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Processo Palazzo di Londra, “il Cardinale Becciu mostrificato”

Nelle ultime tre udienze del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, hanno parlato le difese del Cardinale Becciu, di nonsignor Carlino, di Gianluigi Torzi. Mettendo in luce altri dettagli

Processo Palazzo di Londra | Una foto di archivio di una passata udienza del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato nell'Aula Polifunzionale dei Musei vaticani | Vatican Media Processo Palazzo di Londra | Una foto di archivio di una passata udienza del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato nell'Aula Polifunzionale dei Musei vaticani | Vatican Media

La “mostrificazione” del Cardinale Angelo Becciu, attraverso una lettura di fatti che si rifà ad una “certezza morale”, ma non a prove. Il senso del dovere di monsignor Mauro Carlino, che “ha fatto il suo dovere con lealtà”. La gestione di Gianluigi Torzi. Le ultime tre udienze del processo vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato vaticana hanno portato nuovi dettagli e prospettive, gettando ulteriore luce su una vicenda che è stata presentata come “processo del secolo” e che invece, se le prove prodotte dalle difese verranno considerate dal tribunale, potrebbe rivelarsi più che altro una ricostruzione accusatoria che non ha fondamento nelle prove prodotte. E la prova, in un processo penale, è tutto.

Le ultime tre udienze sono state particolarmente dense di dettagli, e non vale la pena entrare nei tecnicismi delle accuse e delle difese. Quello che si proverà a fornire è un quadro generale della vicenda, che però, giunta quasi alla fine del giro di arringhe difensive, ha visto la narrativa in qualche modo cambiare: se all’inizio della vicenda il pendolo era tutto sulle tesi dell’accusa, ora le difese hanno guadagnato terreno, fornendo tutte una visione coerente della vicenda, sebbene con sfumature differenti. Eppure, a guardare lo scenario che si è dipanato con la ricostruzione degli avvocati, tutto sembra avere senso, poche cose si contraddicono in maniera palese, ed è un dato che non possiamo non considerare.

Va invece considerato il danno che l’istruzione di questo processo ha creato alla Santa Sede dal punto di vista internazionale. Si dirà che è un prezzo che si doveva pagare, eppure dall’inizio delle indagini la Santa Sede è stata prima sganciata dal sistema di comunicazioni sicure del gruppo Egmont, che riunisce le Unità di Informazione Finanziaria di tutto il mondo e scambia informazioni di intelligence; quindi si è trovata ad affrontare la critica del comitato del Consiglio d’Europa Moneyval per il modo in cui il sistema di scambio di informazioni è stato messo in discussione; e la scorsa settimana, in un procedimento a Londra per diffamazione intentato da uno degli imputati, Raffaele Mincione, l’Alta Corte ha chiesto la divulgazione di email, whatsapp e messaggi crittografati scambiati tra alcuni prelati (tra i quali il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato e l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto) perché questo non costituisce “segreto pontificio”. È un tema che mette in discussione, per la prima volta, la sovranità della Santa Sede, aprendo un vulnus giuridico che potrebbe avere delle conseguenze.

Come sempre, prima di guardare alle tre arringhe difensive, facciamo un passo indietro per comprendere su cosa verte il processo.

I tre tronconi del processo

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Il processo si divide in tre tronconi principali. Il primo riguarda l’investimento, da parte della Segreteria di Stato, nelle quote di un palazzo di lusso a Londra. Dopo aver deciso di non dare seguito alla possibilità di partecipare ad una piattaforma petrolifere in Angola, la Segreteria di Stato diede in gestione al broker Raffaele Mincione un fondo utilizzato per comprare le quote di un palazzo da sviluppare. Poi, diede le stesse quote in gestione al broker Gianluigi Torzi, che – inizialmente all’oscuro della Segreteria di Stato – mantenne per sé le uniche azioni con diritto di voto, e di conseguenza il pieno controllo del palazzo. Infine, rilevò l’intero palazzo, che è stato recentemente rivenduto.

