Papa Francesco a Blaj, la “Piccola Roma” dei martiri greco-cattolici

La cattedrale greco-cattolica della Santa Trinità a Blaj
Foto: AG / ACI Group
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All’ingresso della città c’è una lupa, a simboleggiare le origini latine, come in molte città rumene. Ma Blaj è qualcosa di più: Blaj ha fatto del suo legame con Roma una ragione di essere, e questa ragione di essere ne ha fatto il cuore religioso dei cattolici romeni di rito bizantino. Blaj è “la piccola Roma”.

È qui che Papa Francesco verrà il 2 giugno a concludere il suo viaggio in Romania. Perché la cittadina è molto più dei suoi 20 mila abitanti e della piazza centrale su cui si staglia la facciata gialla della cattedrale dedicata alla Santissima Trinità. Blaj è storia e cultura. Quella cultura simboleggiata dalla Bibbia di Blaj, la seconda traduzione della Bibbia in lingua rumena (e in alfabeto cirillico) che è l’esempio per le successive traduzioni ortodosse. Quella storia simboleggiata da sette martiri, sette vescovi greco-cattolici che morirono nelle carceri sovietiche, e che Papa Francesco beatificherà celebrando per la prima volta nel suo pontificato nella Divina Liturgia di rito bizantino.

Monsignor Cristian Barta, vicario generale della diocesi di Alba Iulia, spiega ad ACI Stampa che “Blaj è la ‘Piccola Roma’ perché è il cuore della Chiesa Greco Cattolica Rumena. Blaj è la ‘Piccola Roma’ perché nel DNA della Chiesa Greco Cattolica Rumena troviamo la vocazione all’universalità, alla cattolicità all’unità”.

La Chiesa Greco Cattolica Rumena nacque tra il 1697 e il 1701, quando la metropolia ortodossa di Alba Iulia ripristinò la comunione con la Sede Apostolica di Roma.

Nel 1773, ai tempi del vescovo Innocenzo Klein, la sede patriarcale fu spostata a Blaj, e quello che era un villaggio si sviluppò e divenne un importante centro culturale da cui scaturirono alcuni dei più grandi esponenti dell’intellighentsia romena, nonché il centro propulsore della Chiesa unita con Roma.

Racconta il vescovo Claudiu Pop, della Curia Arcivescovile Maggiore di Alba Iulia e Fagaras: “A partire da quel momento per noi è stata una storia di amore umano e divino, perché è stato un insieme di cultura, di identità nazionale, di identità personale, di spiritualità che hanno cominciato a collegarsi e hanno creato una specie di ponte mistico spirituale tra la Romania e Roma. Non per niente Blaj si chiama la piccola Roma. Non per niente, il Papa verrà a casa qui”.

La cattedrale fu eretta nel 1700, e lì c’è una icona miracolosa di Maria Odigitria, che secondo la tradizione lacrimò durante i funerali del santo vescovo Pietro Paolo Aron il 17 marzo 1764.

Così come a Sumuleu Ciuc la statua della Vergine è stata un pilastro cattolico contro le ondate protestanti, così l’icona mariana di Blaj è stata l’ancora dei greco cattolici di Blaj negli ultimi due secoli segnati da momenti critici e da persecuzioni. Davvero la Romania è “il giardino della Madre di Dio”, come fu detto quando fu annunciato il viaggio di Papa Francesco.

La persecuzione più atroce fu vissuta sotto il tempo comunista. Ed è una persecuzione che Papa Francesco ricorderà, celebrando la beatificazione di sette vescovi greco-cattolici, quasi tutti arrestati nello stesso giorno, il 25 ottobre 1948, morti nelle prigioni comuniste e sepolti in fosse comuni per impedirne la memoria.

Furono una presenza costante anche nel viaggio a Bucarest di San Giovanni Paolo II, venti anni fa.

“Vengo ora – disse il Papa polacco nell’omelia dell’8 maggio 1999 nella cattedrale di San Giuseppe a Bucarest - dal cimitero cattolico di questa città: sulle tombe dei pochi martiri noti e dei molti, le cui spoglie mortali non hanno neppure l’onore di una cristiana sepoltura, ho pregato per tutti voi, ed ho invocato i vostri martiri e i confessori della fede, perché intercedano per voi presso il Padre che sta nei cieli. Ho invocato in particolare i Vescovi, perché continuino ad essere vostri Pastori dal cielo: Vasile Aftenie e Ioan Balan, Valeriu Traian Frentiu, Ioan Suciu, Tit Liviu Chinezu, Alexandru Rusu. Ho invocato anche il Cardinale Iuliu Hossu, che preferì restare con i suoi fino alla morte, rinunciando a trasferirsi a Roma per ricevere dal Papa la berretta cardinalizia, perché questo avrebbe significato lasciare la sua amata terra”.

