Sinodo, la discussione non finirà

Briefing in Sala Stampa Vaticana, 19 ottobre 2015. Da sinistra a destra: il vescovo Solmi, il vescovo Coleridge, il Patriarca Twal
Foto: Marco Mancini / ACI Stampa
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Non è una discussione destinata a terminare, quella del Sinodo sulla famiglia. La sfida, come ha spiegato l'arcivescovo Mark Coleridge di Brisbane (Australia) è quella di trasformare il Sinodo da evento a processo. E, nonostante le differenze, c’è una cosa su cui tutti i vescovi sono d’accordo, spiega il Patriarca di Gerusalemme dei Latini Fouad Twal, e cioè che si deve coniugare “verità e misericordia.” Come, è tutto da vedere, in un Sinodo che però “non deve essere solo cosmetica,” sottolinea il vescovo Enrico Solmi di Parma.

I vescovi Solmi e Coleridge e il Patriarca Twal parlano nel consueto briefing quotidiano in Sala Stampa vaticana. Non nega, il Patriarca Twal, che alla terza settimana “anche i padri sinodali accusano un po’ di stanchezza.” Ma ora “gli obiettivi si sono meglio definiti,” spiega il vescovo Coleridge, e “anche se l’Instrumentum Laboris non è il miglior testo possibile” è questo “il testo che ci è stato dato e sul quale stiamo lavorando.”

Alcuni circoli minori hanno già finito l’analisi della terza parte, hanno il pomeriggio libero e domattina voteranno sui modi che poi saranno portati all’attenzione dell’assemblea. Altri devono terminare oggi la discussione. Di certo, si continuerà a parlarne.

“Si deve ricordare che questo è un sinodo pastorale. Cerca di trovare delle risposte pastorali. Non ci si deve aspettare delle rivoluzioni dottrinali. E personalmente non mi piace molto la parola rivoluzione,” afferma a più riprese l'arcivescovo Coleridge. In una intervista all’inizio del Sinodo, il vescovo di Brisbane aveva affermato che, sull’accesso della Comunione ai divorziati risposati, l’assemblea si sarebbe probabilmente divisa. “Ho fatto delle percentuali, spinto in maniera un po’ creativa dagli intervistatori. Ho detto 65 per cento contro e 35 per cento a favore. Ma potrei dire che quella percentuale era bassa, che saranno probabilmente di più quelli che si esprimeranno contro il cambiamento della disciplina dell’accesso ai sacramenti.”

Sul tema dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati si esprime anche il Patriarca Twal. “Siamo in un campo molto delicato - spiega – e non possiamo generalizzare, è meglio studiare caso per caso. In questo caso anche ritornare al vescovo locale che può conoscere meglio la situazione.”

Il vescovo Solmi concede che “ci si trova certamente davanti una situazione non conforme alla volontà del Signore come espressa nel Vangelo,” e afferma che “si giunge ad una fase in cui questo nuovo nucleo familiare si è assodato, c’è rapporto reciproco, ci sono figli, ed ecco che quel percorso ci può essere richiesto. Un percorso che parte da disponibilità di Chiesa all’ascolto, un percorso di discernimento. Questo percorso può essere penitenziale, di conversione, che lascia alle persone il desiderio di camminare ancora.”

C’è comunque necessità di una conversione, su questo sono d’accordo tutti i vescovi intervenuti. Che parlano anche dell’esigenza di trovare un nuovo linguaggio per spiegare i concetti della fede ai fedeli, in modo che possano comprendere nel modo migliore possibile. Ma la ricerca di nuovo linguaggio non deve essere “solo cosmetica,” afferma l'arcivescovo Coleridge.

Subito Solmi gli fa eco: “Se dobbiamo pensare a dei criteri per giudicare il successo o meno del Sinodo, io penso a tre dimensioni. La prima, che sia un Sinodo non cosmetico, che sappia incidere sulla vita della Chiesa, rimettendo la famiglia al posto che le spetta. Quindi, che la famiglia si assuma un ruolo ministeriale, di servizio, in modo forte e solenne. Infine, che si debba creare una sinodalità della Chiesa, dove si cammini insieme, pastori, persone consacrate, famiglie.”

Di certo, il successo del Sinodo non sarà sicuramente certificato da eventuali suggerimenti pastorali dell'assemblea sulle convivenze o da una nuova disciplina per l'accesso ai sacramenti. Lo dice con chiarezza il Patriarca Twal.

“Non credo – afferma - che i punti principali del Sinodo sono quelli menzionati. Il sinodo tratta delle famiglie, di come noi possiamo aiutare le famiglie a superare i loro problemi. Sentiamo i nostri limiti nel non poter rimediare a tutti i problemi e difficoltà che affrontano le famiglie.” Per esempio, sulle convivenze – aggiunge Twal – “è uno dei punti più deboli… noi al Sinodo parliamo di situazioni universali, in Medio Oriente addirittura non c’è il matrimonio civile in Giordania, Palestina… c’è solo il matrimonio religioso. Sono temi che non toccano davvero tutti i padri sinodali.”

E conclude il Patriarca Twal: “Non siamo arrivati ai Circoli Minori a dividerci tra pro e contro, non lo faremo mai.”

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