Il secondo filone si concentra sul contributo dato dalla Segreteria di Stato alla Caritas di Ozieri per lo sviluppo di un progetto della cooperativa SPES, presieduta dal fratello del Cardinale Becciu. L’accusa, nei confronti di Becciu, è quella di peculato.
Il terzo filone riguarda la sedicente esperta di geopolitica Cecilia Marogna, ingaggiata dalla Segreteria di Stato, che avrebbe utilizzato denaro a lei erogato per delle presunte operazioni di salvataggio di ostaggi (come quello della suora colombiana Cecilia Narvaez rapita in Mali) per fini personali.

La difesa a Becciu: un processo “teorema”

Era ovviamente molto attesa la difesa del Cardinale Angelo Becciu, al centro della vicenda, su cui pende una richiesta di condanna a sette anni e tre mesi di reclusione, la più alta possibile nella forbice dei reati perché, aveva sottolineato il promotore di Giustizia Alessandro Diddi al termine della requisitoria, il Cardinale non aveva mai mostrato pentimento, e anzi aveva anche risposto con varie dichiarazioni spontanee.

Gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, in circa sei ore di arringa, hanno risposto punto per punto a tutte le accuse, definite “assurde e infondate” e frutto di indagini mosse da un “occhi pregiudizievole”, con un impianto accusatorio “debole”. C’era una volontà, ha denunciato la difesa, di “mostrificare il cardinale”.

La chiave è la testimonianza di monsignor Alberto Perlasca, capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato vaticana, che in un memoriale del 31 agosto 2020 ha dettagliato le sue accuse al cardinale. Ma si tratta di una testimonianza “inquinata”, nota l’avvocato Viglione, certificata dal fatto che Perlasca cambia atteggiamento nel corso degli interrogatori.

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La stessa testimonianza di monsignor Perlasca, al primo posto nella hit parade delle citazioni del processo, è inquinata, nota l’avvocato Viglione, perché nata anche dai suggerimenti di Genevieve Ciferri, la sua amica di famiglia, che riceveva a sua volta consigli da quello che la stessa Ciferri aveva descritto a Perlasca come un “anziano magistrato”, e invece altri non era che Francesca Immacolata Chaoqui, la donna già membro della Commissione referente per l’economia e l’amministrazione (COSEA) e poi finita a sua volta a processo per il cosiddetto caso Vatileaks 2.

L’avvocato Viglione ha sottolineato che “non c’è un centesimo” che sia finito a vantaggio personale del cardinale – cosa che tra l’altro l’accusa non contesta – e dunque “non c’è nessuna appropriazione indebita da parte del Cardinale”.

Resta da definire la vicenda della famosa cena di Perlasca allo Scarpone con il Cardinale. Perlasca ci tiene ad informare la Gendarmeria, ma, si chiedono gli avvocati, dopo tutte le accuse nel memoriale, come è possibile che i gendarmi non si chiedano il perché di quella cena, nata da un invito dello stesso Perlasca?

L’accusa ha delineato una responsabilità del Cardinale Becciu anche nel dare via all’acquisizione delle quote del palazzo di Londra, ha puntato il dito contro 125 mila euro donati dalla Segreteria di Stato alla cooperativa Spes legata alla Caritas di Ozieri e guidata dal fratello del Cardinale, e di aver destinato a Cecilia Marogna somme che lei ha utilizzato per spese voluttuarie e personali, e che invece erano destinate ad una mediazione per la liberazione di suor Gloria Narvaez, rapita in Mali.

Una “ambiziosa struttura accusatoria – ha detto Viglione – che però non ha trovato riscontro nelle prove documentali, tecniche e testimoniali”.

Per quanto riguarda la questione del palazzo di Londra, l’avvocato Maria Concetta Marzo ha colto anche una contraddizione insita nei capi di accusa stessi contestati al Cardinale. Perché l’accusa contesta sia al cardinale di aver sottoscritto un fondo con Raffaele Mincione che non lasciava margini di scelta, ma anche che lo stesso Becciu aveva disposto delle operazioni di investimento. Si tratta – ha detto l’avvocato marzo – “di due ricostruzioni incompatibili: delle due l’una! E comunque non c’è mai stata alcuna disposizione del cardinale”.

