Russo, occorre far emergere i nuovi europei dalla condizione di invisibili

Nella vegli "Morire di speranza" in preparazione della Giornata del Rifugiato il segretario della Cei parla di migrazione e covid-19

Alcune immagini della Veglia Morire di speranza
Foto: Daniel Ibanez/ EWTN
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Volti e storie nella basilica di Santa Maria in Trastevere per celebrare la speranza. La veglia di giovedì sera voluta dalla Conferenza episcopale italiana  “ Morire di speranza” è stata dedicata ai migranti.

Domani giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato e il segretario generale della CEI Stefano Russo ha ripreso le parole di Papa Francesco per salutare i tanti presenti di ogni parte del mondo: “molti fra voi hanno dolorosamente perso amici e parenti. Siamo insieme alla Comunità di Sant’Egidio, e a tutti voi che fate di questa memoria un appello alla coscienza dei cristiani, della società civile e dei popoli: Centro Astalli, Caritas Italiana, Migrantes, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Scalabrini Migration International Network, Acli, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione Comboniana Migranti e Profughi”.

Non solo nomi o sigle ha detto il vescovo ma “persone che si spendono ogni giorno per vivere quella prossimità che diventa un obbligo del cuore quando come cristiani ci rendiamo conto che questa può diventare una risposta importante alla chiamata che il Signore fa agli uomini e alle donne del nostro tempo”.

Commentando il Vangelo il vescovo ha parlato della paura davanti ai vento contrarti e chi ne soffre di più , ha detto, sono i poveri: “nel tempo della pandemia, come non pensare a chi è costretto nei campi profughi sovraffollati, a chi non vede alcuna via di uscita? In Africa, in Asia - pensiamo ai Rohingya -, nel campo di Moira a Lesbo, già Europa, o chi si accalca alle sue frontiere. Lontano da noi, a Tapachula, di fronte al confine con il Messico. O ai siriani, nei campi libanesi. Luoghi di dolore, dove, più di prima, mancano cibo, vestiti, tende, cure sanitarie. Il lockdown inasprisce condizioni già invivibili, con uomini, donne e bambini impossibilitati al distanziamento fisico e senza accesso all’acqua per lavarsi, con il terrore di essere sterminati dal coronavirus. Quante preghiere salgono dai 50 milioni di sfollati interni che popolano i diversi continenti? Quante dai profughi detenuti in Libia, sottoposti a ogni genere di abusi, e da quelli che fuggendo vengono nuovamente respinti?”.

E’ la presenza di Gesù a darci forza e poi dopo la Pentecoste, lo Spirito Santo che “spinse i discepoli frastornati incontro ai popoli allora conosciuti, parlando una lingua nuova che tutti potevano intendere. La lingua dell’amore, che particolarmente nel tempo della pandemia ha visto molti soccorrere i più soli e i più esposti. Fra essi abbiamo presenti i volti di tanti e tante badanti, delle colf, di immigrate e rifugiate che si sono prese cura degli anziani impedendo che fossero abbandonati alla solitudine e preda del contagio negli Istituti. Sono stati tanti quelli che hanno avuto compassione e hanno portato il loro contributo per sfamare chi era senza casa”.

Il vescovo ha concluso parlando della necessità di “fare emergere tanti stranieri, “nuovi europei” dalla condizione di invisibili, valorizzando il loro lavoro e la loro presenza, preziosa per l’Italia e per loro stessi. Nella preghiera ora risuoneranno alcuni fra i nomi di coloro che sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Ciascuno di loro è prezioso agli occhi di Dio, e lui, che non dimentica nessuno, aiuti noi, le nostre comunità di fede, il nostro Paese, la speranza di chi cerca un approdo di bene, di vit

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