San Francesco da Paola: dall'eremo in Calabria alla corte del re di Francia

San Francesco di Paola
Foto: pubblico dominio
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

 

Nel cuore di Roma, presso la chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, dal 16 al 19 maggio si terranno i festeggiamenti in onore del Quinto centenario della canonizzazione di San Francesco da Paola. In tale occasione sarà esposta, alla venerazione dei fedeli, anche una sua reliquia.

Riformatore della vita religiosa ed innovatore, sviluppando una nuova sensibilità religiosa, la devozione a questo santo è molto diffusa, per la grandezza della sua testimonianza.

Di lui Papa Francesco disse:” Francesco da Paola, l'umile e penitente eremita ha contemplato la misericordia divina, divenendo faro di Carità per i suoi contemporanei.”

Santo, eremita e riformatore il Paolano è vissuto in un mondo, troppo lontano da nostro ma nel quale il secolarismo e la vanità facevano da padroni. A questo rispose con l'umiltà e la preghiera e con quel desiderio di vivere la propria esistenza, in un eremo dedito, soltanto, alla preghiera ed al soccorso di coloro che bussavano alla porta del suo cuore.

Nato il 27 marzo 1416a Paola, in Calabria, appena nato ebbe una grave malattia agli occhi e per tale motivo, la madre lo consacrò al santo di Assisi. Guarito, da adolescente visse, per un periodo, come donato (cioè un giovane che condivideva la vita regolare di una comunità religiosa) in una comunità di Frati francescani. Da questi apprese l'amore alla povertà e quel desiderio di farsi piccolo cioè minimo, che avrà la meglio sul suo animo.

Non rimase nella famiglia francescana, deludendo le aspettative di questi buoni religiosi, che avevano scorto in lui doti eccezionali ed un forte amore a Dio, ma tornato in famiglia, prese la via dell'eremitaggio. Dapprima facendosi un riparo, nella proprietà di famiglia ed in seguito vivendo, poco distante, da questa. I genitori lo lasciarono fare in quanto avevano intuito che il figlio stava cercando non solo qualcosa ma Qualcuno.

Presto le persone si accorsero della grandezza di quest'uomo e presero ad imitarlo.

Da questo momento nasce la prima comunità di religiosi che si legarono a lui. In un primo momento come tanti eremiti , uniti dalla sua spiritualità ed in un secondo momento come una prima vera comunità religiosa.

La spiritualità minima è peculiare: parte dalla considerazione dell'uomo in dialogo con Dio sentendosi piccolo e povero. Se per Francesco di Assisi i suoi figli sono i Minori, per il Santo di Paola i sui dovranno farsi Minimi. Questi aggettivi definiscono quel desiderio di Tutto che s'incarna nell'umanità. I religiosi minimi, oltre ad un'intesa vita di preghiera incarnano una “quaresima perpetua”,caratterizzata dal digiuno e dalla carità. Ciò è testimoniato anche dall'architettura dei primi luoghi abitati da questi religiosi, nei quali la porta della celletta, abitata dai frati è molto bassa. Questo accorgimento, non solo utile per riparare dal freddo o dal caldo, non essendo previsti caloriferi, indicava che il religioso per entrare si doveva abbassare cioè si doveva far minimo, per poter entrare. Metafora di quel Regno nel quale si entra, solo, abbassandosi e non innalzandosi.

Per lui e per i suoi figli amò la penitenza, come strumento di avvicinamento con Dio. Scelse il silenzio come luogo, dove parlare con l'Assoluto. Si fece limitato e radicale, nelle necessità in quanto aveva appreso dalla vita di Cristo che, solo il piccolo entra nel Regno dei cieli e non altro specie se è grande. Il suo essere fu Minimo cioè essenziale non ingombro, da zavorre che intralciano il cammino verso Dio.

Radicalità che non è intransigenza, preghiera che è lode e penitenza che non deprima ma innalza furono le sue prerogative che volle spendere, in favore ed in funzione dell'altro, quindi di Dio.

Di lui si raccontano fatti meravigliosi:tra questi il più famoso è quando passò lo stretto di Messina, facendosi un'imbarcazione, con il proprio mantello. Il fatto è documentato da numerosi testimoni.

Oppure i numerosi miracoli, che riempivano le necessità di coloro che andavano a trovarlo per qualche necessità. A tutti dava e se presto dalle molte richieste, il suo vocabolario non conosceva le negazione ma solo quella parola che dona.

Diffusa la sua fama di santità, dai numerosi commercianti che si recavano all'estero, si trasferì in Francia, alla corte di Luigi XI, gravemente malato. All'inizio l'eremita non voleva ma per assecondare il volere del Pontefice, che lo stimava e desiderava confermare la fede , in quella nazione lo consigliò in tal senso. Per obbedienza, il santo obbedì.

In questo luogo, però, non visse di lussi ed agi anzi confermò la propria ritrosia alle comodità ed il proprio stile di vita penitenziale. Visse ritirato, lontano dalla corte e si dedicò alla preghiera ed alla meditazione continua.

Le fonti storiche di questo periodo, parlarono di lui sottolineando che non mangiasse carne e vivesse di verdura, tanto da ricordarlo come homo erbaricus.

Di carattere gioviale, sereno e sempre sorridente trascorse la sua vita, in un continuo colloquio con Colui che tanto ci ama. Il motto della propria famiglia religiosa, che unisce farti, suore e laici è quello della Charitas che riscalda il mondo con il calore.

Stremato dalle penitenze, spirò il 2 aprile 1507 a Tours, lasciando come esempio la sua intemerata penitenza, testimoniata dalla fedeltà e dall'amore al vangelo.

Leone X lo canonizzò nel 1519.

 

Ti potrebbe interessare