È stata riprodotta dalle difese una nota che era già del Cardinale Tarcisio Bertone come Segretario di Stato, e che descriveva la formula del credit lombard – una forma di finanziamento che utilizza come garanzia un portafoglio di titoli, utilizzata anche nella vicenda Londra – come appropriata già nel 2013. È stato fatto notare che la proposta di investimento iniziale nelle quote della società petrolifera Falcon Oil, contestate dall’accusa come speculative e mai operate dalla Segreteria di Stato, avevano in realtà già precedenti simili nelle operazioni della Santa Sede.

Su Falcon Oil, ha notato Viglione, il Cardinale si è limitato a proporre l’investimento, per l’unica volta in sette anni da sostituto, e poi, quando l’investimento non è stato ritenuto opportuno, si è persino scusato per le energie profuse. Ma gli avvocati del Cardinale hanno anche stigmatizzato l’atteggiamento dell’accusa nella requisitoria, che è arrivato ad urlare “vile” al cardinale, con un eccesso verbale che tradisce, spiegano, una mancanza di prove a sostegno.

Invece il cardinale è stato “vittima” di una campagna mediatica e di una “macchinazione”. Smentiti ancora una volta i rapporti tesi tra il Cardinale Becciu e il Cardinale Pell, che sospettava come un transfer di circa 2 milioni dalla Segreteria di Stato un Australia sarebbe servito a finanziare una campagna contro di lui. Ma quei soldi, aveva spiegato Parolin stesso, erano serviti a comprare un dominio .catholic in Australia, mentre lo scontro tra Pell e Becciu non era personale, ma riguardava piuttosto la modalità con cui Pell voleva sottoporre la Segreteria di Stato ad un auditing esterno. Auditing, tra l’altro, rinegoziato dalla Santa Sede proprio per preservare la propria sovranità (non si tratta di una azienda), mentre lo stesso Papa Francesco aveva rimodulato e riequilibrato le competenze della Segreteria per l’Economia con un motu proprio che riportava alcune funzioni all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Viglione ha detto che il cardinale “non si è difeso nel processo, ma dal processo”, ma di certo “non è stato il regista delle operazioni finanziarie” – “al limite un attrezzista”- anche perché un regista si sceglie gli attori, mentre il cardinale ha operato da sostituto con chi c’era già, senza fare “spoils system”.

Il cardinale – sottolineano le difese -  si trova a condividere le accuse di peculato con Raffaele Mincione che “non aveva mai conosciuto”, ha ribadito – come aveva tra l’altro ammesso lo stesso promotore di Giustizia nella requisitoria – che gli investimenti nel fondo Athena non provenissero dall’Obolo di San Pietro (c’era, invece, in segreteria di Stato, un fondo Obolo). L’avvocato Marzo ha sottolineato che “nemmeno un euro dell’Obolo è stato investito”, e anche il contributo annuale dello IOR, tra l’altro sceso notevolmente negli ultimi anni a causa del calo dei profitti avvenuto a partire dal 2013, non “era sufficiente” a coprire le spese. Lo IOR ha chiesto la restituzione di quei contributi al Papa, sebbene si trattasse di contributi volontari alla Santa Sede, e dunque in generale sempre gestiti dalla Segreteria di Stato per i bisogni correnti.

Gli avvocati hanno anche ripercorso la vicenda dei versamenti di 125 mila euro alla Caritas di Ozieri per l’acquisto di una macchina per la panificazione e il sostegno di un progetto. Il denaro è sempre stato destinato alla Caritas, mai direttamente alla SPES, che ne era il braccio operativo. Questa era guidata dal fratello del Cardinale, Antonino Becciu, che non ha mai percepito uno stipendio fino al 2016, quando ha lasciato l’incarico di insegnante ed è stato messo a contratto per i cinque anni che lo hanno portato fino alla maturazione della pensione nel 2021, anno in cui ha di nuovo preso a contribuire volontariamente. La vicenda dell’impresa della Birra Pollicina, una impresa dell’altro fratello Mario, è invece marginale. Nessun vantaggio è stato certificato sia arrivato direttamente ai fratelli di Becciu, e allora “come è possibile che due donazioni, dimostrate come certamente caritative, siano diventate peculato?”

