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Processo Palazzo di Londra, la strada verso l’interrogatorio di Perlasca

Sarà il 23, 24 e 25 novembre che monsignor Alberto Perlasca si presenterà davanti al tribunale per dare la sua versione dei fatti. Le udienze di questa settimana hanno visto protagonisti i gendarmi

Processo Palazzo di Londra | Un momento del processo sul palazzo di Londra nell'aula polifunzionale dei Musei Vaticani adibita ad aula per il processo | Vatican Media Processo Palazzo di Londra | Un momento del processo sul palazzo di Londra nell'aula polifunzionale dei Musei Vaticani adibita ad aula per il processo | Vatican Media

Due le notizie che vengono dalle ultime due udienze dal processo sulla gestione di fondi della Segreteria di Stato che si sta celebrando in Vaticano: il supertestimone monsignor Alberto Perlasca testimonierà il 23, 24 e 25 novembre, in sedute che si preannunciano molto dense di eventi e di domande; e i testimoni, da ora in poi, riceveranno domande solo su fatti non presenti in atti, per non portare a ripetizioni degli interrogatori già fatti, rispettando la prassi del processo documentale che vige in Vaticano.

La seconda notizia ha un suo peso. Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale Vaticano, ha, nella seduta del 21 ottobre, imposto uno stop all’ufficio del promotore e alle difese, sottolineando la pazienza avuta sino a quel momento, ma chiedendo, appunto, di snellire gli interrogatori, di limitarsi alle novità, o altrimenti di far semplicemente confermare l’interrogatorio reso. Anche perché – ha sottolineato – i testimoni delle difese, in buona parte non sottoposti ad interrogatorio durane le indagini, porteranno necessariamente a sedute lunghe. “In questo modo finiremo nel 2070”, ha sbottato Pignatone.

Continua così il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Centrato sull’investimento della Segreteria di Stato su un immobile di lusso, prima affidato a due broker e poi rilevato dalla stessa Segreteria di Stato, il processo include anche altre vicende, come il peculato contestato al Cardinale Angelo Becciu per dei finanziamenti della Segreteria di Stato alla cooperativa SPES della Caritas di Ozieri, o le contestazioni contro la sedicente esperta di intelligence Cecilia Marogna, che ha collaborato con la Segreteria di Stato nella liberazione di alcuni ostaggi.

Troppe vicende tenute in vita da un filo sottile, che hanno come punto comune le sole indagini condotte dall’ufficio del Promotore di Giustizia vaticano ed eseguite dai gendarmi. Sono stati proprio i gendarmi ad essere i protagonisti di questa due giorni di testimonianza, e le loro parole hanno anche permesso di comprendere parte della ratio con la quale sono state condotte le indagini. Proviamo a fare una panoramica delle varie vicende che si sono intrecciate in queste ultime due udienze.

La questione Sardegna

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Gianluigi Antonucci è il gendarme che ha partecipato alle perquisizioni nella diocesi di Ozieri, in Sardegna. Questi ha spiegato che i contributi della Segreteria di Stato alla cooperativa SPES, guidata da Antonino Becciu, fratello del Cardinale, sono arrivati “da un conto della Segreteria di Stato” della sezione affari generali, in cui c’erano altri 44 sottoconti e sul quale “transitano importantissime cifre destinate all’Obolo di San Pietro”. Dettaglio da non trascurare, perché si continua a dire che siano stati usati fondi dell’Obolo anche per l’immobile di Londra, e invece i fondi dell’Obolo potrebbero anche essere solo in transito nei conti coinvolti, oppure il tutto può essere nato dalla non conoscenza di un “Conto Obolo” aperto con questo nome dalla Segreteria di Stato già nel 1939.

Insomma, tra i bonifici anche i famosi 100 mila euro della Segreteria di Stato dati dalla SPES, di cui Becciu aveva chiesto anche un rendiconto annuale sulle iniziative sociali. Rendiconto che non è stato, perché la cifra non è stata spesa e neanche restituita.

I fondi erano destinati alla ristrutturazione di un panificio gestito dalla cooperativa, acquisito nel 2004 e ristrutturato dopo un incendio nel 2015, che dava lavoro a diversi giovani disoccupati. E c’erano poi altri 25 mila euro, destinati all’acquisto di una macchina panificatrice, che costava in totale 98 mila euro più IVA.

