Quando Paolo VI delineò il vero progresso

Non i progressi della tecnica, non le meraviglie dell’uomo, ma lo sviluppo della coscienza morale. Con l’Octogesima Adveniens di 50 anni fa, Paolo VI fa una fotografia attuale anche oggi

Ritratto di San Paolo VI
Foto: pd
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Il vero progresso non è dato dalle meraviglie della tecnica, che rischiano di sfociare in una tecnocrazia, né nel sempre maggiore accesso alle ricchezze, che creano sempre più squilibri tra ricchi e poveri. Il vero progresso – dice Paolo VI – è “lo sviluppo della coscienza morale che condurrà l’uomo ad assumersi solidarietà allargate e ad aprirsi liberamente agli altri e a Dio”.

Cinquanta anni fa, Paolo VI promulgava la Lettera Apostolica “Octogesima Adveniens”, per l’ottantesimo anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII. Da una enciclica a una lettera apostolica, una forma di documento che Paolo VI ha sempre preferito dalle controversie della Humanae Vitae. Per quanto lettera apostolica, però, l’Octogesima Adveniens, ha il peso di una enciclica, ed è una fotografia della dottrina sociale secondo Paolo VI, il naturale sviluppo della sua Populorum Progressio. Ma è anche, come quasi sempre negli scritti del Papa santo, profetica, perché fotografa una realtà di allora che in realtà dice molto dell’oggi.

A partire da un tema principale. L’impegno dei cristiani nel mondo sociale. Sì, l’impegno sociale, l’urgenza di aiutare i poveri, la necessità di costruire un mondo giusto. Ma, prima di tutto, “i cristiani dovranno rinnovare la loro fiducia nella forza e nell’originalità delle esigenze evangeliche”, perché “l’evangelo non è sorpassato per il fatto che è s tato annunciato, scritto e vissuto in un contesto socio-culturale differente”, ma piuttosto “la sua ispirazione, arricchita dall’esperienza vivente della tradizione cristiana lungo i secoli, resta sempre nuova per la conversione degli uomini e per il progresso della vita associata, senza che per questo si giunga ad utilizzarla a vantaggio di scelte temporali particolari, dimenticando il suo messaggio universale ed eterno”.

Il testo di Paolo VI è un documento tutto da leggere. C’è l’intuizione dei nuovi squilibri causati dai processi di urbanizzazione, e la richiesta di costruire città a misura d’uomo. C’è la volontà di andare oltre gli squilibri, in nome “della necessità di una maggiore giustizia, di una pace meglio assicurata, in un mutuo rispetto tra gli uomini e tra i popoli”. Ma c’è, soprattutto, una fotografia precisa della situazione dei cristiani nel mondo.

Paolo VI si riferisce alla “Chiesa del silenzio”, dove i cristiani sono “inquadrati senza libertà in un sistema totalitario”, guarda ai luoghi in cui i cristiani “sono debole minoranza”; ma non manca di notare che anche dove la Chiesa “ha una situazione riconosciuta e talvolta in maniera ufficiale”, si trova comunque “esposta ai contraccolpi della crisi che scuote la società”. E questo porta a due reazioni: o la tentazione di impegnarsi “in soluzioni radicali e violente”, o di “prolungare la situazione esistente. È la critica alla secolarizzazione, alle ideologie della lotta armata presenti al tempo in America Latina, alla volontà di mantenere le proprie strutture nella spenta Chiesa occidentale.

Di fronte all’urbanizzazione sempre crescente, Paolo VI punta il dito contro le soluzioni “maltusiane” esaltata “da un’attiva propaganda a favore della contraccezione e l’aborto”. Mette in luce il problema ambientale, da sempre un tema per la Chiesa cattolica, notando che il problema non è che “l’ambiente materiale diventi una minaccia permanente” a causa di “inquinamenti, rifiuti e nuove malattie”, ma che il problema centrale è dato dal fatto che l’uomo “non padroneggia più” il contesto umano”, e si crea lui stesso “per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile”.

Ma non solo: Paolo VI affronta il tema dell’azione politica, sottolinea che non si tratta di una ideologia, critica gli approcci socialisti, marxisti, ma anche liberali, che rischiano di diventare “una esaltazione della libertà”, e che esige un attento discernimento, e propone la via di mezzo della Chiesa cattolica, una via che metta al primo posto l’essere umano.

Il rischio quello di un nuovo positivismo, in cui l’uomo, “dopo essersi applicato a sottomettere razionalmente la natura, si trova come imprigionato egli stesso nella morsa della sua razionalità; a sua volta diventa oggetto di scienza”.

Ed è qui che viene introdotto il tema del progresso, che “non dominato, lascia insoddisfatti”. Paolo VI chiede di superare “la tentazione di volere tutto misurare in termini di efficienza e di mercato, in rapporti di forza e d'interessi, oggi l'uomo desidera sostituire sempre più a questi criteri quantitativi l'intensità della comunicazione, la diffusione del sapere e della cultura, il servizio reciproco, la concentrazione per uno scopo comune. Non consiste il vero progresso nello sviluppo della coscienza morale che condurrà l'uomo ad assumersi solidarietà allargate e ad aprirsi liberamente agli altri e a Dio?”

Paolo VI chiede, “per creare un contrappeso all'invadenza della tecnocrazia, occorre inventare forme di moderna democrazia non soltanto dando a ciascun uomo la possibilità di essere informato e di esprimersi, ma impegnandolo in una responsabilità comune”. È così che “i gruppi umani così si trasformano a poco a poco in comunità di partecipazione e di vita. La libertà, che si afferma troppo spesso come rivendicazione di autonomia opponendosi alla libertà altrui, si sviluppa così nella sua realtà umana più profonda: impegnarsi e prodigarsi per costruire solidarietà attive e vissute”. Ma – aggiunge Paolo VI – “per il cristiano, è perdendosi in Dio che lo libera, che l'uomo trova una vera libertà, rinnovata nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo”.

Conclude il Papa: “Non basta ricordare i principi, affermare le intenzioni, sottolineare le stridenti ingiustizie e proferire denunce profetiche: queste parole non avranno peso reale se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e da un'azione effettiva”.

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