Processo Palazzo di Londra, la versione di Becciu

Con una lunga dichiarazione spontanea, il Cardinale Becciu risponde ad una ricostruzione della testimonianza del commissario della Gendarmeria De Santis. Cosa è successo in queste tre udienze

Un momento del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato in Vaticano
Foto: Vatican Media / Vatican News
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Con due dichiarazioni spontanee, di cui una molto articolata, il Cardinale Angelo Becciu ha risposto ad alcune ricostruzione fatte nell’aula del tribunale del testimone Stefano De Santis, commissario della Gendarmeria. E se una prima volta ha portato il commissario a rivedere parzialmente la sua versione dei fatti, la seconda volta le parole del Cardinale sono entrate in maniera dirompente nel processo.

Dal 12 al 14 ottobre, si sono tenute tre udienze del processo vaticano che riguarda la gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Il processo ha come centro un investimento della Segreteria di Stato su un immobile di lusso a Londra, ma include altri capi di imputazione, con in particolare accuse di peculato al Cardinale Becciu per una finanziamento della Segreteria di Stato ad una cooperativa legata alla Caritas della diocesi di Ozieri e per i rapporti con la sedicente esperta di intelligence Cecilia Marogna, che ha aiutato il cardinale in alcune operazioni di rilascio prigionieri – operazioni rimaste riservate e conosciute solo dal Papa.

In tre giorni, sono stati sentiti il commissario De Santis (che dovrà tornare il 19 per l’ultimo controesame delle difese), Marco Simeon e l’ex vicepresidente della Fondazione Enasarco Andrea Pozzi, interrogatorio quest’ultimo durato pochi minuti perché la sua testimonianza non toccava i capi di imputazione.

La dichiarazione di Becciu

Per comprendere l’andamento del processo, si deve partire dalla fine, cioè dalla lunga dichiarazione spontanea del Cardinale Becciu.

Riassunto delle puntate precedenti. Il commissario De Santis ha riferito di un incontro cui lui ha partecipato a casa del Cardinale Becciu insieme al comandante della Gendarmeria Gauzzi Broccoletti il 3 ottobre 2020. Incontro che sarebbe stato sollecitato dallo stesso Becciu con una telefonata, e che il Cardinale avrebbe chiesto, con le mani ai capelli, di non fare uscire il nome di Cecilia Marogna, perché sarebbe stato un danno per lui e per i suoi famigliari.

Il Cardinale Becciu ha controbattuto in aula che era stato il comandante della Gendarmeria a proporsi di andarlo a trovare dopo che lui si era lamentato delle notizie false che venivano fuori sulla sua famiglia, e che in quell’occasione i gendarmi gli avessero chiesto di tenere l’incontro riservato perché sentivano di venir meno dei loro doveri e avrebbero informato il Cardinale delle indagini su Cecilia Marogna e sul modo non appropriato con cui spendeva i soldi della Segreteria di Stato. Il Cardinale si sarebbe messo le mani nei capelli, e avrebbe chiesto discrezione sulla Marogna, ma solo perché di quelle operazioni erano a conoscenza solo lui e il Santo Padre.

De Santis ha ulteriormente replicato cambiando lievemente versione su come era giunto a casa di Becciu, ma negando che avessero chiesto di mantenere l’incontro riservato, e ribadendo che il Cardinale era preoccupato per i suoi famigliari.

Viene da qui la dichiarazione del Cardinale all’ultima udienza.

“Confermo nel modo più assoluto che mi venne detto di tenere il segreto e io ho rispettato quell’impegno e anche nei momenti più difficili e tormentati non ho mai confidato a nessuno di quell’incontro”, ha affermato il Cardinale. Il quale ha soggiunto che De Santis gli avrebbe detto che il Papa gli voleva bene, in Sardegna era amato e allora sarebbe stato bene rientrare in Sardegna perché – avrebbe detto il gendarme – ‘Non vorrà mica parecipare a un processo? Lei sa quante cose negative potrebbero venire fuori”.

Il Cardinale ha anche accennato ai finanziamenti della CEI alla Caritas di Ozieri, che però non sono oggetto del processo, ma che rientrano spesso nelle circostanze processuali. Becciu non ha negato il suo interessamento, ma ha sottolineato di non vederci “alcun reato”, perché “è una prassi normale della Chiesa quella di aiutarsi reciprocamente”. E ha chiesto di focalizzarsi sulle vere domande, ovvero se i finanziamenti siano andati davvero, come è successo, a realizzare le opere per cui erano chiesti, se la CEI aveva mai avanzato una lamentela sulla rendicontazione, e se davvero i suoi familiari si fossero arricchiti, perché “mio fratello non preso un centesimo”. Anzi, ha autorizzato a dichiarare pubblicamente se mai, dagli accertamenti, si sia trovata una entrata irregolare nei conti dei famigliari.