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L’avvocato Marzo si è poi dedicata alla questione dei bonifici inviati alla società Logsic di Cecilia Marogna allo scopo di liberare Suor Gloria Narvaez, rapita in Mali. Va ricordato, tra l’altro, che i bonifici erano stati disposti non più dal cardinale Becciu, ma dal suo successore in segreteria di Stato, l’arcivescovo Peña Parra, e che il Papa era stato informato. Marogna aveva presentato una società di intelligence, la Inkermann, che, nella sua testimonianza, il commissario De Santis ha detto che “non si sapeva bene cosa facesse”. Ma invece, nota l’avvocato Marzo, “bastava chiedere al maresciallo Google per avere tutte le informazioni necessarie”.

Tuttavia, il Cardinale è stato “il primo ad essere raggirato”, perché Marogna, che avrebbe poi usato il denaro per spese personali, “non era autorizzata a spendere nemmeno un euro”. L’avvocato Marzo ha ricordato che il promotore di Giustizia era arrivato addirittura a definire volgarmente Marogna come “la mantenuta del Cardinale”, e ha aggiunto: “Se il cardinale avesse voluto mantenerla non lo avrebbe fatto quando era sostituto e poteva agire liberamente, invece di aspettare che i versamenti li facesse un altro, cioè il successore Peña Parra?”.

In generale, la difesa del cardinale ha anche notato i vari aggiustamenti dei capi di imputazione che si sono succeduti nel tempo.

La difesa di Torzi

Il 21 novembre, la difesa di Gianluigi Torzi ha terminato la sua arringa difensiva. Gianluigi Torzi aveva rilevato le quote del palazzo di Londra da Mincione. Oggi è accusato di corruzione, peculato aggravato, truffa aggravata, appropriazione indebita aggravata, riciclaggio e autoriciclaggio, estorsione aggravata. Per lui, il promotore di Giustizia ha chiesto 7 anni e 6 mesi di reclusione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 9 mila euro di multa.

Va ricordato che il 5 giugno 2020 Gianluigi Torzi è stato incarcerato in Vaticano, dove si era recato per essere interrogato, con una procedura quanto mai inusuale.

Oggi è latitante a Dubai, negli Emirati, perché sulla sua testa spicca un mandato di cattura, ma di certo non ha dimenticato l’esperienza del carcere vaticano, da cui è uscito con un corposo memoriale. La difesa di Torzi ha chiesto anche che venga rivista l’ordinanza del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano del primo marzo 2022, soprattutto alla luce dell’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, sul diritto alla libertà e alla sicurezza, e ha sottolineato che “qualsiasi provvedimento sanzionatorio che adotterà questo collegio sarà poi analizzato dai giudici di altri Paesi, che valuteranno se lo Stato della Città del Vaticano rispetta i principi della Convenzione dei diritti dell’uomo”.

Secondo l’avvocato Mario Zanchetti, che difende Torzi, “c’è un solo modo di vedere le cose ed è quello di vederle interamente”, e “per ricostruire correttamente una vicenda bisogna confrontarsi con tutte le prove, con tutti gli elementi”. Il difensore ha lamentato invece che il promotore di Giustizia ha solo preso alcuni elementi della vicenda, e ci “siamo trovati di fronte alla sostanziale inutilità dell’istruttoria dibattimentale”, accusando alcuni testi di aver detto “delle cose palesemente non vere”, puntando il dito in particolare contro Monsignor Perlasca, Giuseppe Maria Milanese, Luca Dal Fabbro, Luciano Capaldo. Milanese, tra l’altro, era stato incaricato da Papa Francesco di “mediare” con Torzi la sua uscita dalla gestione dell’immobile di Londra, mentre Capaldo è il collaboratore della Segreteria di Stato che in precedenza collaborava con Torzi.

Dalla descrizione degli avvocati, Gianluigi Torzi era “totalmente in buona fede”, che Torzi e Mincione non hanno mai ordito “alcun fantomatico complotto”, ma semplicemente la Segreteria di Stato voleva “modificare il titolo dell’investimento e avere maggiori garanzie” e ha individuato in Torzi la persona giusta.

