 30 settembre. Il revisore non solo ha reso noto di un clima di ostilità per il suo lavoro in Vaticano e soprattutto da parte della Segreteria di Stato, ma è arrivato anche a sottolineare che i suoi consigli sugli investimenti non riguardavano la bontà degli investimenti, ma l’opportunità degli investimenti stessi. Una affermazione, questa, che sembra uscire dalle competenze del revisore, chiamato soprattutto a fare in modo che i conti siano a posto e aderenti agli standard internazionali.

Non solo: Cassinis Righini sottolinea che quello non era il modo di gestire i soldi dell’Obolo di San Pietro, e a domanda ha detto di essere certo che sono soldi dell’Obolo. In realtà, la Segreteria di Stato ha dal 1939 un conto denominato “conto Obolo”, nato nell’allora Amministrazione per le Opere di Religione con alcuni soldi trovati nel cassetto di Pio XI dopo che questi era morto.

Il revisore, poi, ha anche contestato le operazioni della Segreteria di Stato, ha lamentato che il patrimonio della stessa (958 milioni di euro) era nella quasi totalità in svizzera (516 milioni o 564 milioni, ha detto in due riprese, forse correggendosi o forse sbagliando) e che di base non comprendeva nemmeno la allocazione dei fondi.

Il punto è che la Segreteria di Stato ha da sempre avuto autonomia nella gestione dei fondi, tanto che c’è un rescritto di Papa Francesco del 5 dicembre 2016 che ribadisce l’autonomia della Segreteria di Stato.

Il rescritto metteva fine ad una querelle cominciata quando era stato dato alla società Pricewaterhouse Cooper il compito di revisionare i conti del Vaticano, senza eccezioni, di fatto andando a toccare la sovranità stessa della Santa Sede. La Segreteria di Stato si oppose alla decisione, e poi ridefinì il contratto con PwC, in modo che fosse più in linea con le peculiarità di uno Stato.

Strascichi di questo dibattito si sono trovati nella testimonianza di Cassinis Righini, lasciando l’impressione che lo scontro fosse tra quanti volevano difendere la Santa Sede e quanti, in realtà, volevano fare della Santa Sede una azienda. In un clima di tensione, è facile che si creino inimicizie.

Su una cosa Cassinis Righini aveva ragione, e cioè sul fatto che sarebbe stato meglio non portare avanti il contratto con Gianluigi Torzi, che aveva preso la gestione del fondo immobiliare del Palazzo di Londra, trattenendo per sé le uniche 1000 azioni con diritto di voto. Cassinis ha detto che, una volta coinvolto nella analisi dei contratti, avrebbe subito fatto sapere che si sarebbe dovuta interrompere la trattativa.

Ma la trattativa non fu interrotta. La decisione fu di monsignor Alberto Perlasca, allora capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato, che aveva tra l’altro affrontato la negoziazione a Londra senza un avvocato della Santa Sede. Questo risulta chiaro da testimonianze e interrogatori.

Eppure Perlasca non era nella lista dei primi 27 testimoni presentata dal promotore di Giustizia. Si pensava non ci fosse perché, trattandosi di un processo documentale, l’accusa poteva aver deciso che la testimonianza di Perlasca fosse già sufficiente. Alla fine, anche il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone ha sollecitato il promotore a inserire Perlasca tra i testimoni, e si è scoperto così che il promotore Alessandro Diddi lo voleva convocare solo verso la fine della sua lista di testimoni. Di certo, colpiva la assenza di Perlasca dai primi testimoni.

Un altro tema riguarda poi la gestione delle finanze vaticane, che di certo è stata per lungo tempo familistica. Di fronte alla volontà di Tirabassi di lasciare la Segreteria di Stato per intraprendere la libera professione, nel 2004, l’allora direttore dell’amministrazione, monsignor Gianfranco Piovano, gli dà invece l’autorizzazione ad esercitare fuori dal Vaticano e una procura per una consulenza con UBS, la banca svizzera che aveva parte dei fondi della Segreteria di Stato. Consulenza, questa, da compensare con i dividendi, che arrivano copiosi: dal 2004 al 2009, anno in cui la Santa Sede lascia il rapporto con UBS, Tirabassi guadagna 1 milione 360 mila euro, poi fatti rimpatriare. Vale a dire, circa 200 mila euro l’anno.

Con la chiusura del rapporto con UBS questo “bonus” viene meno, ma Tirabassi non ha chiesto altro.

La questione della ricchezza di Tirabassi è stata oggetto di buona parte del suo interrogatorio, teso ad accertare se l’officiale della Segreteria di Stato prendesse commissioni, provvigioni o altre quantità di denaro al di là della sua professione, e magari in nero. Tutto, però, era regolare.

Infine, la questione delle procedure. Prima di iniziare la fase di ascolto dei testimoni, Pignatone ha invitato tutti ad essere precisi e sintetici, ricordando che tutto è agli atti. Allo stesso tempo, ha ricordato di aver permesso un dibattito ampio, “ammettendo anche domande che sarebbero state inammissibili”. In questo modo, Pignatone ha fatto comprendere di essere consapevole dei vizi procedurali, ma che allo stesso tempo lui si sarebbe fatto garante di una certa tranquillità in aula.

Una nota a proposito del consulente Lolato: ha collaborato nell’ufficio del Revisore Generale dal 2016 al 2019, ed è poi stato spostato alla Gendarmeria Vaticana per collaborare alle indagini. È stato lui a fianco di Cassinis Righini nelle prime valutazioni sull'immobile da parte del revisore.

Altra nota a margine: Cassinis Righini si è detto assicuramente sicuro che il Papa non sapesse niente dell'investimento, ma che questo fosse conosciuto agli alti livelli di Segreteria di Stato. Poi però ha dovuto ammettere di non poter sapere con certezza se il Papa sapesse o meno. E, dato che lui stesso ha testimoniato che c'erano azioni che non potevano essere fatte senza esplicite autorizzazioni dei superiori, resta improbabile che nessuno avesse informato Papa Francesco, il quale, tra l'altro, è poi stato fotografato a Santa Marta con Gianluigi Torzi il 26 dicembre 2018, mentre Torzi trattava la sua uscita dall'affare. 

A conclusione dell’udienza, il presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, ha fornito un calendario per le prossime udienze. Cinque quelle in programma a ottobre: 12, 13, 14 e poi 19 e 21. Per novembre sono fissati i giorni 10, 11, 23, 24, 25, 30; a dicembre 1, 2, 15 e 16. Saranno ascoltati tutti i testimoni dell’accusa, al momento circa 41. Non calendarizzato per ora l’interrogatorio al direttore dello IOR, Gian Franco Mammì, che era previsto per il 30 settembre. In tutte queste date, ha detto Pignatone, “bisogna collocare Perlasca da qualche parte. Sarà sicuramente un interrogatorio lungo”.

Ancora non tutte le citazioni sono arrivate ai testimoni.

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