Processo Palazzo di Londra, la testimonianza di monsignor Carlino

L’ex segretario del sostituto ha sottolineato che era il Papa a volere la trattativa, ha ribadito di aver fatto tutto in obbedienza ai superiori, ha messo in luce l’errore fatto nel cedere il controllo del palazzo

Una udienza del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato in Vaticano
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Papa Francesco voleva che ci fosse una trattativa per prendere il controllo del palazzo di Londra al centro del processo, che per questo si sono avuti rapporti con il broker Gianluigi Torzi per rilevare le 1000 azioni del Palazzo che questi aveva mantenuto e che erano le uniche con diritti di voto, che dallo stesso Papa è arrivato l’input a chiudere la trattativa pagando il meno possibile.

Vaticano, processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. È il giorno di monsignor Mauro Carlino, segretario particolare del sostituto, prima l’allora arcivescovo Becciu e poi l’arcivescovo Edgar Pena Parra. Ed è quest’ultimo che gli avrebbe chiesto di coinvolgersi, come sua persona di fiducia, nella questione del Palazzo di Londra, insieme all’ingegnere Luciano Capaldo, che pure aveva avuto rapporti di affari con Torzi precedentemente (avrebbe smesso un giorno prima della collaborazione in Segreteria di Stato, secondo gli avvocati di Torzi), all’avvocato Luca Del Fabbro, che poi è uscio di scena, e all’officiale della sezione amministrativa della Segreteria di Stato vaticana Fabrizio Tirabassi, anche lui imputato nel processo, che aveva seguito la compravendita del Palazzo sin dall’inizio.

Al centro del processo la vicenda dell’investimento della Segreteria di Stato in un immobile di lusso a Londra. Ci sono dieci imputati e quattro società coinvolte, e le accuse vanno anche a coprire reati diversi, facendo del processo un processo più ampio sul modo in cui venivano gestiti i fondi della Segreteria di Stato.

Inizialmente, l’investimento della Segreteria di Stato sul Palazzo di Londra era stato affidato a Fabrizio Mincione, quindi la gestione era stata affidata all’altro broker Gianluigi Torzi, che aveva mantenuto per sé mille azioni della proprietà, ma le uniche con diritto di voto. Alla fine, la Segreteria di Stato ha preso la decisione di rilevare il palazzo, chiudendo ogni tipo di rapporto con Torzi, ed è qui che entra in scena monsignor Carlino.

L’ex officiale della Segreteria di Stato vaticana ricorda prima di tutto di essere sacerdote, e che tutta la sua vita sacerdotale è stata caratterizzata dall’obbedienza ai superiori, ricordando come non ha mai svolto alcun incarico, nemmeno non pastorale, senza considerare il suo essere sacerdote.

Quando lo chiama per aiutarlo a gestire la vicenda, a monsignor Carlino viene chiesta da Edgar Pena Parra fedeltà, obbedienza e riservatezza, per risolvere “un grave errore” che è stato fatto. E l’errore sarebbe quello fatto da monsignor Alberto Perlasca, allora capo dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, che avrebbe firmato documenti senza l’autorizzazione del superiore, portando dunque all’assegnazione delle mille azioni a Torzi. Tirabassi, invece, era uscito dall’amministrazione della GUTT, la società di Torzi che controllava le azioni, proprio perché si era reso conto della situazione.

Compito di monsignor Carlino è quello di fare l’intermediario tra le istanze del sostituto e dei collaboratori del sostituto e Torzi, e quindi, specifica, non è mai entrato nella parte tecnica delle trattative. Torzi all’inizio chiedeva 20 milioni per uscire dalla gestione dal palazzo, e voleva assolutamente chiudere entro marzo. Alla fine, Torzi accettò di cedere le azioni a 15 milioni, e dunque la crisi della trattativa rientrò.

Obiettivo primario era quello di preservare l’asset, cioè l’investimento, ed è il motivo per cui si decise di ristrutturare l’investimento, e non di denunciare, come invece avrebbe voluto monsignor Perlasca, ma anche Capaldo. Il sostituto aveva invece escluso le vie legali per un possibile danno reputazionale sulla Santa Sede.

