Sarajevo, rimarginare le ferite della guerra

Croce sull'altare per la Messa di Papa Francesco a Sarajevo, 6 giugno 2015
Foto: Andreas Dueren / ACI Group
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“Io non odio nessuna etnia, non odio gli uomini in quanto categoria. Io so che quello che mi è stato fatto non può essere attribuito a un intero popolo.” Janko Samolikovic, di Visegrad, è uno dei sopravvissuti dei campi di prigionia della guerra dell’ex Jugoslavia. Ha fatto un percorso di riconciliazione, ha elaborato il dramma subito. Perché questo è quello che Papa Francesco ha trovato arrivando a Sarajevo: una città ferita, come la croce posta sull’altare che viene da un monastero distrutto durante la guerra, le cui ferite faticano a rimarginarsi.

Ma provano a rimarginarle alcuni sopravvissuti dei campi di prigionia. Ci sono un serbo, un croato e un bosniaco al tavolo organizzato il 5 giugno da Caritas, nella scuola cattolica di Sarajevo. “Quando parliamo insieme, ci rendiamo conto che la nostra sofferenza è comune,” dicono. Sono entrati nel programma Pro-Future: supporto psicologico, elaborazione del trauma subito, e poi racconto, nelle scuole, ovunque sia necessario, perché gli orrori della guerra non vengano dimenticati.

Janko è uno dei tre. “Avevo 23 anni quando la guerra ha toccato anche il mio paese. Prima, eravamo insieme serbi, bosniaci, croati. Non avevamo mai avuto alcun conflitto. Poi, lo scoppio della guerra. Mi hanno preso, mi hanno rinchiuso in una palestra insieme ad altri. Io sono molto emotivo, potete immaginare come mi sono sentito. Ho avuto sensazioni che non possono spiegare, perché un essere umano non dovrebbe mai avere quelle sensazioni.”

Racconta: “Andavo a dormire senza sapere se mi sarei svegliato la mattina dopo. Venivano interrogati in maniera brutale. Ci davano da mangiare ogni giorno un po’ di pane, un liquido che non ho mai capito cosa fosse. Ci davano 2 o 3 litri d’acqua da dividere in 7. E dovevamo anche lasciarne un po’ per quando qualcuno di noi sveniva, perché spesso svenivamo. Avevamo un secchio che doveva funzionare da toeletta.”

Aimir Omerspahic, da Sarajevo, racconta di essere stato catturato il 2 agosto del 1993, “prima dalla polizia jugoslava, poi consegnato a quella regolare serba. Cercavo di scappare, avevo un dito ferito. Un soldato mi picchiava sulla testa, mi sono protetto sulla mano. Mi ha picchiato sul dito ferito fin quando questo non è caduto. Un dolore atroce.”

E resta così, con le ferite aperte, finché un dottore non decide di curarlo e di salvargli la vita. “Era un dottore serbo, che poi sono riuscito ad incontrare di nuovo. Io non odio i serbi. Un serbo mi ha salvato la vita, anche se dei serbi mi hanno imprigionato. Ma non sono i serbi, in quanto tali. Il problema è il comportamento individuale di ciascuno.

Dice lo stesso Zdenko Suplikovic, ora invalido di guerra al 40 per cento, che era entrato nell’esercito croato quando i venti di guerra erano cominciati. “Eravamo croati e bosniaci insieme. Il 24 giugno 1993, difendevamo la nostra posizione con l’esercito bosniaco ai lati, e l’esercito serbo di fronte. Abbiamo saputo via radio che Bosnia e Croazia avevano rotto. Ci siamo trovati nella situazione più dura, più incredibile: passare dall’avere un nemico all’averne due. Eravamo accerchiati, ed eravamo solo in 37 uomini. Dopo un giorno di resistenza, abbiamo deciso di arrenderci.”

 È l’inizio di una lunga prigionia, per Zdenko. “Ci costringevano ai lavori forzati, ma ci davano per colazione solo 4 biscotti secchi e mezza tazzina di tè. Per pranzo una zuppa.”

Zdenko ora è sposato, ha due figli. Ha fatto un percorso che lo porta a raccontare la prigionia. Afferma: “Dobbiamo ridurre il linguaggio dell’odio.” È anche lui il simbolo di una nazione ferita.

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