Sanità Cattolica, il Fatebenefratelli lo salva la Santa Sede

Non ci sarà vendita per il famoso nosocomio dell’Isola Tiberina, eccellenza per l’ostetricia. Si va verso una riorganizzazione della Sanità Cattolica sotto l’egida della Santa Sede. Quali sono i rischi?

Ospedale
Foto: CC
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L’Ospedale Fatebenefratelli resta all’ordine ospedaliero San Giovanni di Dio. Nessuna vendita, come invece sembrava ormai imminente, ma solo il ringraziamento al Gruppo San Donato, che sembrava in pole position per aggiudicarsi l’ospedale, per “l’intervento concordato con la Casa Generalizia dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, inteso ad evitare un ulteriore aggravamento della crisi in atto e a trovare ad essa una soluzione definitiva”.

Sono parole contenute in uno scarno comunicato della Santa Sede, diffuso il 21 ottobre, che cominciava rifacendosi alle parole di Papa Francesco all’Angelus dell’11 luglio, pronunciato dal balcone del Policlinico Gemelli. “Nella Chiesa – aveva detto Papa Francesco – succede a volte che qualche istituzione sanitaria, per una non buona gestione, non va bene economicamente e il primo pensiero è venderla. Ma la tua vocazione, Chiesa, non è avere quattrini, ma fare il servizio: salvare l’istituzione gratuita”.

E così, si legge nel comunicato, “considerando l’alto valore spirituale e morale rappresentato dal nosocomio – nel senso di una testimonianza evangelica di attenzione e cura dei malati, con umanità e professionalità, svolta da oltre

quattro secoli – è stato avviato un piano di risanamento che, nel rispetto delle normative vigenti e in dialogo con le parti a vario titolo coinvolte, permetta ad esso di continuare a svolgere il ruolo che l’ha finora caratterizzato nell’ambito della Sanità cattolica”.

Per comprendere queste parole serve avere qualche informazione su quello che era successo. Dal 2013, l’Ospedale Fatebenefratelli versa in una difficile situazione finanziaria, con debiti per centinaia di milioni. A giugno di quest’anno, il fiore all’occhiello della sanità cattolica in Italia, con un record di 3500 parti all’anno per il reparto ostetricia, era stato praticamente venduto al Gruppo San Donato, che aveva sottoscritto anche un concordato preventivo, in scadenza proprio questo ottobre. Il concordato era stato avviato per evitare il fallimento della struttura, azzerando alcuni debiti del passato.

È per questo che la Santa Sede ha voluto ufficialmente esprimere “un doveroso ringraziamento al gruppo San Donato, nelle persone dei vice-presidenti Paolo Rotelli e Kamel Ghribi e dell’Amministratore delegato Francesco Giosué Galli”.

Ora, però, tocca alla Santa Sede tenere a galla l’ospedale. Le parole del Papa all’Angelus erano un riferimento indiretto ad una serie di vendite che avevano interessato i grandi ospedali romani: il Cristo Re e Villa Betania erano stati acquistati dal Gruppo Giomi controllato dalla famiglia Miraglia, il San Carlo di Nancy del Gruppo IDI era stato rilevato dal Gruppo Villa Maria di Ettore Sansavini, e persino la Fondazione del Policlinico Gemelli era entrata in società con la Qatar Foundation nella gestione dell’ospedale Mater Olbia in Sardegna.

Lo stesso fondo sovrano del Qatar si era fatto avanti inizialmente per rilevare il Fatebenefratelli, e poi sostituito nel gruppo di pretendenti dal Gruppo Humanitas, infine proprio dal Gruppo San Donato, che già ha “in pancia” l’ospedale San Raffaele.

Se il concordato con il San Donato ha evitato il peggio, ora si tratta di trovare un modo di risanare i conti, e questo modo sarebbe stato trovato nell’aiuto offerto dalla Fondazione Del Vecchio, di proprietà di Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica. La fondazione – secondo Milano Finanzaè pronta a donare 150 milioni, di cui 25 milioni sarebbero destinati alla ristrutturazione dell’ospedale. Del Vecchio non è nuovo ad operazioni di questo: tre anni fa si diceva pronto a donare anche 500 milioni di euro per prendere il controllo dello IEO – Monzino di Milano e sviluppare così il polo oncologico fondato da Umberto Veronesi ed Enrico Cuccia. A questa donazione, si dovrebbe aggiungere anche un contributo del Gruppo Faac, controllato dall'arcidiocesi di Bologna.

L’ipotesi della donazione sarebbe consistente con il piano di ristrutturazione della Sanità Cattolica che ha portato il 6 ottobre alla costituzione, da parte di Papa Francesco, della “Fondazione della Sanità Cattolica”.

