Processo Palazzo di Londra, l’andamento delle indagini, un cardinale testimone

Continuano le udienze del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Ancora una richiesta di nullità

Un momento del processo per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato
Foto: Vatican Media
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Sarà il 2 dicembre che il Cardinale Oscar Cantoni, arcivescovo di Como, testimonierà davanti al Tribunale vaticano nel processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato che include diversissime imputazioni. L’arcivescovo di Como dovrà rispondere solo riguardo una presunta subornazione ai danni di monsignor Alberto Perlasca da parte del Cardinale Angelo Becciu.

La presenza di Cantoni si unisce a quella di Luciano Capaldo, consulente della Santa Sede, che, dopo non essersi presentato il 13 ottobre per impedimenti lavorativi e di salute, dovrà ora comparire in aula il 23 ottobre. E poi, tra le testimonianze già calendarizzate, quella di Giuseppe Milanese, il capo della cooperativa OSA che fu negoziatore per conto del Papa dell’uscita del broker Gianluigi Torzi dalle gestitone dell’immobile di Londra. E poi, ovviamente, il super testimone Alberto Perlasca, i cui giorni di udienza si sono ridotti e verranno ampliati nelle prossime udienze.

Al di là della lista dei testimoni, l’andamento del processo in Vaticano sembra andare avanti senza scossoni particolari. Il processo, lo ricordiamo, riguarda presunti abusi nell’acquistare, da parte della Segreteria di Stato, un immobile di lusso a Londra. L’immobile ha causato perdite, ma probabile che le perdite siano dovute soprattutto alla rottura dei contratti. La Segreteria di Stato aveva affidato l’immobile al broker Raffaele Mincione, poi a Gianluigi Torzi e infine ne aveva rilevato le quote.

Insieme a questo filone, si uniscono diverse altre linee di indagine, dal peculato contestato al Cardinale Angelo Becciu per i fondi della Segreteria di Stato destinati alla cooperativa SPES che dava lavoro a persone disagiate a quelli destinati alla sedicente esperta di intelligence Cecilia Marogna per alcune operazioni umanitarie.

Le ultime due udienze del processo hanno, ancora una volta, messo in luce il metodo investigativo, che ha anche le sue criticità, ma soprattutto mostrato come delle operazioni contestate in realtà fossero nell’alveo delle operazioni consentite.

Due, in particolare, le questioni importanti. La prima riguarda il prestito chiesto dalla Segreteria di Stato all’Istituto delle Opere di Religione per completare l’acquisto del palazzo di Londra. Prestito che, dopo una serie di comunicazioni interne, fu inizialmente approvato dallo IOR e poi improvvisamente negato, con un atto che ha fatto da premessa alle indagini.

Si è detto che lo IOR non poteva dare prestiti. Ma questa versione è stata smentita dalla testimonianza di Federico Antellini Russo, oggi vicedirettore dell’Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria e al tempo a capo della sezione vigilanza dell’Autorità.

Antellini Russo ha sottolineato come gli sia stato chiesto uno studio di fattibilità sul prestito, considerando che lo IOR è l’unico ente finanziario controllato dall’allora AIF. La risposta è stata positiva, perché vero che lo IOR non è un ente finanziario, né una banca, e dunque non può erogare prestiti in maniera professionale, ma è comunque un organo del governo, e, quando c’è un caso eccezionale e una richiesta del governo, è autorizzato a dare prestiti, ovviamente sulla base di garanzie di rientro.

La parte civile IOR ha molto insistito sulla valutazione dei collaterali e sulla eccezionalità della cifra richiesta (150 milioni), ma Antellini Russo ha spiegato con chiarezza che si trattava, appunto, di uno studio di fattibilità, e che le valutazioni ulteriori sarebbero state fatte solo nel momento in cui l’operazione si andava a concretizzare. Alla fine, si comprende come l’AIF avrebbe comunque continuato a tracciare i fondi, e dunque resta sempre il dubbio che l’autorità, con le perquisizioni, sia stata fermata nel mezzo di una indagine, anche perché poi c’è tutta la corrispondenza che era stata attivata con le controparti estere.

In effetti, il sequestro della corrispondenza aveva portato il Gruppo Egmont, che riunisce le unità di informazione finanziaria di tutto il mondo, a sospendere la Santa Sede dal “Secure Web”, ovvero dal circuito di scambio di informazione di intelligence protetto, al punto che ci è voluto poi un protocollo tra Tribunale Vaticano e Autorità di Informazione Finanziaria perché la Santa Sede fosse reinclusa. Antellini Russo ha minimizzato la sospensione, ma di fatto si è trattato di un danno reputazionale non indifferente per l’Autorità.

Il secondo tema riguarda invece la conduzione delle indagini. Nella testimonianza di Michele Mifsud si è parlato anche di “un terzo” di un contratto che sarebbe spettato a Fabrizio Tirabassi, officiale della Segreteria di Stato vaticana nella sezione amministrativa che Mifsud aveva conosciuto davanti al suo parroco. Nella sua testimonianza, Mifsud ha detto di non avere inizialmente pensato che si trattasse di una tangente, e che poi nell’interrogatorio il gendarme gli ha fatto notare che di fatto si potesse trattare di una tangente e lui ha considerato verosimile la ricosrtuzione.

Tutto questo ha portato ad una richiesta di nullità da parte dell’avvocato Luigi Panella, che difende Enrico Crasso, l’ex investitore della Segreteria di Stato, il quale ha notato anche la presenza di domande nocive. Dopo un’ora di camera di Consiglio, il presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone ha deciso di rigettare la richiesta, mancando una norma specifica sulla nullità, e considerando che le cosiddette “domande nocive” non possono essere definite ex ante. Pignatone ha anche detto che le difese hanno comunque tutti gli strumenti in dibattimento per farsi valere.

E però va notato che non è la prima volta che delle eccezioni sulle modalità di conduzione degli interrogatori, sulla selezione dei materiali e sul materiale a disposizione delle difese viene sollevato. Se è vero che gli avvocati devono fare il loro lavoro, è comunque, questo, un dato da considerare. Da segnalare anche la nota a margine dell’avvocato Di Nacci, che difende René Bruelhart, che ha lamentato come le stesse annotazioni fossero piene di valutazioni, valutazioni che a volte ritornano nelle testimonianze dei gendarmi in questi giorni.

Un altro dato a margine: è tutta da comprendere la questione dell’Obolo di San Pietro e del suo uso. L’Obolo nasce come forma di assistenza dei fedeli alla missione del Papa, e non per le opere di carità, come viene comunemente detto. In alcuni casi, però, il riferimento non è alla raccolta, ma al Conto Obolo, conto aperto nel 1939 da monsignor Pomata nell’allora Amministrazione per le Opere di Religione, e che oggi contiene circa 44 conti collegati. In questo conto, transitano anche i soldi della raccolta.

Il 27 ottobre, nell’interrogatorio di Fabrizio Giachetta è stato definito come l’Obolo venisse usato per coprire le perdite di bilancio della Santa Sede, inizialmente con una nota che chiedeva l’autorizzazione al Papa, e poi in maniera sempre più regolare. Giachetta ha anche deto che si era attinto all’Obolo per pagare le parcelle di Jeffrey Lena, l’avvocato statunitense che ha assistito la Santa Sede in varie occasioni, sia nei processi per gli abusi sui minori ma anche nella consulenza per la nuova legge antiriciclaggio e per altre questioni di diritto internazionale.

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