Eppure, sottolinea il vescovo Pop, “leggendo le memorie dei vescovi non c’è traccia di negatività, né di odio. È tutto un segno di offerta, di gioia, di presenza del Signore pur nelle sofferenze”.

Perché la persecuzione contro la Chiesa Greco Cattolica fu così forte?

Per comprendere la storia, si devono andare a vedere gli antefatti. Dopo l’ampliamento del suo territorio (e l’arcivescovo Hossu fu tra i firmatari della dichiarazione che portò all’annessione della Transilvania), la Romania si trovò a fare i conti con una nuova minoranza etnica e religiosa, quella ungherese e cattolica. Era una situazione nuova, per un Paese allora quasi interamente ortodosso.

Nel 1927, poi, Santa Sede e Romania stipularono un concordato, che diventò effettivo nel 1929, e che rafforzò la componente cattolica. Anche questa, era una situazione nuova, tutta da gestire.

Poi, arrivò la Seconda Guerra Mondiale, la Romania si trovò nel blocco sovietico e così la nazione, ancora in via di costruzione, fu colpita dallo stalinismo, che mirava ad annientare sia i valori spirituali che si opponevano alla costruzione della società comunista che i poteri esterni che si opponevano al sistema sovietico. Il cattolicesimo era, da questo punto di vista, un nemico naturale, così incarnato nella storia, così fedele al Papa.

Il regime comunista romeno avviò una campagna di terrore, puntando ad annientare sia la componente latina che la componente di rito orientale della Chiesa cattolica in Romania. Quest’ultima, che nel 1948 contava sei diocesi ed oltre un milione e mezzo di fedeli, fu sciolta, privata dei beni e delle Chiese e riportata a forza nell’ortodossa con un atto di imperio politico che è paragonabile a quello che successe in Ucraina con lo pseudo-sinodo di Livi nel 1948. Fu in questa situazione che i vescovi greco cattolici subirono il loro martirio.

Il vescovo Pop ricorda che “la persecuzione comunista è stato un periodo estremamente duro per i sacerdoti, per i laici, per i monaci, per le monache, per i vescovi. È stata praticamente una persecuzione che ha cercato di sopprimere la Chiesa Greco Cattolica. Una sola cosa i persecutori non hanno tenuto in conto: il fatto che si tratta di una Chiesa fondata sulla stessa pietra di cui parla la promessa di Cristo, che è che le porte degli inferi non prevarranno. Noi lo abbiamo sperimentato: un regime come quello comunista romeno, che ha spazzato via istituzioni molto più vistose, molto più importanti, non è riuscito a distruggere la piccola Chiesa Greco Cattolica”.

Una testimone di questa persecuzione è suor Cecilia Fluieras, che visse la sua vocazione nel periodo comunista. “Faccio parte - racconta della Congregazione delle Suore della Madre di Dio. È una Congregazione nata nella Chiesa Greco Cattolica, fondata da un metropolita della Chiesa, Vasile Suciu, nel 1921”.

Suor Cecilia ricorda che negli Anni Quaranta la congregazione era stata soppressa, e una delle sue zie, che era stata suora in questa congregazione, era tornata in famiglia. Fino agli anni Ottanta, prosegue, “le suore non ricevevano giovani novizie, anche perché la superiora e altre suore sono state imprigionate durante il comunismo. Però, piano piano, questa paura è diminuita. Io, con un gruppo di amiche, ho potuto così entrare a far parte della Congregazione, ma in segreto, rimanendo in famiglia, senza farlo sapere nemmeno ai nostri genitori”.

Sono storie comuni, nella Piccola Roma, cittadina piccola dal punto di vista spaziale, ma importantissima e grande dal punto di vista spirituale e culturale.

Lì si trova anche la Bibbia di Blaj.

Si tratta, spiega monsignor Barta, “della prima Bibbia tradotta dalla Chiesa greco cattolica, da Samuel Myko. In verità è la seconda traduzione in rumeno della Bibbia dopo quella di Bucarest, però questa traduzione è veramente un gioiello di cultura e di lingua”.

