Settimana Santa, la nota del Viminale: “Messe senza la partecipazione dei fedeli”

Rispondendo ai quesiti della Conferenza Episcopale Italiana, il ministero degli Interni definisce le possibilità di partecipare ai riti in tempo di coronavirus

Il cero pasquale nella Basilica di San Pietro durante la veglia pasquale del 2017
Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
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Pasqua senza fedeli a causa dell’emergenza coronavirus. Per i Riti della Settimana Santa, il numero dei partecipanti sarà limitato ai “celebranti, al diacono, al lettore, all’organista, al cantore e agli operatori per la trasmissione”, e questi saranno considerati avere un “giustificato motivo per recarsi dalla propria abitazione alla sede ove si svolge la celebrazione”, quindi non avranno sanzioni. Lo rileva il Ministero degli Interni in una nota che dettaglia le modalità di partecipazione alla preghiera e alla Settimana Santa pubblicata sul proprio sito istituzionale.

La nota del Viminale risponde a tre quesiti posti dalla Conferenza Episcopale Italiana in merito sia alla partecipazione alle celebrazioni che alla possibilità, per i fedeli, di andare in chiesa a pregare. Sono tre quesiti che si sono resi necessari anche perché le questioni riguardanti il culto non sono esplicitamente menzionate nei provvedimenti della presidenza del Consiglio.

La nota del Viminale è firmata dalla Direzione Centrale degli Affari dei Culti, ed è stata inviata a tutte le prefetture. Il Ministero degli Interni ci tiene prima di tutto a sottolineare che le misure per contenere il coronavirus vanno a limitare “diversi diritti costituzionali, primo fra tutti la libertà di movimento, e vanno a determinare importanti ricadute in una molteplicità di settore, dalla mobilità al lavoro, alle attività produttive, interessando anche le attività di culto”.

Le norme, spiega il Ministero degli Interni, “non prevedono la chiusure delle chiese, né vietano le celebrazioni religiose”, ma si chiede che le celebrazioni “si svolgano con la presenza dei soli celebranti e degli accoliti necessari per il rito, senza la partecipazione dei fedeli, proprio per impedire raggruppamenti che potrebbero diventare potenziali occasioni di contagio”.

I vescovi avevano chiesto se il fedele potesse uscire di casa per andare a pregare in chiesa, ovviamente munito di autocertificazione. Secondo la nota, “è necessario che l'accesso alla chiesa avvenga solo in occasione di spostamenti determinati da comprovate esigenze lavorative, ovvero per situazione di necessità e che la chiesa sia situata lungo il percorso, di modo che, in caso di controllo da parte delle Forze di polizia, possa esibirsi la prescritta autocertificazione o rendere dichiarazione in ordine alla sussistenza di tali specifici motivi".

Quindi, la questione dei riti della Settimana Santa. I vescovi avevano chiesto se, per garantire dignità alla celebrazione, era consentita la presenza di un diacono o di qualcuno che possa servire alla Messa.

Il Ministero degli Interni risponde che la partecipazione alla Messa si deve limitare ai “celebranti, al diacono, al lettore, all'organista, al cantore e agli operatori per la trasmissione”.

Questi sono tenuti a rispettare le misure sanitarie, a partire dalla distanza fisica, e avranno pertanto “un giustificato motivo per recarsi dalla propria abitazione alla sede ove si svolge la celebrazione e, ove coinvolti in controlli o verifiche da parte delle Forze di polizia, attraverso l'esibizione dell'autocertificazione o con dichiarazione rilasciata in questo senso dagli organi accertatori, non incorreranno nella contestazione e nelle relative sanzioni correlate al mancato rispetto delle disposizioni in materia di contenimento dell'epidemia da Covid-19”.

La casella da barrare è quella della “comprovate esigenze lavorative”, cosa cui è assimilabile, secondo il ministero degli Interni, il servizio liturgico. Il Viminale specifica che “l'autocertificazione dovrà contenere il giorno e l'ora della celebrazione, oltre che l'indirizzo della chiesa ove la celebrazione si svolge”.

Infine, i matrimoni: la Segreteria generale della Cei chiede perché si permettano matrimoni in Comune e non in chiesa. I matrimoni in chiesa, spiega la Nota, “non sono vietati in sé”. E precisa dunque che “ove il rito si svolga alla sola presenza del celebrante, dei nubendi e dei testimoni - e siano rispettate le prescrizioni sulle distanze tra i partecipanti - esso non è da ritenersi tra le fattispecie inibite dall'emanazione delle norme in materia di contenimento dell'attuale diffusione epidemica di Covid-19”.

 

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