Sant'Agostino, un giudice saggio ed equilibrato

Nella biografia del grande di Ippona il suo amico San Possidio racconta la capacità di giudizio di Agostino

Sant'Agostino
Foto: pubblico dominio
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Giudicare e saper ben valutare un fatto è un'operazione ermeneutica complessa.

Sant'Agostino oltre ad esser stato uno dei più grandi Padri della Chiesa si è trovato a svolgere anche questa delicata missione al servizio del popolo di Dio.

Aprendo la vita del santo scritta da San Possidio, uno dei suoi più grandi amici e che ha avuto il dono di vivere con il vescovo per oltre trent'anni nella stesura della biografia del grande di Tagaste osserva che, nel corso del proprio servizio alla chiesa di Ippona Sant'Agostino si è trovato ad essere giudice.

La giurisdizione ecclesiastica imponeva al pastore anche questo incarico. Come vescovo Agostino, suo malgrado, visse quest'esercizio alla luce e del vangelo e della misericordia di Dio.

Che giudice fu Agostino? Equilibrato, giusto ed attento alla salus animarum di chi si trovava di fronte.

Il biografo, nel capitolo 19 della Vita sancti Augustini osserva: ”Con continuità ascoltava le cause e giudicava, talvolta fino all'ora di colazione, altre volte per l'intera giornata rimanendo a digiuno; e in quest'attività considerava il valore delle anime cristiane, quanto ciascuno progredisse nella fede e nei buoni costumi, ovvero regredisse. Sapeva cogliere il momento opportuno per spiegare alle parti la verità della legge divina e l'inculcava in loro, insegnando e rammentando il modo di conseguire la vita eterna.  Da coloro per i quali attendeva a quest'attività non richiedeva altro se non l'obbedienza e la devozione cristiana, che è dovuta a Dio e agli uomini, e riprendeva i peccatori alla presenza di tutti, perché gli altri ne avessero timore.
Svolgeva tale attività quasi come sentinella stabilita dal Signore alla casa d'Israele (Ez. 3, 17; 33, 7), predicando la parola e insistendo a tempo debito e non debito, riprendendo esortando rimproverando con ogni pazienza e dottrina (2 Tim. 4, 2), dedicandosi soprattutto ad istruire quelli che erano adatti ad insegnare anche agli altri.
Richiesto anche da alcuni di occuparsi di loro questioni temporali, mandava lettere a varie persone. Ma riteneva un peso questa occupazione che lo distoglieva da attività più importanti: infatti gli era gradito discutere sempre delle cose di Dio, sia in pubblico sia in discussione fraterna e familiare”.

Il testo illumina in quanto commenta e racconta il modo di giudicare del vescovo. Attento alle parole ed alla carità, non si faceva sfuggire occasione per mettere in luce la parola del Cristo che illumina le scelte dell'esistenza.

Trovato degno di tale ministero fu un padre e non un censore. Fu vicino alle persone con il cuore oltre che con quelle regole che il diritto impone per un vivere onesto e semplice.

Ubi societas ibi ius recita un famoso adagio e sembra che tutto ciò sia stata la regola di condotta del santo che voleva una società più giusta, filtrata alla luce delle parole eterne che il vangelo ha scritto nel cuore dell'uomo di tutti i tempi.

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