Il Cardinale ha poi notato che la Segreteria di Stato ha erogato 60 mila euro alla Cooperativa Simpatia di Como, dove lavora il padre di monsignor Alberto Perlasca, testimone chiave del processo, eppure questa non è stata indagata.

Riguardo la Marogna e alla liberazione della suora rapita in Mali, il Cardinale si è detto ancora vincolato dal segreto, e sottolineato che la riservatezza dell’operazione era dovuta anche ad una fuga di notizie sventata nei giorni precedenti. Lo stesso cardinale si è detto “irritato” nel sapere che l’esperta di intelligence spendeva per altri scopi la somma datagli dalla Segreteria di Stato per l’operazione, e di aver chiarito con la stessa Marogna, la quale aveva garantito che non era vero.

L’impianto accusatorio

La testimonianza di De Santis, che si è protratta per due udienze, serviva anche a riepilogare le indagini della Gendarmeria vaticana. Diverse volte, il commissario ha fatto riferimento ad annotazioni di altri Gendarmi che avevano svolto le analisi, cercando di spiegare nel dettaglio il ragionamento che ha portato la gendarmeria a ipotizzare alcuni reati.

Un momento chiave ha riguardato l’analisi di una lettera del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha inviato riguardo una offerta per il Palazzo di Londra pervenuta alla Segreteria di Stato tramite l’onorevole Giancarlo Innocenzi Botti e l’ex ambasciatore italiano a New York Castellaneta per il gruppo Bizzi & Partners, e di un’altra offerta del gruppo immobiliare Fenton - Whelan.

De Santis ha sottolineato che “nulla di quello che è stato riferito nella lettera corrisponde al vero”, sostenendo, in pratica, che alla Segreteria di Stato fossero state rappresentate situazioni non veritiere.

Le offerte per il Palazzo di Londra

Eppure, lo stesso De Santis ha dovuto poi ammettere che la manifestazione di interesse del gruppo Fenton Whelan non è passata da un gruppo riferibile a Raffaele Mincione. Semplicemente, era stata indirizzata al gruppo WRM, che aveva gestito il palazzo, per comprendere con chi parlare.

Quindi, anche la ricostruzione sull’offerta presentata da Innocenzi Botti è stata chiarita dalla testimonianza di Marco Simeon. Simeon, che dal 2000 ha rapporti con la Santa Sede con vari incarichi e rapporti personali, era stato contattato da Innocenzi Botti proprio per fare da mediatore per la manifestazione di interesse. E Simeon ha contattato il cardinale Becciu, che lo ha poi riferito agli organi competenti.

Simeon ha detto con chiarezza che il Cardinale non ha mai ricevuto compenso e che non è mai stato coinvolto nella pare operativa dell’offerta, per la quale invece i riferimenti erano padre Antonio Guerrero Alves, prefetto della Segreteria per l’Economia, e lo stesso Cardinale Parolin come capo della Segreteria di Stato proprietario dell’immobile.

Bizzi & Partners presentava una offerta per il palazzo di 315-330 milioni, superiori al valore di mercato corrente per il palazzo, ma inclusiva del valore che andava verso lo sviluppo del palazzo stesso, con un piano che prevedeva permessi per sopraelevarlo di due piani, aumentando considerevolmente la superficie commerciale.

La proposta arrivò un anno dopo che la Santa Sede aveva preso il pieno possesso del palazzo di Londra, e l’offerta avrebbe portato la Santa Sede ad un sostanziale pareggio tra investimento e perdite sul palazzo.

Simeon ha anche sottolineato che aveva chiesto che le sue commissioni non fossero pagate dalla Santa Sede e di aver appreso dell’esistenza di Torzi solo maggio 2020, e di rappresentare per lui solo “una criticità” nella vendita dell’immobile.

La ricostruzione di Simeon, però, farebbe crollare l’ipotesi che la stessa proposta di Bizzi & Partners rappresentasse un depistaggio per la Santa Sede. L’ipotesi accusatoria è che la proposta di acquisto, pari a oltre 330 milioni di euro, da parte della famosa società Bizzi & Partners era una manovra di Gianluigi Torzi per riappropriarsi dell’immobile. Ipotesi corroborata dal fatto che lo stesso giorno si era costituita una società con due soci che si dicono collegati al broker.