I fondi finivano al conto usato sia da Caritas che da SPES, definito dai gendarmi “conto promiscuo”. Ed è su quella promiscuità che si basa l’ipotesi che il denaro sia stato speso e che non si possa definire se i 100 mila euro rimasti in pancia siano proprio quelli della Segreteria di Stato. Eppure quei 100 mila euro ci sono, e non sono stati spesi perché destinati ad un uso specifico non ancora espletato.

Colpisce poi il fatto che non siano stati sentiti dai gendarmi né l’amministraore apostolico di Ozieri Sebastiano Sanguinetti, né il vescovo Corrado Melis, che erano in carica durante il periodo dei fatti. Non c’è stata, per i vescovi, alcuna convocazione, ma una chiamata informale fatta da un sacerdote al telefono cui il vescovo ha risposto di non avere tempo in quel momento. Eppure, la loro testimonianza sarebbe stata importante, perché entrambi si sono sempre dimostrati favorevoli al progetto e consapevoli del finanziamento, ed in fondo è il vescovo il responsabile ultimo di tutto. Ma Antonucci ha replicato che “non era sua decisione come condurre le indagini”.

E però, il gendarme fa anche le sue valutazioni. Perché Antonucci, per esempio, “non esclude” che alcune spese di 109 euro della Spes per abbigliamento, pasti, carburante siano state destinate ai profughi assistiti dalla Caritas di Ozieri, ma ha aggiunto che “è strano che certe spese riguardassero i migranti”. E lascia intendere di non comprendere la destinazione di 3000 euro prelevati dal conto, ma di non poter escludere che siano stati destinati a piccole elargizioni.

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Se però il principio è che “non si può escludere”, resta da comprendere come siano state costruite le ipotesi accusatorie, che più che su deduzioni devono essere basate su fatti.

In una nota successiva all’udienza, gli avvocati del Cardinale Becciu sottolineano che è stata ricostruita la genesi dei contributi della Segreteria di Stato nei confronti di Caritas Ozieri, di 25.000€ nel 2015 e di 100.000€ nel 2018.

“È stato ulteriormente ribadito – scrivono - come il contributo del 2015 fu impiegato quale parziale sostegno per l’acquisto di un forno, da impiegare nel progetto del panificio a vocazione sociale, dal costo complessivo di 119.000€”.

Continuano gli avvocati: “Quanto, invece, al contributo erogato nel 2018, è stato confermato che il Vescovo di Ozieri, Mons. Melis, mai ascoltato durante le indagini dagli inquirenti, aveva a più riprese pubblicamente annunciato che la somma era stata accantonata per la futura costruzione della ‘Cittadella della Carità, un centro polifunzionale a vocazione sociale, in attesa del raggiungimento della somma complessiva necessaria a finanziarla, pari ad oltre 1.300.000€. È stato confermato che i lavori hanno avuto inizio nel febbraio di quest’anno”.

Come si sono svolte le indagini

Nell’udienza del 19 ottobre, Luca De Leo, tecnico informatico del Centro di Sicurezza della Gendarmeria, ha sottolineato che sono stati acquisiti, analizzati e riversati 243 dispositivi, e di questi 37 sono i dispositivi usati dal Promotore di Giustizia per l’indagine, di cui 9 cellulari e 17 computer.

Tra i documenti analizzati, la cosiddetta “Lettera del 3 per cento”. È una lettera della Segreteria di Stato, datata 17 aprile 2019, con cui si garantiva al broker Gianluigi Torzi il 3 per cento del valore dell’immobile di Londra. Una lettera che secondo l’accusa esisteva a livello virtuale. Il teste ha detto che non è mai stata trovata una copia fisica e che il documento, preparato nel novembre 2018, era stato poi stampato nell’aprile 2019. Lo storico del documento mostra delle modifiche, ma in realtà non si può sapere quanto sostanziali siano le modifiche.

Le difese hanno di nuovo denunciato la parzialità delle prove, ma Pignatone ha fatto notare che già in un ordinanza dell’1 marzo si era stabilito che fosse diritto del Promotore di Giustizia selezionare le prove documentali.

