Si è concluso il Meeting 2018, con lo sguardo a Leopardi in attesa di Wojtyła

Un momento dell'evento al Meeting
Foto: Meeting Rimini 2018
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«Nacque il tuo nome da ciò che fissavi»
«È un verso di una poesia di Karol Wojtyla», spiega Emilia Guarnieri. «E quindi nel 2019 avremo un titolo in piena continuità con i contenuti di quest’anno. Se nel 2018 abbiamo messo al centro la per-sona, l’uomo che cerca la felicità e fa esperienza di essa, l’anno prossimo andremo ulteriormente al fondo per scoprire da dove può nascere il volto, la fisionomia della persona». 

Ecco allora proprio un colloquio che conclude bene le giornate del Meeting 2018 in attesa del 2019. 

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Da studente forse ho avuto sempre un moto di compatimento e di rigetto noioso per il poeta recanatese, ma sentendo recitarlo al Meeting dell’Amicizia tra i popoli ho compreso la forza espressiva della metrica poetica. La sala, come sempre per questi incontri, è molto affollata in maggioranza da giovani, grazie al progetto a cura di ‘Centro di Poesia Contemporanea Unibo’ e ‘Fondazione Claudi’, in collaborazione con ‘Infinito 200-Una poesia’, allietato dalla vena poetica di Davide Rondoni e del violinista Michele Torresetti. Nell’introduzione Massimo Ciambotti, prorettore dell’Università degli Studi ‘Carlo Bo’ di Urbino e presidente della Fondazione Claudi ha ricordato la nascita del progetto: “‘Perché una creatura finita desidera l’infinito?’ fu chiesto il 18 marzo scorso da una studentessa musulmana del corso di italianistica dell’Università del Cairo, dove eravamo andati io e Davide Rondoni per presentare il progetto ‘Infinito 200’. Sapere cosa sia, di cosa sia fatto l’uomo non può oggi essere dato per scontato. Dovrebbe essere il primo spunto di lavoro culturale, educativo, in quella maniera precisa e potente che fa scrivere a Leopardi nel ‘Canto notturno’ come ci sia una sproporzione dei fattori che compongono la natura umana”.

Davide Rondoni ha commentato la poesia leopardiana, entusiasmando i presenti: “Il problema dell’ ‘Infinito’ è che esso sorge nel vivo dell’esperienza del piacere e del dispiacere. Non è un problema di pensiero, ma ha a che fare con il germinare iniziale di un’esperienza; significa fare i conti con questo elemento germinale essenziale”.

Riportando un giudizio di don Luigi Giussani sul componimento leopardiano Rondoni ha detto invece che la poesia è una ‘liberazione’: “Se l’identità è quello che pensi, quello che fai, tra te e la tua azione non c’è più margine. Se la persona viene fatta coincidere con l’atto, è una falsa liberazione. Ascoltando i versi de ‘L’infinito’, si sente che la gente ‘respira’. E’ una liberazione sapere che si è fatti d’infinito. Il finito come nella prospettiva rinascimentale sta in un punto di fuga della realtà. Ma l’infinito è ciò che sente la realtà vera. E Leopardi ce lo mostra in questa poesia meravigliosa, in un segno che riguarda lo spazio, il tempo, come l’esperienza che deve sovvenire, che non è l’informe, il caotico che vediamo in giro, che è deserto, è vuoto, che non genera nulla”.

Perché dopo 200 anni si studia ancora ‘L’infinito’ di Giacomo Leopardi?

“Si studia perché ci si prende cura delle cose importanti e belle; sicuramente la poesia e l’arte sono tra le cose più belle che abbiamo ed è giusto averne cura e quindi studiarle. Infatti lo studio è la conseguenza dell’amore e quindi della cura; quando non è così è uno studio inutile. Invece vedo che dopo 200 anni questi testi continuano ad essere amati ed è giusto studiarli”.

Come si può leggere una poesia?

“Per leggere una poesia, non occorre essere esperti della vita dell’autore, altrimenti l’autore ti avrebbe dato la sua biografia, da leggere. Quindi, da una parte tocchi qualcosa che non è comune in lui, qualcosa di non comune suo, ma dall’altra parte cosa accade, in questo teatro che è la lettura? La lettura è come un teatro in cui ciascuno deve fare la sua parte. L’autore fa la sua, ma la lettura è il momento vero della scena e devi entrare in scena anche tu. La poesia non è quella cosa che è scritta nei libri, la poesia è quella cosa che succede quando tu la leggi”.

E quando uno legge ‘L’infinito’ cosa si prova?

“C’è il fatto che tu, quando leggi ‘L’infinito’ di Leopardi, ti commuovi per qualcosa che è della tua vita, risenti la tua vita, ha rilievo qualche cosa che non è comune a nessun altro della tua esistenza, risenti più te stesso. Per questo la lettura di un autore come Leopardi necessita solo di una cosa: né che tu sia esperto di letteratura, né che tu sia esperto della vita del signor Leopardi, né che tu sia esperto di lingua italiana in generale, perché sei laureato in lettere. Occorre una cosa sola: che tu sia disposto a mettere te stesso dentro questo teatro, cioè che tu sia disponibile a un rapporto, come accade con gli amici. L’unica cosa che occorre è che tu sia disponibile”.

Leopardi domanda all’arte la vita: ai giovani interessa questo tipo di poesia?

“Sì! Tantissimo, perché se tu condividi questi testi (a me capita tutti i giorni) in maniera viva, rischiando la tua vita nel confronto con questi testi, ai giovani interessa moltissimo”.

Lei ha scritto ultimamente un libro di poesia ‘L’allodola ed il fuoco’: come la poesia aiuta ad amare la vita?

“Di per sé la poesia non aiuta ad amare la vita; la poesia ti fa vedere la vita in tutti i suoi aspetti meravigliosi e tremendi. Poi il motivo di amare la vita non viene dalla letteratura o dalla poesia, ma da altre cose che riguardano la vita di tutti e che sono le esperienze che si fanno e in ciò in cui si crede. La poesia ti fa vedere la vita per come è e metterti di fronte più chiaramente se amarla o meno”.

Ad ottobre si svolgerà il Sinodo sui giovani: la Chiesa come aiuta i giovani ad amare la bellezza?

“La mia osservazione è che la Chiesa potrebbe fare di più, perché nei secoli è stata maestra di bellezza, poi si è smarrita. In alcuni casi si sta riprendendo, in altri un po’ meno. Però debbo dire che ci sono molti artisti che, compromettendosi con la propria fede, stanno dando grandissime opere sia nell’arte di grande livello sia nell’arte popolare, come la musica e il cinema. Anche questa è chiesa. Certo sarà responsabilità della Chiesa istituzionale favorire le opere d’arte oppure no!”

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