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Rabbino Di Segni: “Papa Francesco ha voluto davvero incontrare la comunità ebraica”

ACI Stampa con il Rabbino Di Segni | Un momento dell'intervista di ACI Stampa con il Rabbino capo Di Segni | Angela Ambrogetti / ACI Stampa ACI Stampa con il Rabbino Di Segni | Un momento dell'intervista di ACI Stampa con il Rabbino capo Di Segni | Angela Ambrogetti / ACI Stampa

Il Papa in Sinagoga è stato un vero incontro con la comunità. Lo spiega il rabbino Di Segni, a capo della comunità ebraica romana dal 2001, tracciando il bilancio della visita di Papa Francesco nella Sinagoga di Roma dello scorso 17 gennaio. È stato un incontro con la comunità, perché il Papa non ha voluto le personalità politiche “che in genere invitiamo per cortesia”. Un incontro che segnala che i rapporti tra Ebrei e cristiani sono buoni. Nel suo studio nella Sinagoga di Roma, con sullo sfondo una Menorah e un armadio con 15 cassetti di una certa antichità e nei quali si raccoglievano i documenti delle offerte per le opere di carità della comunità ebraica di Roma (da quella per Gerusalemme alle doti per le Vergini a quelle per la sanità), Rav Di Segni parla a tutto campo con ACI Stampa. Chiarendo anche alcune incomprensioni.

 Quali sono state le differenze tra la visita di Benedetto XVI del 2010 e quella di Papa Francesco lo scorso 17 gennaio?

Malgrado siano passati solo sei anni, sono cambiate molte cose. C’è stato un avanzamento di tipo dottrinale, la Chiesa cattolica ha lavorato molto. Ci sono stati riscontri da parte ebraica di vario tipo rispetto a questo sviluppo dottrinali. E poi sono cambiati i Papi. Questo Papa è una personalità, come tutti possiamo vedere, completamente differente da quella di Benedetto XVI. Ha un approccio innovativo rispetto a problemi dottrinali, di relazione con il pubblico, di relazione con il mondo della politica. Queste differenze si sono fatte sentire molto, specialmente nel modo in cui la sua visita si è svolta nella sinagoga.

In che modo queste differenze si sono fatte sentire?

Per esempio, nel modo in cui Papa Francesco ha voluto che si stabilisse il contatto con le persone. Il Papa ci ha chiesto che non fosse presente tutta la rappresentanza politica che di solito accompagna questo tipo di cerimonie e che noi invitiamo per cortesia. Ha detto che ha altre occasioni per incontrare la rappresentanza politica, e che questo voleva essere un incontro con la comunità ebraica. Ha per questo voluto stringere la mano a decine di persone, e lo ha fatto con attenzione, con calore. Il segnale più importante viene proprio nel modo in cui la cerimonia è iniziata.

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Il Cardinal Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani che si occupa anche di rapporti con l’Ebraismo, ha sostenuto una volta che si dovrebbe sviluppare una teologia cristiana dell’ebraismo e una teologia ebraica del cristianesimo. Ritiene questo sia possibile?

Io ho sempre sostenuto la necessità di una riflessione ebraica anche dal punto di vista teologico sui nostri rapporti con il cristianesimo. Ma i modi in cui queste riflessioni si sviluppano nell’Ebraismo sono differenti dal modo in cui si sviluppano in un organismo, come la Chiesa, che ha un grande apparato dottrinale, una gerarchia e un capo che può organizzare queste cose. Da noi i modi e i tempi sono differenti. Certo, è importante stare attenti a quello che gli altri dicono, ma la teologia è un campo interno ad ogni religione. Ogni fede è a se stante, e soprattutto questi temi non sono oggetto di discussione politica, quindi bisogna lasciare tempi e spazi all’evoluzione delle proprie riflessioni. Ma credo che una riflessione teologica sia comunque necessaria.

