Samaritanus bonus, morire con dignità, il manuale della vita cristiana

La presentazione alla stampa della lettera che offre uno strumento pastorale ai malati e a chi li assiste

La conferenza stampa
Foto: Vatican Media
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“Non è ammissibile da parte di coloro che assistono spiritualmente questi infermi alcun gesto esteriore che possa essere interpretato come un’approvazione anche implicita dell’azione eutanasica, come, ad esempio, il rimanere presenti nell’istante della sua realizzazione”. La posizione della Chiesa cattolica è chiara. Il cardinale Ladaria Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede lo ribadisce alla stampa nella presentazione della Lettera Samaritanus bonus sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Il Papa ha approvato il testo il 25 giugno e scelto il 14 luglio festa di San Camillo de Lellis come giorno per la pubblicazione.

Non ci sono novità, spiega Ladaria, nel Magistero: “l’insegnamento della Chiesa in materia è chiaro e contenuto in noti documenti magisteriali in particolare la Lettera Enciclica Evangelium vitae di San Giovanni Paolo II (25 marzo 1995), la Dichiarazione Iura et bona della Congregazione per la Dottrina della Fede (5 maggio 1980), la Nuova carta degli Operatori sanitari (2016) dell’allora Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, oltre a numerosi discorsi e interventi effettuati dagli ultimi Sommi Pontefici un nuovo organico pronunciamento della Santa Sede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita è parso opportuno e necessario in relazione alla situazione odierna, caratterizzata da un contesto legislativo civile internazionale sempre più permissivo a proposito dell’eutanasia, del suicidio assistito e delle disposizioni sul fine vita”.

Un manuale pastorale importante “in un’epoca storica in cui si esalta l’autonomia e si celebrano i fasti dell’individuo” per “ricordare che se è vero che ognuno vive la propria sofferenza, il proprio dolore e la propria morte, questi vissuti sono sempre carichi dello sguardo e della presenza di altri”.

Il Segretario della Congregazione l’arcivescovo Morandi, ha illustrato il documento nei suoi passaggi fondamentali, e Gabriella Gambino, Sotto-Segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha presentato alcune note giuridiche del documento. “Il primo aspetto è la condizione umana da cui prende le mosse il documento: la vulnerabilità di ogni essere umano, corpo e spirito, misteriosamente segnato da quel desiderio di Amore infinito che lo destina all’eternità”. C’è poi “il principio per cui l’avere cura dell’altro in stato di bisogno

non è solo una questione etica di solidarietà sociale o di beneficialità e non maleficenza, al fine di

perseguire il bene e non far danno all’altro, ma è molto di più: è il “dare a ciascuno il suo”, il dovere giuridico, in senso stretto, di riconoscere ad ogni persona ciò che le spetta, in virtù della propria vulnerabilità”. E infine ciò che è fondamento di qualsiasi ordine giuridico: “il valore di ogni persona in qualunque fase e condizione critica dell’esistenza”.

L’aspetto antropologico del testo della lettera è stato evidenziato da Adriano Pessina, Membro del Direttivo della Pontificia Accademia per la Vita. “In un periodo storico, in cui sembra più facile confidare nella scienza e nella tecnica che negli uomini- ha detto-  la Lettera Samaritanus Bonus pone al centro, con chiarezza, l’importanza delle relazioni umane nelle situazioni critiche della malattia e nelle fasi terminali della vita”.

Ridare senso “ai tempi lunghi della malattia e della disabilità, a ridare, cioè, “senso” alla condizione mortale dell’uomo, senza abbracciare nessun vitalismo, e al contempo, senza mai banalizzare la serietà del morire: soprattutto in questo contesto storico in cui proprio il processo del morire, tra eccessi tecnologici e ideologici, è continuamente esposto a modelli culturali erosivi che ignorano il nesso che lega, indissolubilmente, il riconoscimento del valore dell’essere umano con il divieto di uccidere”.

Una conclusione riferita poi alla attualità della pandemia di covid-19 che “ci ha ricordato la nostra fragilità, il corpo contagiato, in tutta la sua materialità, ci ha pure obbligato a riconfigurare i legami e a ‘vegliare’ sull’altro, senza fraintendimenti. Ma soprattutto a fare come Dio: ad avere “compassione”, cum patior, quando, passando accanto a qualcuno, questi è battuto e ferito. Poiché nessuno nella sua sofferenza ci è mai estraneo”.

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