Quei gesuiti economisti del XVI secolo

Uno dei tomi di scienza economica dei gesuiti del XVI secolo
Foto: Youtube AI
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Quando furono fondati a Parigi, nel 1534, i Gesuiti vivevano nel pieno di una epoca che fu chiamata rivoluzione commerciale. Da subito chiamati a confessare, predicare la fede e fare cultura, i gesuiti – almeno alcuni di loro – si occuparono anche di economia. Nei loro scritti di allora, si trovano molti dei dibattiti attuali. Si può dire che, in qualche modo, furono i gesuiti ad anticipare la globalizzazione.

La loro storia è stata raccontata in un convegno che si è tenuto alla Pontificia Università Gregoriana lo scorso 29 novembre, incentrato “Globalizzazione, Giustizia ed Economia: il contributo dei gesuiti”. Organizzato dall’Acton Institute, il convegno ha fornito una panoramica del contributo dato dai membri della Compagnia di Gesù al nuovo pensiero economico che si faceva largo proprio negli anni della fondazione, con le nuove vie commerciali aperte dalle rotte verso il Nuovo Mondo e l’arrivo dal Nuovo Mondo di materie prime che facevano crescere considerevolmente le risorse.

Una era che è stata poi chiamata “la Rivoluzione Commerciale”, e che vide i Gesuiti, nati in epoca di Controriforma e con un compito missionario, ma anche culturale, tra i protagonisti.

Si può forse dire che se i domenicani furono i padri dei Diritti Umani con la “Scuola di Salamanca” e la riflessione sulla natura dei nativi americani, i gesuiti diedero vita ad una scuola di pensiero economico che ebbe poi una influenza anche nelle reducciones, gli insediamenti per i nativi americani in America Latina che crearono un modello di sviluppo tale da dare fastidio, per la sua indipendenza, ai dominatori europei.

Ma perché i gesuiti si aprirono alle questioni economiche? Samuel Gregg, direttore di ricerca all’Acton Institute, lo ha spiegato così: “Nell’esplorare le questioni morali riguardanti il commercio e la finanza, alcuni teologi gesuiti fecero un punto di cercare di comprendere cosa stava accadendo in queste aree di vita”. 

Scopriamoli, attraverso la relazione di Samuel Gregg, questi gesuiti economisti ante litteram. Luis de Molina (1535 – 1600) scrisse ampiamente di questioni finanziarie, dal conio alla tassazione, dai problemi dei depositi bancari a quelli dello scambio di denaro. E lo fece in maniera rigorosa, consultando esperti nel settore, convinto che questi avrebbero avuto punti di vista che sarebbero potuti sfuggire agli occhi del teologo.

Un altro protagonista di quegli anni fu il Cardinale gesuita Juan de Lugo, che aiutò a sviluppare il concetto di “costo-opportunità”. Il tema saltò alla mente al cardinale gesuita quando si mise a riflettere sul motivo per cui i mercanti potevano anche decidere di smettere una produzione anche in presenza di una domanda per quello specifico prodotto. De Lugo studiò anche il modo in cui il valore soggettivo di un prodotto influiva sui prezzi, arrivando a concludere che “il giusto prezzo era probabilmente il prezzo dato dal mercato”, che includeva, sì, la valutazione soggettiva dei clienti, ma che aveva in questa valutazione soggettiva anche dei termini oggettivi, come, ad esempio, la scarsità in commercio del prodotto desiderato.

 Il gesuita Francisco Suarez fu, invece, tra i promotori dei benefici sociali dell’impresa e dell’espansione del commercio. Vanno menzionati anche i contributi di Juan de Mariana e Leonardus Lessius. 

Il contributo di tutti questi gesuiti è stato tale che Joseph Schumpeter, nella sua  “Storia dell'analisi economica”, ne ha ripreso molti concetti. 

Più in generale, le riflessioni dei gesuiti aprirono il campo a quella che è stata chiamata in seguito la teoria quantitativa della moneta, secondo cui i prezzi dei beni sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta presente sul mercato. E lo fecero osservando come l’arrivo di oro dal Nuovo Mondo aveva cambiato i prezzi e cercarono di comprendere la connessione. La teoria fu poi ulteriormente sviluppata, e generalmente accettata nelle visioni di Karl Marx, John Maynard Keynes e Milton Friedman.

Ma tutto questo rendeva degli economisti i gesuiti in questione? No, risponde Samuel Gregg. Prima di tutto perché “questi teologi non avevano scritto da economisti”, né “avevano tentato di sviluppare una forma di economica politica”, né di stabilire “l’economia come scienza sociale”. Poi, c’è da notare – sottolinea ancora Gregg – che i gesuiti non avevano una scuola di pensiero, anzi, è molto difficile trovare uno che sia d’accordo con l’altro sulle teorie. E infine, è “anacronistico tentare di identificare questi teologi gesuiti con i temi contemporanei dell’economia politica”.

E però – aggiunge Gregg – hanno comunque dato un contributo su particolari temi di politica economica.

Da notare, tra l’altro, che il loro lavoro fu parte della dialettica con il mondo protestante, le cui idee economiche furono sviluppate in seguito con le teorizzazioni di Adam Smith, Hugo Grotius and Samuel von Pufendorf, tutti ben consapevoli del contributo gesuita. In fondo, anche questo lavoro morale sul tema economico fu espressione del grande lavoro che i gesuiti fecero in tempo di Controriforma. Un lavoro culturale che li vide, come vocazione, andare alle frontiere. 

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