Papa Francesco, rivolgendosi agli Ebrei, ha usato l’espressione “fratelli e sorelle maggiori”, ripercorrendo l’espressione di Giovanni Paolo II. Benedetto XVI preferiva l’espressione “Padri nella fede”. Lei quale espressione preferisce?

Per me va bene un concetto di fratellanza senza gradini atavici.

Comparando il discorso di Benedetto XVI in Sinagoga con quello di Francesco, ci sono alcune differenze. Benedetto XVI aveva parlato dell’Hesed, aveva posto come pietra comune il Decalogo, mentre Papa Francesco ha puntato molto di più su una collaborazione concreta su alcuni temi. Queste differenze rappresentano un passo avanti o un passo indietro?

Io non vorrei parlare di passi indietro o in avanti, ma di differenti sottolineature. La sottolineatura di Benedetto XVI era di tipo biblico, con il riferimento ai Dieci Comandamenti, e questo si correla con la sua personalità, i suoi interessi e le sue preferenze. Questo Papa ha insistito sul sociale, ha insistito sull’ecologia, ma ha sottolineato fortemente l’aspetto teologico del problema.

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Recentemente, è apparsa sull’intervista all’Espresso un suo pensiero critico su Papa Francesco. In una intervista lei avrebbe sottolineato che le sottolineature di Papa Francesco sulla misericordia ripropongono l’idea dell’Ebraismo giustizialista…

L’intervista all’Espresso è stata un’avventura sciagurata per il titolista che ha deformato completamente il concetto che volevo esprimere, e che forse non è stato capito affatto. Ne approfitto per spiegare. Esiste una antica opposizione dottrinale tra l’immagine dell’Ebraismo giustizialista e il cristianesimo religione della misericordia. Una opposizione che rischia sempre di affacciarsi all’orizzonte. Questo è un rischio che inquina i rapporti ebraico-cristiani. Ma – e questo non è stato capito – Papa Francesco non ha messo le cose in contrapposizione. Di questo bisogna dargliene atto. Indicendo il Giubileo della misericordia, ha detto nei discorsi inaugurali che questo è un tema radicato nella Bibbia, con riferimento alla Bibbia ebraica. E quindi non ha messo le due cose in contrapposizione.

Durante la visita di Papa Francesco, ha suscitato applausi ed ovazioni l’intervento della presidente della Comunità Ebraica Ruth Durughello – con anche forti sottolineature sull’antisemitismo di chi attacca lo Stato di Israele, fondate sulle parole dello stesso Papa Francesco. Perché questo consenso?

Perché la presidente - che è presidente politica della comunità - ha voluto esprimere le necessità primarie, le sensibilità del nostro pubblico, che è profondamente turbato da quello che sta succedendo nella scena mediorientale e nello Stato di Israele e si sta riversando sull’Europa. La comunità ha ritenuto molto opportuno richiamare l’attenzione su questi problemi.

Il dialogo interreligioso tra Ebrei e Cristiani può aiutare al processo di pace in Medio Oriente?

Il fatto che ci siano rapporti sereni dal punto di vista religioso e anche nella comunanza tra gente delle due fedi è un ottimo presupposto per poter anche spingere sul piano politico.

Dopo la visita del Papa in Sinagoga, avete altri progetti?

Gli eventi come la visita del Papa sono termometri che stabiliscono la temperatura e il clima. Già stiamo continuamente sul campo e continuiamo ad esserci. In questo momento il clima è buono.

Come può la comunità ebraica aiutare Roma?

Noi siamo i più antichi romani ormai - non credo che possano esserci tanti romani che possano rivendicare origini di 22 secoli fa in questa città - e come tali siamo un riferimento essenziale nella storia. La comunità romana ha un ruolo importante in molte attività economiche, commerciali, professionali, sempre all’avanguardia nelle tematiche sociali, nell’attenzione, e rappresenta un riferimento essenziale su questioni di memoria, valoriali. Quindi Roma non può fare a meno della nostra comunità, e noi non possiamo fare a meno della nostra Roma.