Quel bambino ortodosso che ha fatto 400 chilometri per incontrare il Papa a Blaj

Papa Francesco arriva a Blaj per la Divina Liturgia di beatificazione dei sette vescovi greco cattolici
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Non solo la grande storia dei martiri greco cattolici beatificati da Papa Francesco, ma anche le storie più piccole e significative. Come quella di un bambino ortodosso in stampelle che ha viaggiato per 400 chilometri per incontrare il Papa a Blaj. Il vescovo Claudiu Pop, ausiliare della Arcieparchia greco cattolica di Fagaras e Alba Iulia, fa con una certa emozione un bilancio della visita di Papa Francesco a Blaj, e ne svela i simboli. A partire dal trono su cui sedeva Papa Francesco

Che particolarità aveva questo trono?

Il trono è stato costruito con legno autentico, estratto dall’architettura delle carceri di Sighet e Gherla, dove sono stati incarcerati i sette vescovi martiri. Il progetto del legno fa riferimento al calvario della detenzione, alla sofferenza, alla morte per Cristo, e ricorre il numero sette, anche nelle sbarre ai lati dell’altare. Noi volevamo ci fosse questo segno dei martiri e della comunione con Roma, perché questa è la nostra storia. Questo trono è un po’ il simbolo del periodo comunista. Abbiamo voluto far sedere il Santo Padre in un posto pieno della nostra, ma anche in un segno della persecuzione compiuta nella gloria. Non è un trono di spade per dominare, ma un trono di grate per servire. 

Dove metterete questo trono?

Stiamo pensando di metterlo in un posto dove i fedeli possano fruirne sempre, possano vederlo, possano toccarlo. Non in cattedrale, forse in un museo, ma di certo non un museo di tipo tradizionale.

Ma cosa è rimasta della giornata di Papa Francesco a Blaj?

Difficile da spiegare. È rimasto un gran senso di gioia, anche persone non praticanti sono rimaste toccate dalla giornata. La beatificazione nel campo della Libertà ha mostrato una Romania diversa, una Romania che nemmeno noi conoscevamo. Persino i giornalisti delle tv di Stato, non cattoliche, hanno sottolineato questo aspetto. La gente ha scoperto il suo volto bello attraverso la presenza del Papa.

Che giornata è stata per la Chiesa Greco Cattolica?

Avere la beatificazione dei nostri vescovi, qui, a Blaj, è un sogno che non osavamo sperare. Abbiamo potuto vedere la nuova generazione dei vescovi tutti intorno all’altare insieme al Santo Padre. Si leggeva il Vangelo del cieco nato. Ed ecco che ho ricordato di quando noi eravamo a Parigi, a Notre Dame, con il coro episcopale. Celebrava il Cardinale Lustiger, e il brano del Vangelo era proprio quello del cieco nato. E il Cardinale ci diceva che spesso si era chiesto cosa aveva fatto la Chiesa Greco Cattolica per soffrire così tanto e che, vedendo i successori dei vescovi lì con lui, vedeva invece il Signore con la sua gloria. Ed è successa la stessa cosa domenica, a Blaj.

Un momento, insomma importante…

Un momento forte e grande, ma che è stato accompagnato da tante piccole storie, non meno importanti. Sabato sera, prima della visita del Papa, ho ricevuto una telefonata che mi diceva che era arrivato a Blaj Răzvan, un bambino ortodosso costretto sulle stampelle per una malattia, che voleva incontrare il Papa di Roma. Non lo potevamo portare dentro il Campo della Liberà per ragioni logistiche, lui non poteva camminare per più di 200 metri, mi hanno detto i medici. Lo ho fatto sapere al nunzio. All’ingresso del Campo della Libertà, Papa Francesco ha aspettato il bambino, lo ha incontrato e lo ha benedetto. Non può immaginare la gioia dei genitori…

Parlando del discorso di Papa Francesco, in molti hanno notato che il Papa non abbia mai pronunciato la parola comunismo…

Credo che la parola comunismo fosse di troppo lì. Che fosse comunismo o un’altra ideologia, non era il tempo di guardare al dolore, era il tempo di gioia. Diceva un monaco basiliano che diceva che non si deve nemmeno nominare il diavolo, perché nominandolo gli si dà un certo richiamo. Credo sia lo stesso con il comunismo: è una cosa vissuta, assunta e redenta dal Signore.

Lei ha consacrato il 19 maggio una chiesa nel quartiere rom visitato da Papa Francesco. Perché era importante che il Papa fosse lì?

Era importante perché è una pastorale che dura da tanto. Una pastorale che faceva anche Ioan Suciu, uno dei vescovi beatificati, che andava ad incontrare i rom là dove venivano. Papa Francesco ha scelto di incontrarli lì dove erano. Un dettaglio simbolico è interessante: lì dove è stata costruita la Chiesa che ho consacrato, c’era un mulino. E io pensavo durante la consacrazione della Chiesa ma noi non abbiamo distrutto il mulino, noi abbiamo dato all’edificio la vera forma.: Perché il mulino dava il pane a tanti e la Chiesa dà il pane spirituale a tanti.

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