L’accusa di estorsione e di truffa di Torzi vertono intorno al fatto che lui avesse trattenuto per sé mille azioni delle quote del palazzo di Londra. Ma secondo l’avvocato Marco Franco, “è impossibile sostenere che queste mille azioni non si era capito che Torzi le aveva con diritto di voto mentre gli altri non le avevano, c’è scritto già nel Framework Agreement, dappertutto c’era scritta questa cosa”.

Secondo Franco, una chat dell’imputato del 23 novembre, subito dopo le trattative di Londra, “a cose fatte”, mostra che “Torzi non sapeva prima delle mille azioni” e si vede la “buona fede di Torzi”. Franco ha sottolineato che anche l’arcivescovo Peña Parra era “sempre informato” su tutto quello che succedeva nella gestione, come dimostrano i report periodici. Secondo l’avvocato, “Torzi ha sempre avuto cura del palazzo” e “non c’è un solo atto che dimostri che Torzi non aveva la volontà di restituire le quote. Si è solo parlato del giusto compenso”. Le mille azioni, è stato spiegato, avevano un valore complessivo di 10 milioni di euro, e i 5 milioni erano la previsione del “lucro cessante”.

L’avvocato Marco Franco ha, infine, ampiamente parlato di Luciano Capaldo, definendolo “un personaggio veramente inquietante”. L’uomo, secondo il legale, è il responsabile del “processo demolizione dell’immagine di Torzi”, attuato per “mettere le mani sugli affari della Segretaria di Stato”, con la complicità di Luca Dal Fabbro e l’officiale di Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi, cosa tra l’altro che nega il fatto che Tirabassi avesse favorito Torzi in alcun modo.

La difesa Carlino

Il 20 novembre, è stata la difesa di monsignor Mauro Carlino a prendere la parola. Questi è imputato per estorsione e abuso di ufficio, il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha chiesto 5 anni e 4 mesi di reclusione, oltre all’interdizione perpetua e a una multa di 8 mila euro. Fu a lui che si rivolse Peña Parra per aiutarlo a risolvere la questione di Londra, e fu lui ad ottenere da Torzi uno “sconto” di 5 milioni sui 20 pattuiti per la sua uscita dal fondo, che sono poi i 15 milioni che costituiscono la presunta estorsione.

L’avvocato Salvino Mondello ha sottolineato che l’ex segretario del sostituto “ha fatto il suo dovere con competenza e lealtà”. L’accusa sostiene che Carlino sarebbe colpevole di estorsione per “aver rafforzato il proposito criminoso di Gianluigi Torzi” e per “aver assunto responsabilità come intermediario”. Ma sono impostazioni, dice Mondello, “viziate clamorosamente da errori giuridici”, anche perché l’accusa non ha accertato la “differenza di interessi tra Torzi e Carlino”, dato che quest’ultimo non era di certo in concorso. Anzi, ha aggiunto Mondello, tutti in Segreteria di Stato, “ritenevano i 15 milioni non dovuti, ma si sono trovato costretti a pagare per non rischiare danni economici maggiori”.

L’opera di intermediazione di Carlino è stata “nell’interesse esclusivo della vittima, come nei casi di sequestro di persona, quindi non c’è stato certo concorso nell’estorsione”, e tra l’altro monsignor Carlino “era solo un “emissario, che agiva per conto della Segreteria di Stato, che si è inserito nella vicenda su incarico del sostituto, non motu proprio. E il suo fine non è stato mai il tornaconto personale”.

“Con quale coscienza – ha detto Mondello - si può affermare che una persona che non ha tratto profitto né vantaggio, non fosse animata da un fine solidaristico? Qual era il concorrente interesse di Carlino rispetto a quello della Segreteria di Stato. Le parole del sostituto Peña Parra sono tombali per qualunque accusa a Carlino”.

L’avvocato Mondello ha descritto come “uno sfregio” il sequestro dei conti del sacerdote, anche perché dimostra “che il concorrente di un reato contro il patrimonio non ha avuto vantaggi economici”.

