Russicum, l’istituto che formava i martiri

Fondato 90 anni fa, l’istituto preparava sacerdoti missionari nella Russia sovietica. E i sovietici pensavano fossero “le spie del Vaticano”

La sede del Russicum a Roma
Foto: Wikimedia Commons
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Per i sovietici erano “le spie del Vaticano”. Ma i sacerdoti formati al Russicum erano soprattutto missionari. Il loro scopo era quello di ridare alla Russia sovietica sacerdoti e una gerarchia ecclesiastica. Perché non c’è Eucarestia senza sacerdoti. E non si ordinano sacerdoti senza successione apostolica.

Sono molti i temi che si dipanano, andando a ripercorrere i novanta anni dell’istituzione del Pontificio Collegio Russicum. E, soprattutto, si comprende un principio fondamentale: per la Chiesa, la cosa più importante è avere sacerdoti attivi e legittimamente ordinati, che possano celebrare l’Eucarestia. Il resto, diventa secondario. La diplomazia è uno dei mezzi che viene utilizzato per far fronte a questo bisogno primario. La missione è un altro dei mezzi, forse il principale.

Vale la pena ricordarlo, nel cercare di comprendere la logica con cui agisce la Santa Sede con i Paesi comunisti. Prima, con la Russia bolscevica. Quindi, con i Paesi comunisti dell’altra parte della Cortina di Ferro.

Quando nasce il Russicum, la situazione in Unione Sovietica è già critica. La Rivoluzione del 1917 aveva creato speranze per una nuova apertura religiosa, Benedetto XV aveva già avviato il Pontificio Istituto Orientale per l’evangelizzazione di quelle terre. La furia anti-religiosa bolscevica, però, si rese presto manifesta.

Dopo la prima fase costituzional-democratica, l’insurrezione dei bolsceviche nel 1917 porta a un regime dittatoriale socialista. I soviet prendono il potere, le terre dei latifondisti vengono redistribuite ai contadini e, soprattutto, Dio viene negato.

Formalmente, la Costituzione del 1918 parlava solamente di separazione tra Stato e Chiesa, ma di fatto i bolscevichi avevano annullato ogni forma di religione nel Paese.

Gli attacchi sono mossi soprattutto alla Chiesa Cattolica: ne vengono espropriati i beni, viene tolto ai sacerdoti il diritto di voti. L’obiettivo è colpire “con tale forza che la Chiesa resti distrutta per almeno cinquanta anni”, nelle parole di Lenin.

E cominciano anche gli arresti, prima a scopo intimidatorio, poi come veri a propri arresti politici, fino ai tre processi collettivi ai cattolici, nel 1922, nel 1928 e nel 1932.

Dopo questi tre processi, tutto il clero è arrestato. Non ci sono più guide spirituali in Russia.

È in questa situazione che la Santa Sede comincia a riflettere su come permettere ai sacerdoti di compiere la loro missione. Si avvia anche una trattativa diplomatica con il governo bolscevico, contando che l’Unione Sovietica è del tutto isolata politicamente e ha bisogno di un qualche riconoscimento internazionale. Il dialogo non funziona. Le persecuzioni continuano. Già nel 1926, in Unione Sovietica non c’è nemmeno un vescovo.

Il Collegium Russicum nasce nel 1929, per volontà di Pio XI e su suggerimento di padre Michel d’Herbigny, gesuita francese. Questi ha bene a mente i rapporti di padre Wlodimir Ledochowski, che sarà anche generale dei Gesuiti. Questi già nel 1912 aveva lanciato l’allarme sulla situazione che si stava creando in Russia e sulla necessità di preparare cattolici da inviare là.

Padre d’Herbigny va due volte a Mosca prima della fondazione el Russicum. Viene consacrato segretamente vescovo il 29 marzo del 1926, arriva a Mosca un mese dopo e subito consacra vescovo padre Eugene Neveu, e poi tre amministratori apostolici per Leningrado, Minsk e Odessa.

Il Collegium Russicum nasce per dare un corpo a questa gerarchia ricostituita. L’obiettivo è quello di formare nuovi sacerdoti con la missione di diventare apostoli del Vangelo e andare incontro alle necessità spirituali della Russia.

Si pensava di fare un collegio destinato ai sacerdoti russi e di rito bizantino, ma è difficile trovarne non ortodossi. Allora diventa un collegio internazionale, con sacerdoti provenienti da tutto il mondo, cui viene dato il compito di “andare in Russia, predicare e se occorre morire”.

Nel collegio si studiano lingua e letteratura russa, storia della liturgia bizantina e ortodossa e fondamenti della liturgia sovietica, con tanto di corsi di marxismo perché i missionari possano confrontarsi con la gente e contrastarne l’ideologia.

Vanno senza paracadute, sanno che la Santa Sede non potrà fare niente per loro. E fino agli anni Cinquanta saranno più di trenta i sacerdoti ordinati a questo scopo. Di 11 di questi, sono state trovate informazioni negli archivi dalla storica Irina Osipova. Bilancio drammatico: 2 fucilati, 2 morti, 7 spediti nel gulag. Sono polacchi, cechi, italiani, americani.

Tra loro c’è Pietro Leoni, sacerdote emiliano che fu il più tenace, il meno disposto a parlare. Prima cappellano militare, poi parroco di Odessa, viene arrestato nel 1945 e subisce prima l’inquisizione del KGB a Mosca, durante la quale si rifiuta di fare i nomi degli altri sacerdoti che operano in Russia, e poi viene condannato a dieci anni nei campi di rieducazione. Sarà anche uno dei prigionieri del gulag dell’arcipelago delle Solovki, a 160 chilometri dal circolo polare artico. Un monaco del XVII secolo era stato imprigionato in quella fortezza, e sognò la Madonna che gli annunciava che quel posto sarebbe stato il nuovo Golgota. Aveva ragione.

Perché è a Solovki che arrivano i sacerdoti processati, prima gli ortodossi poi i cattolici, considerati spie al servizio di una potenza straniera: se Dio non esiste, in fondo, quale è lo scopo di quei missionari? Ma nei gulag vengono imprigionati anche intellettuali, scrittori, artisti, scienziati per un totale di 1 milione. Di questi, 250 mila vi troveranno la morte.

Pietro Leoni viene liberato nel 1955, durante il primo periodo di Nikita Kruscev, che sta revisionando lo stalinismo. Sarà da padre Leoni che si avranno notizie di quello che succede nei gulag.

Oggi, il Russicum non deve più fare i conti con una ideologia anti-cristiana, ma ha comunque nelle mani una sfida di evangelizzazione non indifferente, in una Russia ortodossa che ancora vive le scorie della secolarizzazione. Di certo, nonostante il numero considerevole di martiri (tra cui il primo rettore Vendelin Javorka), il Russicum ha favorito l’incontro tra Unione Sovietica e Occidente. E, in più, ha permesso la presenza della Chiesa in una Russia ostile. Un fallimento, se si considera il numero di martiri. Un successo, se si considera l’evangelizzazione.

Basti considerare che uno dei frequentatori di lunga data del Russicum è il Patriarca di Mosca Kirill, che vi alloggiava quando veniva a Roma a seguito di Nikodim, grande ecumenista che morì tra le braccia di Giovanni Paolo I durante una visita.

Traduttore di quell’incontro era il gesuita Miguel Arranz, che era stato invitato da Nikodim a insegnare nall’Accademia di Teologia di Leningrado.

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