Sarebbe complicato entrare nei dettagli delle operazioni. Basti dire che lo studio Mishcon de Reya, che lavora con la Segreteria di Stato, aveva comunque fatto una segnalazione alla National Crime Agency del Regno Unito, controparte dell’Autorità di Informazione Finanziaria vaticana, e che questa bloccò inizialmente il procedimento, finché non fu ristrutturato in modo che fosse anche finanziariamente sostenibile.

Di fatto, anche le fatture emesse da Torzi quando riceve i pagamenti non sono gradite alla Segreteria di Stato, che voleva invece definito nelle fatture che si trattasse di una transazione finale, con l’idea di tagliare completamente i ponti. Addirittura, quando c’è stato il sospetto che Giovanni Boscia, oggi advisor dello IOR, fosse stato in affari con Torzi o con Mincione, si è fatta una indagine perché nel caso non sarebbe mai potuto essere assunto.

Alcuni dettagli interessanti. Nel rinvio a giudizio, si notava un eventuale pedinamento di Torzi disposto dal sostituto. Ma la chat incriminata era incompleta, e monsignor Carlino, usando il suo cellulare prima sequestrato e poi restituitogli, ha invece mostrato che si trattava di una precauzione riguardo Giuseppe Milanese. Capo della cooperativa OSA; amico del Papa sin dai tempi dell’Argentina, Milanese era stato coinvolto dal Papa nei primi negoziati con Torzi, come lo stesso Milanese ha ammesso in una intervista tv. In pratica, quando la trattativa si era arenata, si era voluto verificare se Milanese fosse andato a Londra, per fugare ogni sospetto. Il sospetto era che fosse in combutta con Torzi.

Secondo dettaglio: alcune domande del promotore di Giustizia Alessandro Diddi, non ammesse al Tribunale, riguardano un altro fascicolo, riguardante i fondi CEI inviati alla diocesi di Ozieri. Il fascicolo si riferisce ai finanziamenti CEI per la SPES, ma di questo fascicolo ulteriore non si era ancora avuta notizia – è invece rinviato a giudizio il Cardinale Angelo Becciu, sempre per aver inviato fondi alla SPES.

Terzo dettaglio: lo IOR accetta inizialmente di concedere il finanziamento di 150 milioni che aiuterebbe a rilevare il palazzo di Londra e di rifinanziare il mutuo.

Racconta Carlino: “Il 24 maggio 2019, il presidente IOR de Franssu dice che lo IOR accetta di rifinanziare. Il 4 giugno il sostituto presenta al Papa la questione ringraziando anche perché lo IOR aveva accettato questo finanziamento, che avrebbe comportato un risparmio per la Segreteria di Stato perché è chiaro che il mutuo veniva portato in casa, e mentre la banca prendeva interessi… ma cosa accadde? Il Papa approvò, il sostituto era felice della conclusione della vicenda, e poi però arriva comunicazione che a conclusine di tutto non era stato approvato e questo rappresentò al dottor Mammì a questa riunione del 28 o 29 giugno”.

Il 28 giugno, però, monsignor Carlino invia a Capaldo i numeri di Mammì, e questo perché – spiega il monsignore – “il sostituto aveva chiesto informazioni, e in seguito alla stranezza di un finanziamento accordato e negato aveva chiesto al dottor Giani, allora comandante della Gendarmeria, di fare delle verifiche”.

L’interrogatorio di Carlino proseguirà il 5 aprile, giorno in cui saranno sentiti anche Tommaso Di Ruzza e René Bruelhart, già direttore e presidentte dell’Autorità di Informazione Finanziaria. Il 7 aprile, sarà ascoltato di nuovo il Cardinale Angelo Becciu, che potrà rispondere, se vorrà, anche sulle vicende legate all'utilizzo di Cecilia Marogna come consulente della Segreteria di Stato. Ad inizio seduta, infatti, il presidente del Tribunale Pignatone ha letto una ordinanza che prendeva atto della risposta della Segreteria di Stato vaticana che aveva ricevuto dal Papa l'ok affinché il Cardinale non fosse vincolato da segreto pontificio nella testimonianza. 

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