Rialza il povero dall'immondizia, la vita del cardinale Coppa

Il cardinale Giovanni Coppa
Foto: Dal libro: "Rialza il povero dall'immondizia" ed LEV
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Preistoria, alba, mattina, giorno pieno, meriggio e sera. Sono queste le fasi della vita di Giovanni Coppa, cardinale e nunzio che si è spento ieri dopo aver da poco superato la soglia dei 90 anni. Le raccontò lui stesso in una autobiografia singolare e bellissima:“Rialza il povero dall’immondizia” edita dalla Libreria Editrice Vaticana.

Una frase che il cardinale non voleva dimenticare, una frase che riecheggia nelle memorie giovanili del cardinale e che diventa preghiera nelle parole del Salmo 112

Aveva, ricorda il cardinale Ravasi nelle prefazione delle bellissima autobiografia, “una capacità mnemonica e documentaria formidabile e una deliziosa temperie narrativa che ha talora il sapore di un romanzo storico”. Il tutto “saporosamente condito con le spezie dell’aneddoto”.

Ragazzo nel Piemonte degli anni Venti, poi la guerra mondiale e il seminario, gli studi all’ Università Cattolica di Milano, l’ordinazione sacerdotale nel 1949 e il trasferimento a Roma, la passione per il latino, lo studio di Sant’ Ambrogio, e gli anni del Concilio, il lavoro in Segreteria di Stato. Di quel periodo raccontava in un recente intervista all’ Osservatore Romano: “Mi riferirono che Pio XII aveva stima di me, perché i testi latini che ero incaricato di preparare risultavano sempre ampi e approfonditi. Le mie più belle esperienze però sono state con Giovanni XXIII, che mi voleva veramente bene. Ho avuto varie udienze con lui. Mi sono rimaste impresse la sua grande umanità e la sua attenzione ai dettagli... Lavoravo in Segreteria di Stato con monsignor Angelo Dell’Acqua, allora sostituto, che aveva molta fiducia in me. Se c’era da fare qualcosa rapidamente, mi chiamava e mi affidava l’incarico. Una volta ho preparato un testo che doveva servire per un’udienza di Paolo VI all’Azione Cattolica. Dell’Acqua lo mandò a Papa Montini, che nel frattempo aveva preparato il suo discorso. Ebbene, quando lo lesse, lasciò da parte il suo scritto e utilizzò il mio. Paolo VI era un grande uomo, di una finezza unica”.

Gran parte del suo lavoro fu in Cecoslovacchia come nunzio dove rimane fino al 2001. Un grande compito di cui il cardinale amava ricordare soprattutto il lavoro fatto con Giovanni Paolo II. Particolare il ricordo nella parole del cardinale Coppa della visita di Giovanni Paolo II del 1997a Praga: “ Il Papa era già sofferente e cominciava a portare il bastone, scherzandoci sopra con i giovani, sempre entusiasti di stringersi attorno a lui, ed era ancora in forze, tanto da far le scale senza ascensore. La prima sera, dopo l’ arrivo e la cena con i vescovi, fece una sosta in Cappella davanti al Santissimo. Le suore avevano preparato per lui un grande inginocchiatoio, ma egli preferì pregare nel banco. Io lo accompagnai attendendo fuori della Cappella. La sera seguente fui trattenuto da impegni e telefonate urgenti e non potei accompagnarlo in Cappella. Ci arrivai dopo, quando egli era già inginocchiato. Prima di entrare avevo già udito come una musica indistinta, ma quando aprii silenziosamente la porta sentii che inginocchiato nel banco, egli cantava sommessamente davanti al tabernacolo. Il Papa cantava sottovoce davanti a Gesù Eucarestia. Il Papa e Cristo nell’Ostia! Pietro e Cristo. Fu per me una cosa sconvolgente , un fortissimo richiamo alla fede e all’ amore, all’ Eucaristia e alla realtà del ministero Petrino”.

Giunge la sera della giornata della vita, e Coppa scrive: “Sono davvero passato attraverso la polvere, l’immondizia, il letame, mentre il Signore ha poi incomprensibilmente voluto ‘farmi sedere con i principi, con i principi del suo popolo’. Il perché lo sa solo Lui”.

Nella intervista all’ Osservatore Romano raccontava così i suoi 90 anni di vita sacerdotale: “In tutte le mie esperienze di studio non ho mai tralasciato la dimensione pastorale. Ho sempre lavorato nelle parrocchie. Anche a Praga non avevo una domenica libera, specialmente in estate, perché mi chiamavano in più luoghi per celebrare. Ripeto: se non avessi fatto quell’esperienza, il mio sacerdozio non sarebbe stato completo. Questo per me è il momento di ringraziare Dio per tutto ciò che mi ha fatto sperimentare in questi anni”.

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