Le indagini

Il Commissario De Santis ha anche spiegato lo svolgimento delle indagini. Un momento chiave sono le perquisizioni della Gendarmeria nei locali della Segreteria di Stato e dell’Autorità di Informazione Finanziaria. Cruciali anche perché la Gendarmeria non ha competenza sul Palazzo Apostolico, dove può operare solo la Guardia Svizzera, e dunque il procedimento ha creato anche un vulnus nella stessa struttura vaticana – ma De Santis si è limitato a dire che non si era mai entrati nel Palazzo Apostolico, senza spiegare perché.

De Santis ha parlato anche di un fondo etico e religioso costituito dall’ex officiale dell’amministrazione della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi, nel quale la Segreteria di Stato ha investito 20 milioni di euro.

Colpisce invece un dettaglio. Si sa che il 5 settembre monsignor Perlasca ha cenato con il Cardinale Becciu, e che i contenuti di questa cena sono stati affrontai nel corso di un interrogatorio a Perlasca. De Santis chiarisce che Perlasca era andato due giorni prima negli uffici della Gendarmeria, per avvisare i gendarmi della cena imminente, e di aver detto che sarebbe stato di loro interesse.

Si è parlato anche di una registrazione della cena da parte di Perlasca. De Santis ha detto nettamente: “Se Perlasca riteneva di informare il corpo della Gendarmeria pensando nella sua testa che il corpo della gendarmeria possa fare alcun tipo di attività in ristorante italiano è nella testa sua. La Gendarmeria non muove un passo se non debitamente autorizzata”.

Nonostante il chiarimento, sono dettagli che possono avere dei contraccolpi nel momento in cui lo stesso Perlasca sarà escusso.

L’ASIF

In queste tre udienze, ha colpito l’assenza della parte civile ASIF (Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria). Ci sarebbero stati, però, dettagli da chiarire. De Santis, infatti ha sostenuto di non sapere all’epoca delle attività di intelligence dell’AIF. Eppure, era noto – e si trova anche nei documenti sequestrati all’AIF e finiti negli atti del processo – che l’AIF aveva attivato diverse Unità di Informazione Finanziaria estere e queste non avevano dato alcun elemento rilevante né su Gianluigi Torzi né su Raffaele Mincione.

De Santis rileva anche che l’AIF invia l’11 giugno una richiesta di informazione all’allora segretario generale del governatorato Fernando Vergez de Alzaga, cosa che porta alla domanda del promotore di Giustizia se Vergez sia autorità di polizia. Vergez è però una autorità di controllo, l’AIF, secondo legge antiriciclaggio, può chiedere informazioni amministrative e finanziarie e investigative, scegliendo il proprio interlocutore.

Sono dettagli, che però al limite dimostrano come non fossero chiare – o fossero state ignorate – le operazioni e le funzioni dei vari organismi vaticani. Come si può configurare un reato se alla fine anche le funzioni stesse degli organismi vaticani sono male interpretati, e le prassi vaticane sono sconosciute?

È la domanda latente del processo, mentre si comincia meglio a definire l’impianto accusatorio e la strategia del promotore di Giustizia per confermare le ipotesi di reato contenute nel rinvio a giudizio.

I prossimi interrogatori, in questo senso, saranno cruciali per capire quale indirizzo prenderà questo processo. Intanto, il presidente del Tribunale Pignatone, con due ordinanze, ha rigettato le richieste dell’imputato Gianluigi Torzi e del teste Gianluigi Capaldo di essere sentiti da remoto: dovranno presentarsi in aula per l’interrogatorio.

Una nota a margine: Raffaele Mincione, il broker che per primo gestì i fondi della Segreteria di Stato nel palazzo di Londra, ha ottenuto una seconda piccola vittoria in Inghilterra.

La prima è stata il riconoscimento di poter portare la Segreteria di Stato in tribunale a Londra. Mincione si era rivolto al Tribunale inglese sostenendo il danno alla sua reputazione, per l’impossibilità di difendersi adeguatamente, e in appello gli è stata data ragione, sostenendo che la Segreteria di Stato non può definirsi neutrale nella vicenda.

La seconda è stato il risarcimento ottenuto dal Corriere della Sera per le presunte accuse diffamatorie di appropriazione indebita, frode e corruzione. Anche questi dettagli possono mettere in crisi l’impianto del processo.

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