Monsignor Barta sottolinea che la Bibbia di Blaj è importante prima di tutto “perché costituisce un punto forte di riferimento per l’evoluzione della lingua romena, perché è scritta in un romeno bello, pieno di immagini, e per questo ha influito tantissimo sull’evoluzione della lingua romena moderna e ha contribuito decisamente in ciò che riguarda la formazione della coscienza identitaria romena”.

Ma si tratta anche di una Bibbia dal forte significato ecumenico, “perché la sua alta qualità ha fatto sì che poi è stata utilizzata anche dalla Chiesa ortodossa romena, non solo nella Chiesa Greco Cattolica romena”.

La Bibbia come ponte con gli ortodossi, dunque. Ma ci sono delle difficoltà che non si possono negare, acuite dal fatto che i greco cattolici furono forzatamente inclusi nella Chiesa ortodossa.

“Il periodo comunista della persecuzione – sottolinea il vescovo Pop – ha fatto fiorire anche i problemi tra le Chiese e le confessioni. Bisogna dirlo e riconoscerlo: c’è una tensione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, o per meglio dire tra la Chiesa Greco Cattolica, Cattolica di rito latino e la Chiesa Ortodossa”.

Il vescovo Pop lo dice con chiarezza: “Non è concepibile per i cristiani del XXI secolo di continuare a dare una tale testimonianza. Le sfide che abbiamo davanti sono così importanti che non possiamo permetterci ancora di perdere tempo e non manifestare un sentimento di fraternità, non mostrando che siamo ancora fratelli in Cristo. Penso che proprio in questo senso la visita del Papa sarà ancora molto importante”.

Monsignor Barta fa eco: “Dobbiamo ricordare i tempi della persecuzione comunista, quando l’intera chiesa Greco Cattolica fu soppressa dal regime comunista perché rifiutava di spezzare la comunione con il Papa. Per noi la comunione con il Papa è parte della nostra fede, è parte della nostra vita. Il cardinale Hossu, uno dei nostri vescovi martiri, diceva che la nostra fede è la nostra vita. il Papa viene a Blaj perché viene a casa sua, viene in un posto dove i martiri dell’unità, della verità, del perdono hanno lasciato le loro testimonianze che parlano anche oggi ai nostri cuori. Il Papa viene a Blaj perché Blaj è il cuore della Chiesa Greco Cattolica.”.

È forte la memoria di San Giovanni Paolo II e del suo viaggio. Il vescovo Pop ricorda il grido spontaneo “Unitate, unitate” di “fedeli cattolici e fedeli ortodossi che chiedevano alla gerarchia, alle Chiese, di lasciar perdere le cose che ci mettono l’uno contro l’altro, tornare all’essenziale e dare una testimonianza comune di Chiesa di Cristo, di seguace di Cristo”.

Per tutti questi motivi, Blaj sembra l’ideale conclusione di un viaggio che comincia con un dialogo con il mondo ortodosso a Bucarest, prosegue andando a toccare la minoranza ungherese e poi salutando i cattolici di Moldova e arriva proprio nella piccola Roma, a chiudere un cerchio, e magari a far ripartire un cammino di unità.

Un cammino di unità che – sottolinea il vescovo Pop – “non soltanto può partire da Blaj, ma deve partire da Blaj. Vediamo ogni giorno che nel cuore dei credenti, siano ortodossi o cattolici, esiste questa speranza che un giorno le due Chiese potranno stare l’una accanto all’altro”.

Un segno è proprio la dichiarazione di Alba Iulia del 1918, dove fu decisa l’annessione della Transilvania che ancora causa divisioni. Ma in quel momento – ricorda il vescovo Pop – “un vescovo greco cattolico e un vescovo ortodosso si sono abbracciati davanti ai fedeli ortodossi e cattolici e durante quell’abbraccio il vescovo greco cattolico ha detto: come siamo così, così dovremmo essere per sempre. Per me quello è un momento profetico, che noi dobbiamo pensare, dobbiamo digerire, dobbiamo vedere in che modo lo possiamo attualizzare. Mi ricordo che all’ultima visita a Roma, durante la visita ad limina, nell’incontro con il Santo Padre, Papa Francesco ci ha messo davanti una profezia dell’Antico Testamento: i vecchi avranno dei sogni e i giovani faranno delle profezie. Ed io ho pensato subito a quel momento, perché quello è stato un sogno ed è tuttora un sogno non lo vediamo ancora, è una profezia da mettere in atto”.

Una profezia che potrebbe finalmente far avverare il sogno di San Giovanni Paolo II di una Europa che respiri con due polmoni.

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