Mondello ha ricordato molti passaggi della testimonianza dell’arcivescovo venezuelano del 16 marzo 2023, nella quale il sostituto ha spiegato che Torzi non voleva più trattare con l’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, e quindi con monsignor Perlasca e Fabrizio Tirabassi (che è tra gli imputati), e quindi ha incaricato Carlino a trattare, quando si era già deciso di dare 20 milioni di euro al broker perché cedesse alla Santa Sede le sue mille azioni con diritto di voto e quindi il controllo del palazzo.

Nel corso dell’udienza, Peña Parra, ha detto Mondello, aveva sottolineato che monsignor Perlasca, “non si era comportato fedelmente, non solo per aver sottoscritto un contratto senza averne la procura, che con inganno poi la Segreteria di Stato era stata indotta a ratificare” e di aver eluso “le richieste di chiarimento del sostituto”.

Carlino è “la persona di fiducia” scelta dal sostituto. L’avvocato mostra una chat tra il sostituto e Pelasca del marzo 2019. Peña Parra “ricorda a Perlasca la sua proposta di non pagare Torzi e di fargli causa, e gli chiede di inviare un testo con i pro e i contro della soluzione legale. Una proposta che Perlasca non invierà mai”. Per Mondello quindi “non si può processare una trattativa”, anche perché la decisione drammatica di trattare con Torzi “l’ha presa il sostituto, e l’ha rivendicata, non si è mai tirato indietro”.

Mondello ha notato che Carlino ha sempre informato il suo superiore dei vari passaggi, che Carlino usava un “tono gentile” per poter raggiungere l’obiettivo. E ha poi messo in luce che l’accusa di abuso di ufficio a monsignor Carlino viene dalla richiesta di un prestito allo IOR che è stata fatta dal sostituto, e che comunque non è reato, e che avrebbe permesso di chiudere un’altro mutuo con interessi molto onerosi, che faceva perdere all’Ufficio più di un milione di euro al mese.

Infine Mondello ha contestato che la mancata denuncia dell’estorsione di Torzi, da parte di Carlino, sia stato abuso d’ufficio. Perché, si è chiesto, “avrebbe dovuto denunciare all’autorità giudiziaria un fatto del quale il suo superiore sapeva tutto e aveva avvisato anche il Papa? E comunque su tutto questo, perché materia economica, c’era il segreto pontificio, dal quale Francesco stesso dispensa i vertici dello Ior, quando fanno la denuncia”.

Anche l’avvocato di Segreteria di Stato Agnese Camilli Carissimi è intervenuta a descrivere il ruolo e la personalità di Carlino.

Verso la sentenza

Il 4 dicembre, sarà la volta delle difese del broker Raffaele Mincione, il 5 dicembre altra udienza e l 6 la conclusione della difesa Becciu. L’11 dicembre sono previste le repliche del promotore di Giustizia al mattino, e poi dal pomeriggio dell’11 al 12 le controrepliche delle difese. Quindi, si stabilirà l’ultima udienza, che porterà alla sentenza.

Finora, le difese hanno lasciato diverse domande cui trovare risposta. Alla fine, si è messo a rischio un sistema di trasparenza finanziaria che stava venendo messo a punto. La denuncia dello IOR contro la Segreteria di Stato sembra aver creato un corto circuito nel sistema finanziario. La decisione di procedere all’indagine ha fermato i possibili rapporti di intelligence dell’Autorità di Informazione Finanziaria, che da subito aveva fatto sapere che avrebbe continuato a tracciare le operazioni. La vicenda dell’immobile di Londra si è conclusa con una perdita economica per la Segreteria di Stato, ma resta il dubbio che se le cose fossero state fatte seguendo i contratti e i lock up (il termine entro cui il contratto non poteva essere modificato) forse ci sarebbe stato un profitto maggiore. Ed è stato messo in discussione anche il sistema di investimenti della Santa Sede, che pure si era sviluppato a partire dagli Anni Trenta.

La sentenza di Pignatone dovrà rispondere a tutte queste domande, e in qualche modo certificherà anche lo stato di salute del sistema vaticano. Resta la domanda: quanto è stato informato il Santo Padre e quanto è intervenuto nel processo?