Nel chirografo che stabiliva la fondazione, Papa Francesco sottolineava di accogliere “volentieri la supplica che mi proviene da più parti di un intervento diretto della Santa Sede a sostegno e supporto degli enti canonici che operano con il solo scopo di migliorare la salute degli infermi e di alleviarne le sofferenze, anche con la collaborazione di benefattori che hanno particolarmente a cuore la sollecitudine della Chiesa verso i più fragili e bisognosi”.

La Fondazione ha lo scopo “ove ve ne siano le condizioni, ad offrire sostegno economico alle strutture sanitarie della Chiesa, perché sia conservato il carisma dei fondatori, l’inserimento all’interno della rete di analoghe e benemerite strutture della Chiesa e con ciò il loro scopo esclusivamente benefico secondo i dettami della Dottrina sociale della Chiesa”.

Ed è da considerare la struttura stessa della Fondazione, inserita nella lista degli enti allegata allo Statuto del Consiglio per l’Economia, Questa ha come presidente il vescovo Nunzio Galantino, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), come segretario Fabio Gasperini, numero 2 dell’APSA, e come sindaco unico Maximino Caballero Ledo, segretario generale della Segreteria per l’Economia. In pratica, in questa scelta si vede ben definito il ruolo dell’APSA come banca centrale e investitore centrale della Santa Sede (ha recentemente preso in carico anche gli investimenti una volta appartenuti alla Segreteria di Stato) e il ruolo della Segreteria dell’Economia come braccio del Consiglio per l’Economia nel controllare le finanze.

La riorganizzazione sanitaria della Santa Sede passa da qui. E forse è per questo che la Pontificia Commissione per le Attività del Settore Sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa è scomparsa dall’Annuario, nonostante sia stata costituita come organo della Curia e i suoi membri sono stati rinnovati nel 2020 (anche se poi la Commissione si trova nelle pagine interne del sito web).

Stabilita nel 2015, l’obiettivo della commissione era di fungere da controllo e vigilanza su come le strutture sanitarie gestite dalle Congregazioni religiose gestiscono denaro e beni.

Tra i casi di cui si parlava al tempo, quello del crack dell’IDI, Istituto Dermopatico dell’Immacolata che si era ritrovato con 800 milioni di euro di debiti a causa di una sistematica appropriazione indebita dei fondi da parte di alcuni amministratori, e aveva dovuto dichiarare bancarotta nel 2012. Proprio nel 2015, la Segreteria di Stato vaticana ha acquisito l’ospedale, tirandolo fuori dalla bancarotta amministrata dallo Stato italiano, attraverso una partnership for profit con l’ordine religioso che aveva posseduto e gestito l’ospedale.

Senza contare il caso dei Camilliani, ordine che gestisce 114 ospedali nel mondo, fondato da San Camillo de Lellis nel XVI secolo con il compito preciso di “dare servizio completo alla persona inferma” ed “essere scuola di carità per coloro che condividono il compito di assistenza agli infermi”. Proprio sul controllo di un ospedale, quello di Santa Maria della Pietà a Casoria, vicino Napoli, si è consumata una vicenda che ha portato nel 2012 all’arresto del superiore dei Camilliani, padre Renato Salvatore, condannato a tre anni di reclusione nel 2019.

E poi, ovviamente, il Fatetbenefratelli.

Certo, colpiva, nelle membership rinnovata, l’ingresso tra i membri di Saverio Capolupo, magistrato tributario, che Papa Francesco aveva nominato il 16 febbraio 2019 come consulente dello Stato di Città del Vaticano, e in particolare delle strutture previste dall’ordinamento dello Stato in materia economica, tributaria e fiscale. Capolupo, tra l’altro, è stato chiamato a presiedere la Fondazione Luigi Maria Monti, che gestisce appunto l’IDI, dopo che per un periodo brevissimo la fondazione era stata guidata da un figlio della Congregazione dell’Immacolata Concezione che aveva fondato l’ospedale, padre Giuseppe Pusceddu,

Sono, insomma, tante le situazioni che si intrecciano. Ma poi resta una domanda di fondo: la Fondazione per la Sanità Cattolica serve solo a dare un supporto finanziario o a preservare l’identità delle congregazioni? E quanto l’identità viene preservata con l’ingresso di donazioni esterne che aiutano alla ristrutturazione, ma che potrebbero avere anche il loro costo in termini di decisione e gestioni?

C’è un caso, diverso ma simile, in Belgio, ed è quello dei Fratelli della Carità. I loro ospedali in Belgio sono retti da società laiche, con board laici, e una minoranza dei Fratelli nel board. E questo ha fatto sì che nei loro ospedali venisse approvato un protocollo che consentiva (in determinati casi) persino l’eutanasia. Una decisione non accettata dai vertici dei Fratelli della Carità, che si sono appellati alla Segreteria di Stato. Ma lo strappo tra la Congregazione e l’organizzazione che gestisce gli ospedali non è stato ricucito.

Cosa succederebbe, dunque, se le fondazioni e i donatori prendessero il sopravvento sulle proprietà degli ospedali?

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