Processo Palazzo di Londra, gli interrogatori di Tirabassi e Crasso

Udienze 18 e 19 del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Molti dettagli tecnici nei due interrogatori. Molte le cose da chiarire. Sempre più centrale il ruolo di monsignor Perlasca

Processo Palazzo di Londra
Foto: Vatican Media / ACI Group
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C’è una lettera del Cardinale George Pell del 2015, in cui, come prefetto della Segreteria per l’Economia, si lamenta che la Segreteria di Stato ancora non ha contribuito a fornire i dati necessari per il budget. E c’è un commento interno, una bozza scritta dagli officiali di Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi e Antonio Di Iorio, in cui si lamenta l’ingerenza della Segreteria per l’Economia, in cui, in maniera forte, ci si appella alla Pastor Bonus e si sottolinea che la Segreteria per l’Economia “deve rendersi conto che gli statuti non permettono di ingerire nelle autonomie dei dicasteri”.

Il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, giunto alle udienze 18 e 19, mette sempre più in luce anche la questione della gestione finanziaria della Santa Sede, vero pomo della discordia. Di fronte alla necessità di trasparenza, c’è sempre la necessità di equilibrare il ruolo autonomo della Segreteria di Stato. Un dibattito che si è trascinato fino allo scoppio della questione del Palazzo di Londra, oggetto del processo, e motore della decisione di Papa Francesco di togliere alla Segreteria di Stato autonomia finanziaria.

Nelle udienze 18 e 19 sono stati ascoltati il broker Enrico Crasso, gestore per Credit Suisse dei fondi della Segreteria di Stato, e, di nuovo, l’officiale della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi, membro dell’amministrazione della Segreteria di Stato e “con competenze tecniche” persino superiori a quelle di Crasso, per ammissione dello stesso broker.

Il promotore di Giustizia ha cercato di dimostrare che Crasso compisse i propri interessi, mentre con Tirabassi le domande puntavano a considerare se l’officiale traesse qualche beneficio personale nella gestione dei fondi. Non sono mancati attimi di tensione in entrambi gli interrogatori.

Scopo principale era quello di definire come si fosse arrivati a decidere di investire sul fondo immobiliare proprietario del palazzo di Sloane Avenue a Londra, partendo da una proposta di investimento per una concessione estrattiva di petrolio in Angola proposta da Antonio Mosquito, che il Cardinale Angelo Becciu aveva conosciuto quando era nunzio nel Paese africano.

Becciu ha detto – e la cosa è stata confermata sia da Crasso che da Tirabassi – di aver solo presentato la possibilità di investimento angolano, ma senza mai fare pressioni perché questo andasse in porto – e infatti ciò non successe. E si è chiarito anche come il broker Raffaele Mincione sia entrato nel quadro, presentato da Credit Suisse Londra come un esperto di affari sul modello della Falcon Oil angolano, che poi ha dirottato i fondi sulla proprietà immobiliare di Londra.

Al di là dei dettagli, ci sono alcune questioni degne di nota.

La prima: Negli interrogatori, entra in scena anche Giuseppe Milanese, l’imprenditore amico di Papa Francesco e a capo della cooperativa OSA che – ha detto Tirabassi – ha cominciato a frequentare la Segreteria di Stato presentato dal Cardinale Becciu come persona molto vicina al Papa, e che frequentava la Terza Loggia. Tirabassi ha detto che la Segreteria di Stato ha anche finanziato per 6 milioni la dismissione di obbligazioni della cooperativa di Milanese (con rendita del 6 per cento), e con 270 mila euro l’iniziativa di un camper che girava ogni giorno le parrocchie per fare uno screening alle persone anziane.

In particolare, sul finanziamento di sei milioni, Tirabassi ha detto che fu chiesto a Crasso un esame di fattibilità, e che poi il finanziamento fu erogato nel piano di finanziamenti della Segreteria di Stato. Milanese sarà poi l’uomo inviato dal Papa a trattare con Gianluigi Torzi, il broker che rileverà l’operazione di Londra per la Santa Sede mantenendo però il controllo di mille azioni con il diritto di voto e, di fatto, il controllo dell’immobile.

La seconda questione degna di nota: la Santa Sede si trova a trattare la dismissione del Palazzo di Londra da Mincione avendo Torzi come suo rappresentante, nonostante al tavolo ci siano sia Tirabassi (che era in continuo contatto con monsignor Alberto Perlasca) che Enrico Crasso. Riguardo la presenza di Crasso, Tirabassi ha sottolineato che era stata una richiesta diretta di monsignor Perlasca, quasi una imposizione. E Crasso ha detto che “non sarebbe dovuto andare”, anche perché lui non c’entrava niente con quell’operazione. “È stato il più grande errore della mia vita”.

Terzo tema: il rapporto con i gestori di fondi. La Segreteria di Stato aveva affidato a Credit Suisse la gestione, e Crasso ha sempre sottolineato che lui agiva per la sua banca, e poi per Sogenel, una compagnia che aveva costituito e che comunque continuava a lavorare con Credit Suisse. Ma i gestori non sono tenuti a dare conto di tutti gli investimenti, l’importante è che diano seguito ai loro mandati. Crasso ha fatto anche riferimento ad una dichiarazione formale del 2016 del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che chiariva che non c’erano limiti su dove gli asset di Credit Suisse potessero essere investiti.

Per questo, anche Mincione, quando gli fu affidato il fondo del palazzo di Londra, non aveva controlli regolari e approfonditi.

Il quarto tema: le operazioni finanziarie erano gestite soprattutto da monsignor Alberto Perlasca, capo dell’amministrazione, che è colui nelle cui mani passava praticamente ogni autorizzazione. I sostituti erano informati, ma non entravano mai davvero nelle questioni. È un quadro che conferma anche il memoriale dell’attuale sostituto, l’arcivescovo Edgar Pena Parra, che infatti non solo ha cercato di prendere il controllo dell’affare di Londra, ma anche di spezzare delle catene di comunicazione nella Segreteria di Stato.

Crasso ha anche parlato di una lettera ricevuta l’11 novembre 2019 da Peña Parra, che chiedeva di “liquidare al meglio e con diligenza” gli asset della Segreteria di Stato da lui gestiti e di “non procedere ad altri investimenti” tramite il Fondo Centurion di cui era titolare. “Una lettera di questo genere crea danni incommensurabili alla Santa Sede”, rispose Crasso chiedendo udienza al sostituto, ottenuta il 16 novembre: “Peña Parra concordò di non limitare le gestioni”. Alla lettera “non fu più dato corso”; in ogni caso “dal 16 novembre – ha detto - non ho più messo piede in Vaticano”.

Si continuarono, comunque, a fare gli investimenti già deliberati.

Tirabassi dovrà proseguire l’interrogatorio, e così Crasso. Restano molte cose da chiarire. Il processo, comunque, continua il 6 giugno con l’interrogatorio di Mincione.

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