Santa Sede, il messaggio per il Ramadam: non si giustificano i crimini con la religione

Il cardinale Jean Louis Tauran
Foto: Alan Holdren/ CNA
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“Per alcuni tra voi, come pure per altri appartenenti a diverse comunità religiose, sulla gioia della festa getta un’ombra il ricordo dei propri cari che hanno perso la vita o i loro beni o sofferto fisicamente, mentalmente e persino spiritualmente a causa della violenza.” Il messaggio del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso a firma del cardinale presidente Jean-Louis Cardinale Tauran In occasione del mese del Ramadan e per la festa di ‘Id al-Fitr mette in luce la violenza che “Comunità etniche e religiose in numerosi Paesi del mondo hanno patito sofferenze enormi ed ingiuste: l’assassinio di alcuni dei loro membri, la distruzione del loro patrimonio culturale e religioso, emigrazione forzata dalle loro case e città, molestie e stupro delle loro donne, schiavizzazione di alcuni dei loro membri, tratta di esseri umani, commercio di organi, e persino la vendita di cadaveri!” Un dramma perchè questi crimini sono resi ancora più odiosi dal “ tentativo di giustificarli in nome della religione.”

Il testo si apre con gli auguri per il  mese di Ramadan in cui gli islamici osservano “molte pratiche religiose e sociali, come il digiuno, la preghiera, l’elemosina, l’aiuto ai poveri e le  visite a parenti ed amici.”

Ma la festa è oscurata dalla violenza” Si tratta di una chiara manifestazione della strumentalizzazione della religione per ottenere potere e ricchezza,” e “sarebbe superfluo dire che coloro che hanno la responsabilità della sicurezza e dell’ordine pubblico hanno pure il dovere di proteggere le persone e le loro proprietà dalla cieca violenza dei terroristi. D’altro canto, c’è pure la responsabilità di coloro che hanno il compito dell’educazione: le famiglie, le scuole, i testi scolastici, le guide religiose, il discorso religioso, i media. La violenza e il terrorismo nascono prima nella mente delle persone deviate, successivamente vengono perpetrate sul campo.”

Tutto dipende dalla educazione dei giovani che dovrebbe “insegnare il carattere sacro della vita e la dignità che ne deriva per ogni persona, indipendentemente dalla sua etnia, religione, cultura, posizione sociale o scelta politica. Non c’è una vita che sia più preziosa di un’altra per motivo della sua appartenenza ad una specifica razza o religione. Dunque, nessuno può uccidere. Nessuno può uccidere in nome di Dio; questo sarebbe un doppio crimine: contro Dio e contro la persona stessa.”

L’educazione non deve avere ambiguità: “ il futuro di una persona, di una comunità e dell’intera umanità non può essere costruito su tale ambiguità o verità apparente. Cristiani e musulmani, ciascuno secondo la rispettiva tradizione religiosa, guardano a Dio e si rapportano a Lui come la Verità. La nostra vita e la nostra condotta in quanto credenti dovrebbero rispecchiare tale convinzione.”

Nel messaggio si ricorda il discorso di Giovanni Paolo II in Nigeria nel 1982: “ c’è grande bisogno della nostra preghiera: per la giustizia, per la pace e la sicurezza nel mondo; per coloro che si sono allontanati dal retto cammino della vita e commettono violenza in nome della religione, affinché possano ritornare a Dio e cambiare vita; per i poveri e gli ammalati.”

L’augurio è  di guardare al futuro con speranza “in particolare quando facciamo del nostro meglio affinché i nostri legittimi sogni diventino realtà.”

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