Quando Sant' Antonio da Padova predicò a Forlì 800 anni fa

A colloquio con don Giovanni Amati, direttore Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali della diocesi di Forlì-Bertinoro

San' Antonio predica
Foto: Sant'Antonio.org
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Si sta per concludere il triennio di importanti anniversari antoniani che hanno accompagnato i devoti di sant’Antonio dal 2020 al 2022, dando loro l’opportunità di interrogare nuovamente la figura di Antonio di Padova, grazie al progetto ‘Antonio 20-22’: si tratta degli 800 anni della vocazione francescana di Antonio (1220), del suo primo arrivo in Italia, naufrago in Sicilia, e del suo primo incontro con san Francesco (1221), del suo ‘svelamento’ con la predica di Forlì (1222), quando tutti i presenti poterono per la prima volta apprezzare la sua capacità ed efficacia di annunciatore del Vangelo.

Quest’ultimo anniversario ci porta a otto secoli fa esatti, quando il giovane frate Antonio viveva in preghiera all’eremo di Montepaolo, tra le colline a sud di Forlì, dove visse dal 1221 al 1222 dopo l’incontro con san Francesco ad Assisi nel maggio 1221. Secondo la tradizione, il 24 settembre 1222, sant’Antonio tenne a Forlì la sua prima predica pubblica. Fra Graziano, il provinciale di Bologna, lo chiamò a sostituire il sacerdote designato impossibilitato a predicare in una celebrazione solenne.

Quel frate portoghese di 27 anni riuscì a farsi comprendere da tutti, rivelando la sua profonda cultura biblica e la sua straordinaria capacità di comunicare il Vangelo, come è stato raccontato nella ‘Vita di sant’Antonio’. In seguito annunciò la Parola di Dio nel nord d’Italia e nella Francia, soprattutto laddove l’eresia era particolarmente diffusa, con il suo stile di vita evangelico.

A don Giovanni Amati, direttore Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali  della diocesi di Forlì-Bertinoro, chiediamo di spiegarci quanto è stata importante la predica di Sant’Antonio a Forlì: “Ottocento anni fa, Sant’Antonio di Padova tenne a Forlì la sua prima predica iniziando proprio nella nostra città la sua missione che lo porterà poi in tutta Italia dopo aver vissuto all’eremo di Montepaolo per oltre un anno, dal 1221 al 1222. Era il 24 settembre 1222: Antonio viene obbligato dal superiore francescano a dire due parole di edificazione. Il Santo rivela la sua profonda cultura biblica e la grande spiritualità. Stupore, commozione esultanza degli astanti. L’oscuro, obliato fraticello, venuto da lontano è ormai al centro dell’interesse della sua fraternità”.

Quale fu la sua forza nella predicazione del Vangelo?

“La straordinaria sapienza di Antonio, ha affermato il card. Gambetti nell’omelia della messa celebrata a Forlì il 25 settembre scorso, gli meriterà il titolo di Dottore della Chiesa, ma solo nel 1946 per volontà di papa Pio XII. Di fatto, il popolo riconobbe in lui l’amico di Dio, l’intercessore benigno verso la sofferenza dei malati e il grido dei poveri più che il dottore della fede, il dottore evangelico. Ma, in realtà, non vi è vera amicizia con Dio e con i fratelli se non c’è conoscenza del Vangelo. Antonio cominciò a predicare perché aveva ascoltato e meditato la Parola dì Dio, e divenne autentico amico degli uomini praticando quella Parola”.

Quale esperienza visse nell’eremo di Montepaolo?

“Padre Luciano Bertazzo intervenendo a Forlì al convegno in occasione dell’VIII centenario della prima predica ha delineato la personalità di Sant’Antonio con queste parole: “Era un uomo sanamente inquieto, che cercava qualcosa di più. Ma tutti i suoi progetti si sono infranti e Antonio si ritrova ad Assisi, al capitolo delle stuoie, sconosciuto a tutti, anche a se stesso, non sa chi è e cosa vuole, la sua identità è frammentata. A Montepaolo ricompone i frammenti dei suoi progetti falliti, non costruendosi un altro progetto, ma mettendosi in ascolto della volontà di Dio”. Non comprenderemo la prima predica senza Montepaolo. Il silenzio, la meditazione, lo studio, la preghiera, la fraternità vissute sono alla base di ogni comunicazione della fede.

Sull’esempio di Sant’Antonio cosa vuol dire oggi evangelizzare?

“Anche a questa domanda rispondo con le parole del card. Gambetti: Occorre l’ascolto. Se manca questo atteggiamento, non c’è Dio che tenga, non c’è Risurrezione che convinca, non c’è situazione drammatica che tocchi il cuore. L’ascolto è l’atteggiamento di chi si fa attento alla realtà, agli altri, alla loro storia, alla loro parola, al loro animo... alla Parola di Dio, alla voce dell’Amico”.

In quale modo annunciare il Vangelo ai giovani?

“I giovani, come ciascuno di noi, hanno bisogno  prima di tutto di non essere soli, di incontrare qualcuno che li guardi, che fissi su di loro uno sguardo umano che li faccia sentire voluti, accolti ed amati, che la loro vita ha un valore, che insieme si può uscire anche dalla tempesta, e tornare a rivedere le stelle”.

Aprendo l’anno pastorale mons. Livio Corazza ha invitato alla missionarietà: in quale modo la Chiesa locale sta vivendo il cammino sinodale?

“Aprendo l’Anno Pastorale il vescovo, mons. Livio Corazza, ci ha proposto la valorizzazione dei luoghi e delle possibilità di confronto che già ci sono e che, tuttavia, non sempre vengono sfruttati adeguatamente, il ripensamento della distribuzione dei compiti dentro le comunità, la necessità di una formazione adeguata dei laici. Ed ha continuato: Gli eventi ci stanno educando a cogliere e vivere l’essenziale. A purificare la nostra vita di fede. Le nostre comunità sono comunità eucaristiche, dove ci trova per consolidare la fraternità, per annunciare che un nuovo mondo è possibile. E la comunità cristiana è missionaria se è attrattiva”.

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