Ed era sempre il promotore a indicare dove e cosa andare a cercare nelle chat o nei dispositivi, segnalando dei lassi di tempo precisi e delle parole chiave. Tanto che l’avvocato di monsignor Mauro Carlino, segretario prima del sostituto Becciu e poi del sostituto Pena Parra, ha fatto notare come una delle frasi incriminate – e secondo lui erroneamente interpretate – derivino dal fatto che non si siano considerati gli scambi fatti appena prima e appena dopo la frase, facendo perdere del tutto ogni sorta di contesto. Una questione, questa, sollevata anche da monsignor Carlino nel suo interrogatorio, quando, cellulare alla mano, andò e ricontestualizzare ogni frase a lui attribuitagli, mostrando come la parzialità della selezione dava anche adito a fraintendimenti.

Indagini a margine

Domenico De Salvo, vice ispettore della Gendarmeria, ha dettagliato una ventina di soggiorni in Svizzera – per le verità brevissimi, a volte di un solo pernotto – dell’ex officiale dell’Amministrazione della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi, pagati dalla società Sogenel Capital Holding di Enrico Crasso, anche lui imputato e storico investitore dei fondi della Segreteria di Stato.

In una dichiarazione spontanea, Tirabassi ha messo in luce come tutti i viaggi avessero ragione di ufficio, tutti fossero stati autorizzati o comunicati al suo diretto superiore, monsignor Perlasca, sebbene non ci fosse un metodo ufficiale per farlo, e Perlasca si limitasse in molti casi ad autorizzare il tutto solo verbalmente. Riguardo i pagamenti, era d’uso che pagasse il partner.

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Angelo Martone, ausiliare della polizia giudiziaria, che si è occupato della analisi dei conti bancari, si è soffermato sulle attività di Crasso e sugli investimenti della Segreteria di Stato tramite società dello stesso broker. L’avvocato di Crasso ha chiesto se si è mai considerato nelle indagini che comunque questi investimenti hanno fruttato plusvalenze di diversi milioni di euro, l’ausiliare ha detto di no.

Luca Bassetti, invece, gendarme della sezione di polizia giudiziaria, si è soffermato sul caso di Cecilia Marogna. Dalla Segreteria di Stato sono partiti nove bonifici a favore della Logsic, la società in Slovenia che aveva in Cecilia Marogna la titolare unica, e della società britannica Inkermann. Le causali erano “Voluntary contribution for humanitarian missions”, e il gendarme ha anche sottolineato come Becciu continuasse ad occuparsi della questione nel 2018, quando non era più sostenuto, come denotato da chat con monsignor Perlasca. Va notato, però, che era una operazione di cui pochissimi erano a conoscenza, e che dunque non deve sorprendere che Becciu se ne occupasse in prima persona, né che il successore di Becciu, l’arcivescovo Peña Parra, avesse bisogno di chiarimenti per portare avanti operazioni di cui non era a conoscenza. Parte della transizione, si potrebbe dire.

In tutto ciò, si nota anche che una attività di vigilanza c’era. L’Autorità di Informazione Finanziaria aveva fatto una segnalazione di transazione sospetta su un versamento in contanti del 4 settembre 2018 di otto banconote da 500 euro.

Due interrogatori lampo per l’arcivescovo di Fermo Pennacchio, all’epoca dei fatti responsabile CEI dell’8 per mille, e per Stefano Calamelli, dirigente del Bambino Gesù, chiamati solo a confermare la testimonianza resa in interrogatorio.

I prossimi passi

Fermo restando che molto si comprenderà dalla testimonianza di monsignor Perlasca, il presidente del Tribunale ha sollecitato a trovare nuova collocazione anche per l’architetto Giuliano Capaldo, consulente della Segreteria di Stato e prima ancora collaboratore di Gianluigi Torzi, che non si era presentato l’11 ottobre come previsto e aveva persino chiesto di essere sentito a Londra, richiesta rigettata dal presidente Pignatone.

Non ci sarà prima di dicembre, invece, la testimonianza di Gianfranco Mammì, direttore generale dello IOR, la cui segnalazione ha fatto scoppiare il caso. Dovrà spiegare, tra l’altro, come mai lo IOR rispose positivamente ad una richiesta di prestito della Segreteria di Stato per poi cambiare idea pochi giorni dopo.